Alieni, teletrasporto, conigli pasquali: miti tecnicizzati per controllare le masse
Gli alieni possono essere indubbiamente considerati come un mito entrato nell’immaginario collettivo; un mito fatto di avvistamenti di Ufo, rapimenti, viaggi su navi spaziali, incontri misteriosi con esseri dalle fattezze più o meno antropomorfe, essendo per l’umano difficile pensare a un’alterità non, almeno in parte, “a propria immagine e somiglianza”. Un mito a cui, nell’Italia degli anni Settanta, ha contribuito la produzione, a metà fra narrativa e saggistica, di Peter Kolosimo, il quale, soprattutto con Non è terrestre (1969), che ebbe un grandissimo successo di pubblico, rivestì di connotazioni ‘aliene’ gran parte delle testimonianze archeologiche. Inutile dire che questo mito ha avuto e continua ad avere una grandissima fortuna soprattutto negli Stati Uniti. Ma cosa succede quando il vicepresidente di questo paese afferma di essere ossessionato dagli alieni, che essi sono fra noi e, anzi, “non sono alieni, sono demoni”; quando afferma inoltre di essere affascinato dall’Area 51 e promette di poter svelare molti segreti su questo misteriosissimo luogo? Eppure, in linea con l’immaginario degli ambienti rappresentati presso il White House Faith Office (Ufficio della Fede della Casa Bianca) trumpiano, Vance non parla espressamente di “alieni”, cioè creature provenienti da altri mondi, ma di “esseri celesti” che se ne vanno in giro, facendo un miscuglio fra religione, credenze popolari, mito degli alieni. Probabilmente, il vicepresidente degli Stati Uniti si lascia andare a tali dichiarazioni perché è consapevole che la presunta presenza degli alieni è un mito ben consolidato nell’immaginario popolare statunitense, e intende consapevolmente trasformarlo – per utilizzare un termine che Furio Jesi ha ripreso da Károly Kerény e ha rivestito di particolari connotazioni – in “mito tecnicizzato”. Secondo Jesi, il mito tecnicizzato, che comporta un “viziato rapporto con il passato”, è usato dal potere a scopi politici e di controllo, come è avvenuto durante il nazismo (cfr. F. Jesi, Letteratura e mito, Einaudi, Torino, 1968, p. 38). Il vicepresidente e l’intera coalizione di governo statunitense non disdegnano di utilizzare il mito degli alieni per fini populistici, per attrarre e tenere legata a sé un’enorme massa popolare soprattutto appartenente a quella provincia rurale dove prendono piede in maniera più salda il complottismo e il cospirazionismo, del tipo “gli alieni sono fra noi” (come bene mostra il recente film di Yorgos Lanthimos, Bugonia, 2025).
Del resto basti pensare a come il celebre adattamento radiofonico del 1938 di Orson Welles della Guerra dei mondi di H.G. Wells, abbia saputo generare scene di panico tra la popolazione, per quanto, almeno stando a studi recenti, di portata decisamente ridimensionata rispetto alla narrazione allarmistica fatta della stampa dell’epoca, incline a enfatizzare gli accadimenti per accusare il nuovo medium concorrente di inedite e pericolose potenzialità manipolatorie (cfr. A. Acerbi, Tecnopanico. Media digitali, tra ragionevoli cautele e paure immaginarie, il Mulino, Bologna, 2025). Nel cinema di fantascienza l’incontro dell’essere umano con l’alterità aliena (il non-umano), per quanto il significato attribuibile a questa figura sia mutevole, introduce uno scompiglio e un’instabilità che necessita di essere risolta con il ripristino della “normalità umana” precedente. La presenza dell’alieno, insomma, si presta a veicolare il desiderio di ripristinare una mitica età dell’oro andata perduta in linea con lo slogan Make America Great Again (MAGA). In Introduzione alla cultura visuale (Meltemi, Milano, 2021), Nicholas Mirzoeff mette in luce come l’immaginario dell’alieno extraterrestre – sia nella forma di mostro terrificante che di inquietante copia dell’essere umano – derivi dalle classificazioni colonialiste europee. Non sorprende, pertanto, la ricomparsa della tematica aliena visto che coincide con un momento storico in cui gli Stati Uniti cercano nuova linfa vitale rafforzando con le armi la propensione colonialista alla luce dell’imperativo MAGA. A sorprendere è, piuttosto, il fatto che la questione aliena non sia reintrodotta attraverso Hollywood, ma direttamente da personalità di primissimo piano del governo statunitense, quasi a sancire, se ancora fosse necessario, la sostanziale coincidenza tra politica e spettacolo.
