27 gennaio – La Memoria che non c’è

“Forse l’età delle parole è finita per sempre” (Antonia Pozzi)

“L’esperienza dei lager nazisti è sempre più estranea alle nuove generazioni dell’Occidente. Per i giovani degli anni 50 e 60 erano cose dei loro padri, se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste. Per i giovani degli anni 80 sono cose dei loro nonni: lontane, sfumate, storiche. Essi sono assillati dai problemi d’oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente e a cui occorre adattarsi…” (Primo Levi – I Sommersi e i Salvati)

Per non parlare allora dei giovani del 2021, delle nuove tecnologie, del futuro che non è più quello di prima e soprattutto per quella memoria collettiva che sembra destinata a sgretolarsi nelle barbarie, nel declino e nel degrado, nei fumi e nelle ceneri del mondo attuale, con i suoi richiami al negazionismo dell’Olocausto e a tutto quel mondo di fake news e di trash culturale che ci circonda e ci divora, giorno per giorno.
La lezione di Primo Levi sembra configurarsi come una della massime espressioni storiche e culturali del 1900 che scolpisce delle pagine decisive per comprendere la memoria collettiva, gli orrori dei lager e tutti i limiti e le contraddizioni del nostro divenire storico.
Trentacinque anni fa usciva “ I Sommersi e i Salvati”, il libro che rappresenta una lezione profonda e sofferta contro l’oblio, per la memoria e per il futuro, per le nuove generazioni, per quello che ancora possiamo fare, per comprendere il più possibile la fumosa e indefinibile zona grigia che continua a delinearsi tra noi, confondendo le coscienze e le consapevolezze del nostro essere al mondo.
Oggi la giornata della memoria va sicuramente celebrata, ma serve veramente a poco se non si inserisce in un insieme sociale, economico, culturale e scientifico che ci ricordi e ci permetta di vivere, ogni secondo della nostra esistenza, il valore della vita degli altri, della memoria storica che ci trasciniamo dietro e di quel futuro che non deve essere negato a ogni essere di questa terra.
Ma che cos’è la memoria?

La memoria.

La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace”. I ricordi che giacciono in noi non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano o addirittura si accrescono incorporando lineamenti estranei, bombardamenti mediatici, rivoluzioni culturali e tecnologiche e immaginari collettivi.
Jean Amery fu categorico per l’orrore dei lager nazisti: “Chi è stato torturato rimane torturato“ e gli altri, quelli che non hanno subito torture e privazioni, rimangono estranei a quelle sofferenze e tendono a dimenticare quanto successo.
Hitler e il suo apparato statale, poliziesco e mediatico, avevano comunque negato l’accesso alla verità ai suoi uomini, al tedesco qualunque e alle altre nazioni.
In ogni caso la memoria lontana diventa sospetta, una storia forse raccontata dai vincitori e facilmente modificabile e plasmabile, soprattutto in questa era dominata dalla velocità e dalla immediatezza dell’informazione. La memoria digitale oggi rappresenta un serio problema che andrebbe affrontato politicamente, culturalmente e tecnicamente. La memoria collettiva, inserita in questo insieme liberista, dominato da spettacolo, consumo e uso sfrenato di piattaforme e algoritmi, non può mai diventare riflessione profonda, viva e sofferta del nostro essere.

Era solo lavoro.

Quando la guerra finì furono rintracciati alcuni soldati appartenenti alle squadre speciali dei campi di concentramento che dovevano eseguire ordini e azioni davvero inumane. Alla domanda “Perché lo hai fatto, ti rendevi conto che si trattava di un delitto?” le risposte erano quasi sempre le stesse: era un lavoro, se non lo avessi fatto io lo avrebbe fatto un altro, magari peggio. Che cosa volete da noi? Noi non decidevamo nulla…
Appunto era solo un lavoro! La stessa risposta che fu data dal pilota Tibbets che sganciò la bomba atomica sopra Hiroshima: “Personalmente non ho rimorsi. Mi fu detto – come si ordina a un soldato – di fare una certa cosa. E non parlatemi del numero delle persone uccise. Non sono stato io a volere la morte di nessuno. Guardiamo in faccia alla realtà: quando si combatte, si combatte per vincere, usando tutti i metodi a disposizione. Non mi posi un problema morale: feci quello che mi avevano ordinato di fare. “Nelle stesse condizioni lo rifarei.” Proprio da queste memorie nasce la riflessione di Gunther Anders sul ruolo della tecnica e sul suo uso indiscriminato, senza pensare alle conseguenze letali in termini di vite umane e di dolore.
Per George Steiner, riferendosi ad un ufficiale di un lager, si può addirittura unire arte, lavoro e lager senza problemi: ”Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera, può suonare Bach e quindi al mattino dopo recarsi al proprio lavoro ad Auschwitz”. Per Jean Amery al nazista di un lager basta anche “una leggera pressione della mano che impugna l’attrezzo, è sufficiente a trasformare l’altro – e la sua testa, che forse contiene Kant e Hegel, e tutte le nove sinfonie, e Il mondo come volontà e rappresentazione – in un urlante maiale al macello.”
Ripensare alla memoria dell’orrore significa ripensare anche ad un insieme più grande costituito da capitale, lavoro, scienza e mito.

