“Bugonia” tra cospirazionismo, Ufo e disastro: un altro apologo di Lanthimos sul potere
È cronaca di questi giorni: Gregg Phillips (qui), un alto funzionario della Federal Emergency Management Agency, la Protezione Civile a stelle e strisce, ha affermato di essere stato teletrasportato contro la sua volontà in un ristorante della catena Waffle House; il numero due di Donald Trump, JD Vance (qui), in un podcast dice di essere ossessionato dagli Ufo che, poi, non sarebbero alieni ma “demoni”, degli “esseri celesti che vanno in giro e fanno cose strane alle persone” (in una megalomane e delirante confusione fra Ufo, “demoni” e “esseri celesti”). È follia? Sarebbe bello pensarlo ma è invece qualcosa di molto peggio. Si tratta di una precisa scelta politica da parte dell’amministrazione statunitense, un atto estremo di populismo a basso costo, una strategia che probabilmente mira ad accaparrarsi un numero elevato di elettori. Come si sa, il cospirazionismo va alla grande nel paese dello Zio Sam, e non solo. Il cospirazionismo e il complottismo si espandono a macchia d’olio in qualsiasi paese. Ma nel mondo a stelle e strisce è, se così si può dire, veramente strisciante ed è al centro del recente bel film di Yorgos Lanthimos, Bugonia (2025). I protagonisti non sono alti esponenti del potere politico ma due modesti allevatori di api della Georgia, Teddy Gatz e suo cugino Don (il primo lavora come magazziniere in una potente azienda farmaceutica). Teddy è convinto che Michelle Fuller (Emma Stone), amministratore delegato della casa farmaceutica presso la quale egli stesso è impiegato in una delle più umili mansioni, sia in realtà un’aliena proveniente da Andromeda, e organizza il suo rapimento assieme al cugino.
Nell’isolata casa di campagna dove vive, Teddy conserva i resti di altre vittime rapite in precedenza, corpi studiati e sezionati per scoprire un’ascendenza andromediana. Come in molti altri suoi film (ricordiamo soltanto Dogtooth, The Lobster, Kinds of Kindness) Lanthimos mette in scena un mondo dominato da un intreccio di oscure forme di dominio di cui i personaggi sono vittime. Il cospirazionismo dilagante, favorito e diffuso capillarmente dagli stessi apparati di potere, è una di queste. Teddy è vittima del dilagare di un’ideologia che percorre gli strati più bassi e incolti della popolazione americana, soprattutto rurale, quella stessa che ha portato alla Casa Bianca Donald Trump. Egli afferma di essere passato dalla destra fino all’estrema destra e alla sinistra, abbracciando il marxismo; in realtà non ha fatto altro che essere entrato in una gigantesca “camera dell’eco” (tema discusso anche dai personaggi durante un grottesco pranzo), una prigione autoreferenziale da cui non è riuscito più ad uscire. Teddy è vittima di un’atroce desemantizzazione delle esistenze imposta dall’alto: uno stato sociale sempre più minato, una vita sempre più precarizzata, una prigione sociale in cui viene offerta come unica via d’uscita l’ideologia cospirazionista. E ad offrirla, inutile dirlo, sono proprio quegli stessi smantellatori istituzionalizzati dello stato sociale. Quello del film è un mondo alla deriva, dominato dal dolore e dall’angoscia: non solo Teddy ne è vittima ma anche il personaggio dello sceriffo, colui che dovrebbe tutelare la legge, è in realtà un reietto sociale, un pedofilo miseramente prigioniero della sua ossessione che ha molestato Teddy ai tempi in cui gli faceva da baby sitter. È un mondo in cui ognuno cerca di infliggere violenza a chi gli sta vicino, un oscuro universo di prigionia che si riflette nella prigione in cui è segregata la Fuller. Un affresco che Lanthimos aveva genialmente mostrato nel già ricordato Dogtooth, in cui i genitori segregano in casa i propri figli per difenderli dalla violenza del mondo esterno.
