Ciao Rossana, eroina comunista dell’opposizione all’invasione russa della Cecoslovacchia

Dico la verità: mai mi sarei immaginato di scrivere di Rossana Rossanda come di un’eroina, una roba da blocco di marmo in forma di donna che prova a stagliarsi verso il cielo e che è destinato ad essere sgretolato, poi travolto dal tempo come ogni oggetto appartenente alla retorica della storia monumentale. Anche perché la ragazza del secolo scorso, come da titolo di un suo fortunato libro, era qualcosa di molto più tosto di una eroina: era anche dirigente di partito, scrittrice, giornalista e con infinite storie drammatiche vissute, e affrontate, in ognuno di questi momenti appartenenti ai decenni più caldi della storia del paese.
Il punto è che da quando è entrato Berlusconi in politica la rappresentazione di un movimento comunista anni ’50, con colori da guerra fredda e pensieri da “ti spiezzo in due”, è stata tirata fuori dagli archivi ed adattata, come caricatura, contro qualsiasi cosa si muovesse a sinistra. Per cui lo stesso Occhetto, che aveva appena sciolto il Pci, fu accusato di “comunismo” e tritato per bene là dove contava davvero: sui media.  Di qui il titolo da clickbaiting: mi sarebbe dispiaciuto generare questo tipo di equivoci, quelli che l’avrebbero messa in un album di famiglia che va da Occhetto a Renzi. anche per Rossana Rossanda. La fondatrice del Manifesto  ha invece rappresentato, con forza, le ragioni dei comunisti, con un eco ben maggiore di quello italiano, durante la tragica vicenda della invasione della Cecoslovacchia fatta per stroncare l’esperienza di socialismo alternativo fiorita a Praga. Invasione russa, come ho scritto, perché di “sovietico” già allora c’era giusto il nome. Le posizioni di Rossanda, come per tutto il gruppo del Manifesto, gli valsero notoriamente l’espulsione dal Pci. Sarebbe ingeneroso raccontare quanti tra i dirigenti del Pci responsabili dell’espulsione, poi hanno abbracciato tesi liberiste, monetariste, uno ha persino fatto il presidente della repubblica ultraliberista avendo anche applaudito l’invasione dei carri armati, dei paesi “fratelli”, in Ungheria. È generoso invece ricordare il grande lavoro di ricostruzione dell’esperienza dei paesi del patto di Varsavia fatto con l’attenzione dello storico, e non certo con il livore di ha subito un’espulsione che all’epoca era qualcosa di vicino alla morte sociale. In un suo testo del 1998, critico del famigerato libro nero del comunismo, si possono trovare tracce, molto interessanti, di questo approccio.

La Rossanda appartiene a un movimento comunista molto vasto e contraddittorio ma molto vivo, che va ben al di là delle sigle e delle pratiche, che ha esercitato una rottura a sinistra non minoritaria nei confronti del Pci e che comincia dalla vicenda dell’invasione dell’Ungheria per finire con l’inchiesta 7 aprile di Pietro Calogero. Rossanda Rossanda, con grande passione e intelligenza, è stata pienamente protagonista di quella lunga stagione tanto da assumerne, su sé stessa, gli stessi caratteri: eretica quanto ortodossa, disciplinata quanto creativa, unitaria quanto frazionista, eclettica quanto portata alla sintesi. Ma sempre con grande acume, capacità di leggere i problemi con un modo di argomentare che non potevi non considerare, e rispettare, anche quando non eri d’accordo.
Per usare un linguaggio giornalistico, la Rossanda è stata un’icona del ’68 non solo italiano ma europeo: quello contro la Nato e il patto di Varsavia, capace di far tremare le strutture di potere, e di assoggettamento, che si annidavano in entrambi i blocchi della guerra fredda. Capace di chiarire temi e questioni riguardanti la storia del Pci come di entrare nelle mutazioni dell’organizzazione del lavoro e della struttura sociale, anche quando raccontavano di un esito che avrebbe archiviato definitivamente questa storia. I suoi scritti rappresentano un patrimonio della cultura in lingua italiana del ‘900 ben oltre quanto possa concedere la storia ufficiale.
Onestamente vedo parlare o, più frequentemente, postare ragionamenti sulla “tradizione” comunista pietrificati su una serie di fermo immagine che non sono rappresentativi di una storia complicata e straordinaria come quella del movimento comunista né per quanto riguarda lo svolgimento dei fatti né per l’approccio. Una bella retrospettiva sulla storia, e sugli scritti, di Rossana Rossanda può aiutare a riflettere davvero su cosa voglia dire fare e pensare politica e a non scambiare il Capitale e Marx rispettivamente per il Corano e Maometto. Marx, in una lettera a Bracke, non molti anni prima di morire, scrisse che era più interessato ai progressi reali del movimento operaio che a quanto fossero avanzati i programmi che parlavano di movimento operaio. Se si vuol guardare a quali siano stati i progressi reali del movimento operaio italiano, e non solo, del ‘900, senza farsi distrarre da una letteratura di ornamento, Rossana Rossanda appare un passaggio imprescindibile e così forte da poter parlare al nostro futuro.

nlp

PS. mi hanno fatto notare che Berlusconi in un tweet ha ricordato Rossana Rossanda con parole cortesi. Si vede anche lui sentiva l’esigenza di non metterla nello stesso cassetto dove sono riposti personaggi che vanno da Occhetto a Zingaretti.

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