Anche il teletrasporto di cui ha detto essere stato vittima Gregg Phillips, alto funzionario della protezione civile statunitense, fa parte della tecnicizzazione del mito. Il funzionario ha dichiarato di essere stato teletrasportato contro la sua volontà in un ristorante della catena Waffle House a parecchie miglia di distanza. Inutile dire che anche il teletrasporto, nell’immaginario popolare, è stato rivestito di un valore mitico, dalla fantascienza al fantasy. Se nel film La mosca (1986) di David Cronenberg, tratto dal racconto The Fly (1957) di George Langelaan, il teletrasporto appare come l’invenzione dello scienziato Seth Brundle (Jeff Goldblum) per velocizzare i trasporti e gli spostamenti (frutto ambiguo di quella velocizzazione spettacolare nata in seno agli anni Ottanta), un altro film, The Mothman Prophecies (2002) diretto da Mark Pellington, tratto dall’omonimo saggio scritto da John Keel nel 1975, mostra il protagonista John Klein (Richard Gere) mentre viene misteriosamente teletrasportato con la sua auto in un paesino della Virginia occidentale. Dietro questo fatto inspiegabile si cela probabilmente la presenza del terribile “uomo falena”, protagonista di una leggenda metropolitana diffusasi negli Stati Uniti negli anni Sessanta. Piuttosto che far riferimento sbrigativamente alla follia per spiegare le dichiarazioni dell’alto funzionario statunitense, vale la pena notare come nel raccontare di essere stato teletrasportato, Phillips riprenda un mito collettivo trasformandolo in mito tecnicizzato, piegandolo cioè a scopi di potere. Per di più, associa al sistema del teletrasporto un luogo emblema del consumo come la Waffle House. Anche qui ci troviamo di fronte a un calderone alquanto ambiguo e confusionario: teletrasporto, assenza di volontà, desiderio di recarsi da Waffle House per prendere da mangiare per i figli e ritrovarsi magicamente lì; un misto fra The Fly del 1958 con Vincent Price, Star Trek, Stargate e X-Men, il tutto condito dal mito americano della famiglia e, per di più, con l’aggiunta della religione, visto che aveva precedentemente raccontato di essere stato teletrasportato con la sua auto vicino a una chiesa, proprio come il personaggio del film The Mothman Prophecies.
Infine, lo stesso Donald Trump, il giorno di Pasqua, è apparso al balcone della Casa Bianca per un discorso ufficiale affiancato da un gigantesco coniglio pasquale. L’Easter Bunny è una figura folkloristica americana che, in occasione della Pasqua, porta regali ai bambini (una specie di Santa Claus in versione pasquale). Anche in questo caso, la confusione sotto il cielo è tanta: l’Easter Bunny si trasforma in un fan di Trump che annuisce e applaude a ogni sua sillaba, mentre il vecchio Donald sproloquia di Iran e della potenza dei suoi combattenti (mito del combattente), del pilota salvato (attingendo al mito dell’eroismo americano), di religione e di Gesù. Mancava soltanto che dietro di lui facessero capolino il Bigfoot e l’Uomo falena. Potrebbero comparire nel sequel, magari insieme a qualche altro funzionario di primo piano dotato di capacità telepatiche o in contatto diretto con i padri della patria scolpiti al Mount Rushmore National Memorial.
Per quanto l’universo trumpiano richiami alla memoria un celebre passaggio del 1869 di Lautréamont ripreso dal surrealismo – «come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello!» (Canti di Maldoror, canto VI) –, occorre piuttosto constatare come Vance, Greene e Trump, nelle loro sconclusionate dichiarazioni rimodellino a loro piacimento la “pappa” del passato e del folklore per motivi meno nobili rispetto a quelli di Soupault, Aragon e Breton. Sempre Furio Jesi, in Cultura di destra (1979), afferma che una caratteristica della “cultura di destra” è quella di ‘omogeneizzare’ il passato per renderlo accessibile, senza “veri contrasti, vere punte, spigoli e durezze”, intriso di luoghi comuni. Il potere mira così a un modello di chiarezza in modo che tutti capiscano; deve parlare in modo populista e parla di credenze, di folklore, di miti radicati nell’immaginario collettivo in modo così da difendere l’ideologia della classe dominante “anche quando non mostra apparenti contenuti ideologici” (F. Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano, 1979, p. 109).
Non è molto facile liberarsi dei miti tecnicizzati utilizzati dal potere; persino se arrivassero dei veri alieni e teletrasportassero Trump, il suo vicepresidente, il coniglio pasquale e tutti gli altri simpatici membri del governo in un’altra galassia, possiamo essere certi che nascerebbero nuovi miti utilizzati da nuove forme di potere per difendere la propria subdola ideologia.
Per Codice Rosso, Max Renn e Guy van Stratten