La zona grigia.

Primo Levi ci mostra che il mondo del lager era complesso e non vi era una chiara distinzione tra bene e male, il mondo era terribile ma anche indecifrabile, l’amico non era tale, il nuovo era considerato ostile, odorava ancora di casa sua. Vi erano pochi privilegiati e i vantaggi reali potevano essere un orario migliore o un tozzo di pane in più…
La zona grigia era “la zona dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i padroni dai servi, possiede una struttura complicata e alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di giudicare”. Due punti fondamentali per capire quello che succedeva tra quel potere devastante e le vittime di quel sistema:

  1. Il potere deve caricare di colpe i collaboratori, i servi, i quasi amici e deve insanguinare, compromettere chiunque il più possibile.
  2. Più l’aggressione è dura e più si collabora per mille motivi, dalla paura alla ricerca di salvezza o di potere e averne un tornaconto anche il più piccolo o nascosto.

Ma la massima colpa, come sempre, è del sistema; piccoli o grandi responsabili o collaboratori erano difficili da valutare, alcuni erano solo dei poveracci ma altri hanno delle responsabilità enormi; alcuni Kapò arrivarono a uccidere un detenuto per molto poco. In questo modo però si riproduceva all’interno del lager la struttura gerarchica dello stato totalitario dove era impossibile un minimo di controllo dal basso, dove non si avevano amici e dove un pezzo di pane nascosto in tasca poteva essere fonte di sopravvivenza o pericolo immediato di aggressione.
E I tedeschi “sembravano dirci: noi siamo i vostri signori, siamo i distruttori, ma voi non siete migliori di noi, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi ma anche le vostre anime. La storia dei lager è la storia incresciosa e inquietante dei Kapos e dei funzionari, dei gerarchetti che servono un regime di cui non vedono le colpe, dei subordinati che firmano tutto, di chi scuote il capo ma acconsente, di chi dice se non lo facessi io lo farebbe un altro peggiore di me”.

Economia e sfruttamento.

Il sistema dei campi di concentramento era la conseguenza del sistema dei campi di lavoro dove le industrie tedesche approfittarono di quella forza lavoro umana e di oggetti prodotti con corpi, sangue, ossa, capelli, sofferenze e vergogna. In questo modo alcune tra le più grandi imprese nazionali, tra cui la Siemens, la Volkswagen, la Knorr, la Bmw, la Filiale tedesca della Ford sfruttarono il lavoro dei deportati per costruire manufatti, materiale industriale, motori per corazzati e automezzi vari.
Il capitalismo, non dimentichiamolo, arriva dove vuole e sfrutta direttamente, in termini di lavoro, tempo e sudore ogni forma di vita umana. Indirettamente pervade qualsiasi spazio vitale di esistenza arrivando a mettere a regime ogni singolo frammento del corpo umano e ogni forma di pensiero, riflessione e ribellione.
Certo, un ordine infernale come quello nazista esercitava un fortissimo potere di corruzione da cui era difficile guardarsi. Degradava le sue vittime e le faceva simili a sé perché, da sempre, gli occorrono complicità grandi e piccole, un sistema economico, una società di relazioni e di immaginari, un modello culturale forte di propaganda e di controllo dell’informazione.

Potere e vergogna.

Ricordare oggi significa comprendere il legame invisibile e profondo che esiste tra ogni forma di potere, non solo quello dei campi di concentramento o quello dei sistemi  totalitari,  con il modello economico, capitalista e culturale che riesce a condizionare qualsiasi  forma di vita sociale, che sia di un lager o di un gruppo etnico, di un territorio occupato o di paese povero dell’Africa, di un mondo globale o di una delle sue mille linee digitali.
“Noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale; col potere veniamo a patti volentieri, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno…” (Primo Levi – I Sommersi e i Salvati).
Ricordare significa anche ripensare la vergogna, la vergogna bianca ed indifferenziata, la vergogna di essere stati liberati e di essere sopravvissuti a quello sterminio a differenza di tutti quei morti che ci invitano a raccontare le loro storie e quello che è accaduto in quei luoghi. Difficile ricordare anche l’angoscia di non poter trovare le parole, gli spazi e i tempi per “mostrare” quei crimini impronunciabili e indescrivibili.
E poi ancora la vergogna “che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta nel mondo delle cose che esistono , che la sua volontà sia stata nulla e non abbia valso a difesa..” (Primo Levi – La Tregua ).

Le memorie degli altri.