Ma la violenza non è solo nel mondo esterno, è ovunque. Un’altra oscura forma di dominio inflitta agli individui è la commercializzazione dei corpi e della stessa salute dei corpi. La madre di Teddy è in coma, ridotta a inquietante spettro perduto in una lancinante levitazione – immagine somatizzata della sua sofferenza che può ricordare la levitazione del doppione di Hari, moglie del protagonista, in Solaris (1972) di Andrej Tarkovskij – a causa di un esperimento attuato su di lei dalla potente industria farmaceutica della Fuller. La medicina, sempre più tecnologizzata e asservita al mercato, utilizza i corpi come cavie, i corpi del popolo, degli operai, dei ceti meno abbienti. Ecco che quello stesso potere, con la mano sinistra, invita il popolo al cospirazionismo per trovare un rimedio alle ferite che gli infligge con la mano destra. Se il vicepresidente Vance dice a gran voce che i “demoni” sono fra noi, richiamandosi alla religione, Teddy e Don sono irreggimentati nel cospirazionismo come due adepti religiosi e si sono autopraticati una castrazione chimica per non lasciarsi distrarre dalle pulsioni dei loro corpi, ormai appartenenti in tutto e per tutto al potere. Come gli adepti della dea Cibele nel mondo antico praticavano l’efferato rito dell’autoevirazione, i due personaggi si sono sacrificati all’altare del populismo divenuto ideologia.
Il dominio del potere imprigiona le esistenze degli individui in un mondo sempre più devastato ed inquinato, in cui anche cicli naturali millenari sono annientati ed annullati. E così Teddy dà la colpa agli andromediani della sindrome dello spopolamento degli alveari; invece è un sistema che sta giungendo sull’orlo del collasso a provocare miriadi di diffuse apocalissi nei cicli naturali dell’esistenza sulla Terra. È un sistema tecnologizzato giunto ai suoi apici, fino al tracollo e all’autodistruzione, quello che Paul Virilio definisce come “università del disastro”, un sistema di conoscenze che conduce all’autodistruzione. Come scrive Virilio, “arrogante fino al delirio, la BIG SCIENCE è diventata incapace di correggere l’eccesso del suo successo: il che è dovuto non tanto a un’assenza di sapere quanto alla dismisura, alla hybris di una fuga in avanti che non si preoccupa affatto di tener conto di ciò che si lascia dietro, del suo enorme deficit etico e filosofico” (P. Virilio, L’università del disastro, trad. it. di L. Odello, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2008, p. 120). Da quell’enorme deficit etico e filosofico nasce il cospirazionismo: il teletrasporto di Gregg Phillips (che, non a caso, viene ‘portato’ in un tempio del consumo come la catena di ristorazione Waffle House) e i “demoni” di Vance sono l’altra faccia della tecnologizzazione dell’esistenza; è il mito tecnicizzato – direbbe Furio Jesi – che vive all’ombra del potere. A tutto questo si aggiunga l’apparizione di Donald Trump, il giorno di Pasqua, al balcone della Casa Bianca accanto a un coniglio gigante che annuiva a ogni parola del suo discorso (in cui, mescolati come un pappone, c’erano Gesù, la religione, l’Iran, il “pilota salvato” che – aggiungiamo noi – andava a sganciare bombe su donne e bambini). L’azienda farmaceutica della Fuller, perfetta come un falansterio utopistico, in cui i dipendenti a una certa ora possono lasciare volontariamente il lavoro, è la tetragona costruzione del potere, luminoso e geometrico edificio in vetro, come il quartier generale dei nazistissimi “pionieri del Natale” in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson.
Solo alla fine, probabilmente, le api potranno tornare a vivere, come nella “bugonia” narrata da Virgilio nel quarto libro delle Georgiche. Virgilio racconta la favola di Aristeo (che si ricollega al mito di Orfeo ed Euridice), un pastore al quale morivano le api, colpevole, secondo il dio Proteo, della morte di Euridice. Soltanto dopo essersi purificato sacrificando quattro tori, vedrà finalmente la rinascita spontanea delle api dalla carcassa degli animali. Nel racconto di Lanthimos, il costo del ritorno alla vita delle api sarà alto, ma forse neanche tanto: la fine dell’esistenza umana sulla Terra, un’esistenza della quale, come in una visione iperbolica ed estrema della deep ecology, si può anche fare a meno. Sullo sfondo di un elegante “tableau morente” risuonano allora le note di Where have All the Flowers gone, una canzone antimilitarista scritta a metà anni Cinquanta: dove sono andati tutti gli uomini? Sono morti in guerra… Beh, non in una guerra tradizionale, stavolta, ma nella guerra quotidiana di un mondo dominato dalla tecnologia del capitale e da un potere che impone ovunque svariate forme di prigionia.
Per Codice Rosso, Guy van Stratten

