Scuola:l’anno che verrà

“Se si perdono i ragazzi più difficili la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati (Don Milani)”.

Da alcuni giorni è stato approvato il decreto scuola con il quale di fatto si legifera di salvare questo strano e osceno anno scolastico. Ovviamente l’indecenza viene coperta con la solita vuota retorica scolastica che elogia l’obbiettivo di aver messo gli studenti al centro degli interessi della repubblica, che è stata comunque garantita, nonostante l’epidemia, la qualità dell’istruzione e il diritto allo studio. Nel decreto si stabiliscono tra l’altro, la modalità dello svolgimento degli esami di stato sia per scuola media che per le superiori, l’abolizione del voto nella scuola primaria con il ritorno al giudizio descrittivo, il concorso per la messa in ruolo degli insegnati, il conferimento fino al 31/12/2020 di poteri commissariali ai sindaci per intervenire sull’edilizia scolastica, i nuovi percorsi abilitanti per i neo laureati, modifiche alle graduatorie per i supplenti e altro. La ministra dell’ istruzione ha commentato: “È un provvedimento nato in piena emergenza che consente di chiudere regolarmente l’anno scolastico in corso. Il testo è stato migliorato durante l’iter parlamentare grazie al lavoro responsabile della maggioranza di governo. Con l’obiettivo di mettere al centro gli studenti e garantire qualità dell’istruzione. Ora definiamo le linee guida per settembre, per riportare gli studenti a scuola, in presenza e in sicurezza”. Dalle linee guida per settembre elaborate dal CTS (il Comitato Tecnico Scientifico sono 18 esperti nominati dal ministero dell’istruzione nel quale troviamo un solo docente di scuola il resto sono presidi, provveditori,docenti di università pubbliche e private, Ceo, amministratori di imprese private, istituzioni private ecc..) che sono state anticipate troviamo: lezioni di 45’ invece di 60’ (ciò in mancanza di un potenziamento degli organici permetterebbe di far effettuare ad ogni docente nell’ arco delle sue 18 ore settimanali 24 lezioni di 45’) con la panzana di permettere di gestire il complicato mosaico di orari e la ipotetica divisione delle classi a metà, al fine di rispettare le regole per il distanziamento e impedire pericolose aggregazioni. A tal fine i dirigenti scolastici sentito il collegio dei docenti, potranno usare la ghigliottina dell’autonomia per ridurre la durata delle lezioni in un campo di tolleranza tra i 40 e i 50 minuti. Ma non è finita qui. La creatività degli esperti ha prodotto altre brillanti idee quali: l’ingresso scaglionato delle classi distanziato di 15’, la possibilità di lezioni pomeridiane, l’utilizzo di altri ambienti extrascolastici per poter fare lezione, il rastrellamento di tutti gli spazi ampi disponibili nella scuola per sopperire alla mancanza di spazi adeguati alle classi pollaio e altro ancora. Per quanto riguarda invece i box in plexiglas da adibire a postazione alunni, sembra siano necessarie ulteriori disposizioni che dovrebbero riguardare banchi a due posti e non singoli. Rimane il fatto che se si devono rispettare i due metri di distanza tra alunno all’interno delle classi i problemi non possono certamente essere risolti mantenendo il numero di classi e di organici ATA e docenti ai livelli attuali, calibrati con i parametri pre covid-19. Come si vede la confusione è ancora molta e al peggio non c’è mai fine. Il giudizio analitico a posteriori è certamente molto negativo. Questa ministra non sembra brillare per esperienza a cui si congiunge una sottile propensione verso un dirigismo che richiama i poco simpatici satrapi assiro babilonesi. E’ bene ricordare che “le regole edificano fortificazioni dietro le quali delle piccole menti s’innalzano al rango di satrapi. Una faccenda già pericolosa nei momenti migliori, e disastrosa nei momenti di crisi (F.Herbert da: La rifondazione di Dune)”. La politica dovrebbe rifarsi al buon senso e ai principi costituzionali che mettono l’istruzione al centro degli interessi di un paese civile. Troppe volte la scuola italiana è stata un fondo cassa delle politiche di austerità che di fatto l’hanno smantellata. Occorre un cambio di direzione e investimenti continui, legati ad una visione di un modello educativo, lontano dalla cupidigia neoliberista e teso verso un’istruzione senza fini aziendalistici o di mercato, un’istruzione pubblica e gratuita, assicurata a tutti. La ragionevolezza avrebbe dovuto spingere nei tre mesi di chiusura ad un confronto con chi lavora su campo, nelle classi, negli uffici, nei laboratori, con le famiglie e con gli studenti. Insomma occorreva rivolgersi a quella comunità educante che è la scuola e non ad un pool di esperti chiusi della loro torre d’avorio a dispensare come sacerdoti le loro visioni mistiche lontane dalla realtà fattuale che si respira e si vive tutti i giorni nelle classi. La scuola è stata la prima istituzione ad essere chiusa e sarà l’ultima istituzione ad essere aperta, nel mezzo ci stanno tre mesi di vuoto a perdere, alunni lasciati affogati nella loro solitudine con le famiglie che facevano, quando andava bene, da tutor, con docenti che cercavano di far funzionare, in autoformazione e con mezzi propri, ben oltre l’orario di servizio, la didattica a distanza. Quest’ultimo punto è particolarmente doloroso in quanto si è aperto un portone all’ingresso di egemonie culturali tipicamente nord americane che per mezzo delle loro piattaforme educative, ci impongono la loro cultura con i volti del telelavoro e della didattica a distanza, contaminando pericolosamente il modello educativo verso una scuola strumentale al modello produttivo, con possibili pericolose future ricadute sul lavoro e sulla costruzione di soggettività prone alle dinamiche del mercato e allo sfruttamento.

{D@ttero}
Foto di cody berg da Pexels

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