A Livorno il Covid non esiste – Giovani e Movida

Dopo l’ennesimo DPCM che colpisce pub, ristoranti, muretti e piazze varie, che delega la condizione di sceriffi ai vari sindaci e che comunque sarà superato a breve tempo da un decreto più severo.
Dopo che il sindaco di Livorno ci avverte di rispettare le regole pena il coprifuoco delle piazze della movida cittadina.
Dopo che il maggior quotidiano cittadino continua a dirci che per la notte livornese il Covid non esiste, senza farsi mancare riferimenti ad  alcool, droga e spaccio libero, di uno spacciatore straniero chiaramente.
Forse, ancora una volta, avremmo bisogno di maggior chiarezza su quello che stiamo vivendo in questo momento drammatico, indicare le percentuali effettive dei contagi, dei tamponi e degli untori di questo virus e preparare insieme una battaglia intorno all’informazione, alla conoscenza e alla trasformazione epocale che stiamo vivendo in questi anni, ben prima che il Covid 19 cominciasse a girare tra gli umani.
Intanto “Mentre ci bersagliano quotidianamente di numeri e dati decontestualizzati e feticizzati, i mass media prediligono parlare di movida, di scuola e scuole calcio. Cioè dei giovani, degli improduttivi. E sani. Il capro espiatorio perfetto: colpevoli di non essere abbastanza inclini al sacrificio, di voler vivere, e soprattutto di non ammalarsi.
I contagi nelle scuole, per quanto limitati, ricevono un’enorme attenzione mediatica, anche se non danno la soddisfazione sperata, anzi. I dati del Ministero dell’Istruzione, gli unici che si conoscono, dicono che gli studenti contagiati, al 10 ottobre, erano lo 0,08% del totale, i professori lo 0,133% e il personale non docente lo 0,139%. Dunque il luogo a più alta concentrazione di minorenni nella società italiana non ha affatto una percentuale più alta di contagi.” (Wu Ming – Va bene tutto).

Sarebbe necessario conoscere invece i veri dati del contagio italiano, europeo e mondiale. Quanti lavoratori dell’industria, della catena alimentare e della logistica sono stati contagiati e hanno poi trasmesso il contagio dovunque? Quanti contagiati fanno parte del sistema sanitario italiano e mondiale che ha subito tagli, privatizzazioni, spese clientelari e legami con case farmaceutiche e piattaforme digitali ( Nel 2017 la regione Lombarda ha fatto un accordo con l’IBM per la profilazione dei dati con buona pace di privacy e controllo sociale). Per non parlare dei trasporti pubblici che, in questi mesi, non sono mai stati potenziati.
Ma al di là del controllo sociale e dei veri dati intorno a questa maledetta pandemia che esiste e uccide veramente, colpendo soprattutto le fasce più anziane e povere del pianeta ( Trump non ha usato certo la candeggina) bisognerebbe fare delle considerazioni di fondo sui giovani, questi untori senza cuore…

Le nuove generazioni.

Chi sono i giovani di oggi? Che fascia di età gli vogliamo dare realmente? Sono davvero tutti briai, drogati, sul divano, davanti a Netflix o alla play station oppure incapaci di starsene a casa senza contagiare genitori e nonni? Non hanno davvero cuore?
Intanto dobbiamo pensare che soltanto 70 anni fa i giovani sotto i 30 anni rappresentavano il 50% della popolazione italiana mentre oggi rappresentano solo il 15 % della nostra fauna umana… Basti pensare a Livorno dove nell’ultimo rapporto ISTAT per ogni 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini mentre dieci anni fa 96! Livorno è ormai un paese di anziani dove ci sono solamente il 12,3% dei giovani da 0 a 14 anni. I dati economici relativi alla disoccupazione giovanile, al salario minimo, al reddito dei nonni che non può reggere per sempre, alla chiusura continua di fabbriche e aziende nel nostro territorio, all’istruzione sempre più cara e sempre meno formativa, all’impossibilità di vivere in maniera autonoma, a quella paghetta che serve solo a comprare alcool, droga e giochi digitali (secondo l’Istat 7 under 35 su 10 vivono ancora con i genitori) rappresentano dati fondamentali per capire la condizione giovanile attuale.

I colpevoli.

Nella narrazione continua e pervasiva di giornali, programmi tv e social spesso si individuano nella famiglia e nel mancato controllo di organi di polizia varia i soggetti che dovrebbero controllare sull’operato dei giovani e sulla loro movida sfrenata.
Non una parola sulla storia di un capitalismo selvaggio e incontrollabile che ha distrutto lavoro stabile, autonomia e sicurezza sociale, venduto sanità e scuola ai migliori offerenti, disgregato modi fondamentali di essere come l’amicizia, il ritrovarsi insieme e sognare una comunità differente in nome di una società dove tutto diventa spettacolo, consumo, insicurezza, fragilità, malattia, solitudine…

Capitalismo digitale.

L’epidemia in corso non ha fatto che accelerare un processo di trasformazione epocale in corso dove le piattaforme digitali riescono a mettere a valore qualsiasi forma di vita e di tempo del nostro vissuto. Non vi è più differenza tra il tempo del lavoro, tempo scolastico e tempo libero: tutti gli spazi e i desideri del nostro mondo sono controllati, trasformati in algoritmi e big data per essere capitalizzati a dovere.
E i giovani sono i bersagli preferiti ormai da tempo: Instagram, TikTok e giochi EA-Sports rappresentano un mondo di immagini e di forme di vita, di modelli e orizzonti di senso dove il tempo vissuto  non concede spazio alla  vita reale, all’amicizia e alla relazione profonda. Tutto diventa  un  fantasma digitale.

Sogni e futuro.

Eppure se il capitalismo ci ha portato fin qui e ci presenta un conto salatissimo in termini di lavoro, politica, povertà e salute, forse è l’ora di comprendere che, se ci sarà futuro,  sarà proprio quello che si intravede, si respira e si configura attraverso quei movimenti giovanili, acerbi, immaturi, privi di quello che abbiamo sempre considerato coscienza di classe, come quelli che si sono sviluppati intorno al clima, all’antirazzismo, al femminismo, al lavoro o alla scuola che non ci sono più, dove, al di là dei limiti progettuali, abbiamo potuto avvertire una possibilità di agire ancora, sognare insieme, poter cambiare questo pianeta malato. Si tratta di riconoscere alle nuove generazioni un futuro dove si possa ancora scegliere, comunicare, perdere, essere diversi, rigenerare l’altro. Oltre il Covid, la movida e tutto questo mondo di povertà devastante, di false informazioni, di fake news, di algoritmi e big data che si sta avviando decisamente verso la sua fine inevitabile.

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