Bisogna ricordare gli altri e anche gli altri degli altri: in quei lager vi erano prigionieri politici, Rom, Sinti, omosessuali, disabili per esperimenti scientifici, spesso dimenticati e senza volto, pochi sopravvissuti tra essi, pochi documenti scritti per poter capire in termini numerici e la portata di questo sterminio, per poter essere raccontati, diffusi, compresi fino in fondo, se mai è possibile comprendere questo orrore. Basti pensare al programma “Aktion T4, il programma nazista di eutanasia che, in nome dell’igiene della razza cara ai nazisti, portò alla soppressione di almeno 70mila persone affette da malattie genetiche, inguaribili o da malformazioni fisiche o Porrajmos, che in lingua romaní indica la devastazione, furono più di mezzo milione i rom e i sinti morti nei campi di sterminio. I piani di sterminio degli zingari vennero attuati non soltanto nei territori annessi dal dominio nazista ma anche in altri Stati come la Romania e la Jugoslavia, che furono, insieme alla Polonia, tra i principali teatri di questa persecuzione.” (Marco Pasqua – Le vittime senza nome dell’olocausto).
Ma bisognerebbe allargare le nostre giornate della memoria a tutte quelle stragi invisibili e a quei campi della morte che non hanno scosso e commosso il capitale, le nazioni, le TV, i giornali e la cultura ufficiale e che riguardano il dramma di intere popolazioni, come il genocidio del Rwanda, la questione palestinese, quella curda o tutti quei campi profughi diffusi in ogni parte del mondo.

I sommersi e salvati.

Per Primo Levi i sopravvissuti di un lager sono dei privilegiati. Sono coloro che sono riusciti a nascondere un pezzo di pane agli altri per mangiarlo quando nessuno riusciva a vederti oppure chi è riuscito a mostrare le sue competenze, nel caso di Levi quella di essere un chimico, e di sfruttarle per rimanere in vita.
Il genere umano e tutti noi siamo stati potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore e il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, ascoltare, non fare.
Ma una vera giornata della memoria dovrebbe chiedersi: chi sono i sommersi e chi i salvati oggi? Lo possiamo immaginare, intuire, possiamo cercare di capire o anche di studiare. Ma di fronte al mondo attuale, alla povertà dilagante, alla pandemia che sembra moltiplicare le differenze tra i rapporti di forza, tra ricchezza e povertà, il razzismo imperante, l’ego sfrenato, la viltà e l’opportunismo della politica, l’immobilità di tre generazioni almeno, con responsabilità distribuite in maniera diversa, ma dove tutti, proprio tutti, rimaniamo attaccati alla nostra zona grigia, che comprende tutti quelli che hanno detto sì, forse, per ora, tengo famiglia, aspettiamo ancora, tutti quelli che si sono adagiati a questo fango sociale, ai lavori facili e inutili, ai partiti del cazzo e a tutte quelle cose futili che ci sovrastano dalla mattina alla sera, a questi smartphone asfissianti, a queste tastiere balbettanti, a questi social annacquati di amore e di speranza,  a tutta quella fantasia  sprecata nella vita di tutti i giorni,  a tutte quelle cose che non ci hanno mai permesso di essere realmente insieme agli altri.
Ma in quell’orrore dei lager, chi erano gli altri? Forse aveva ragione quella dottoressa di Auschwitz: “Come ho potuto sopravvivere ad Auschwitz? Il mio principio era: per prima, per seconda e per terza vengo io. Poi più niente. Poi io di nuovo; e poi tutti gli altri”.
I sommersi sono quel miliardo di affamati, le madri che vedono morire il proprio figlio di fame, di guerre e di petrolio, di malattie e di epidemie, i barconi della morte, le donne che subiscono violenze ogni giorno, gli schiavi delle fabbriche del nuovo capitalismo, e tanti altri ancora di cui non conosciamo nome ed esistenza.
I salvati siamo noi, le teste di legno, disposti tra quella ricchezza dell’1% che offende il cielo e la terra e quei sommersi che non possono più parlare, perché noi continuiamo a essere la zona grigia che non riesce più a ricordare quella storia profonda e collettiva da cui veniamo.
Forse, oggi più che mai, in questo 27 gennaio di sempre, bisognerebbe ascoltare il diario di Hetty Hillesum che dai campi di prigionia tedeschi nel 1942 riusciva a scrivere: “Essere parti di un tutto, anche nella sofferenza. Sapere che anche altri, prima di noi, e insieme a noi, adesso stanno soffrendo. Siamo parte di un tutto e siamo anche direttamente responsabili di tutto quello che ci sta accadendo”.

 

Primo Levi “Se questo è un uomo” (Einaudi)
Primo Levi “La tregua” (Einaudi)
Primo Levi “I sommersi e i salvati” (Einaudi)
Vasilij Grossman “l’inferno di Treblinka” (Adelphi)
Jean Améry “Intellettuale a Auschwitz” (Bollati Boringhieri)
Hetty Hillesum “Diario 1941-1943” (Adelphi)

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