Comunicati ed analisi

Pubblichiamo qui tutta una serie di interventi e comunicati sviluppati da realtà e soggettività politiche di base, territoriali e non solo, livornesi ma anche nazionali, in sostegno e solidarietà dello sciopero odierno.

L’unione sindacale di base USB ha indetto per domani 25 marzo una giornata di sciopero generale. Le attività di prima necessità e fondamentali faranno un minuto simbolico di sciopero.Ci uniamo virtualmente a questa battaglia, che in questo momento particolare diventa denuncia, poichè la situazione è tragica e i luoghi chiusi con molte persone all’interno diventano il posto di maggiore proliferazione del virus. Soprattutto al nord dove la situazione è veramente spaventosa per contagi e morti, si continua a lavorare nelle fabbriche, nei supermercati, negli uffici, e questo obbliga i lavoratori a usare metro e trasporti pubblici aumentando il pericolo di contagio. Sappiamo quanto sia drastico chiudere ogni attività, e che certi settori devono rimanere aperti perché fondamentali per l’emergenza o di prima necessità. Ma l’ultimo decreto del governo lascia aperte tante fabbriche e luoghi di lavoro che non hanno niente a che fare con l’emergenza o la prima necessità. Basta scorrere la lista. Capiamo quanto sia duro per un’ attività chiudere, e per un lavoratore rimanere a casa. Dovrebbero partire subito i sussidi. Ci sono attività chiuse da quasi un mese per le quali ancora non è disponibile nemmeno la domanda per la cassa integrazione. All’interno degli ospedali la situazione è esplosiva, i contagi tra gli infermieri e i dottori crescono, non ci sono posti letto, le protezioni tra cui guanti e mascherine scarseggiano. E mentre il governo continua a chiamarli “eroi”, si dimentica di dire quanti tagli sono stati fatti alla sanità nell’arco di 10 anni, quanti posti letto tagliati, mentre le spese militari sono cresciute a dismisura. Cosa ha intenzione di fare il Governo domani? Dovremo avere occhi aperti e buona memoria per far cambiare direzione ad una politica di tagli ai settori pubblici a vantaggio dei settori privati e del profitto privato. E mentre l’esercito e la polizia stanno presidiando le strade, aumentano i casi di denunce e abusi di potere verso persone che portavano a spasso il cane, o chi esce da solo a fare due passi, nonostante la normativa non lo vieti. Le persone eccessivamente sotto pressione per la paura, ad oggi vedono come unico nemico chi esce da solo anche se non è causa di contagio. E ha gli occhi chiusi su tutti il resto.

Come sempre saremo soli, a portare avanti la storia.
CP21

Difendiamo la salute, non il profitto!
La Federazione Anarchica Livornese e il Collettivo Anarchico Libertario esprimono il proprio sostegno alla lotta condotta in queste settimane dalle lavoratrici e dai lavoratori in difesa della propria salute. I provvedimenti tardivi e contraddittori adottati dal Governo per l’epidemia di coronavirus lasciano pericolosamente esposti gli addetti alla produzione. Dopo la firma del protocollo condiviso tra sindacati firmatutto e datori di lavoro, il presidente del consiglio si era arrischiato ad affermare “l’Italia non si ferma”. Purtroppo solo decine di migliaia di contagiati e migliaia di morti lo hanno costretto a chiudere parzialmente le attività produttive. Una “chiusura” molto morbida, che non prevede comunque sanzioni per le aziende che potrebbero aggirare i divieti. Come sempre tutte le responsabilità sono scaricate su chi lavora, mentre l’interesse padronale è sempre tutelato.
I sindacati di regime, che si erano affrettati a firmare il protocollo per mettere a tacere le proteste delle lavoratrici e dei lavoratori, sono ora costretti a inseguire i continui blocchi e scioperi spontanei. Gli scioperi spontanei o, ancora meglio, l’ingresso sul posto di lavoro e il rifiuto di compiere lavorazioni senza le adeguate procedure di sicurezza, sono gli unici strumenti che tutelano la salute dei dipendenti e, indirettamente, di tutta la popolazione. Ancora una volta, le lavoratrici e i lavoratori, con le loro lotte rappresentano l’interesse generale, il diritto di tutti alla salute, mentre governo e padroni difendono solo l’interesse dei privilegiati, l’accumulazione capitalistica, che è la prima causa dei mali e delle sofferenze che ci affliggono. Sosteniamo dentro e fuori i luoghi di lavoro le lotte per la salute che sono state sostenute in questo periodo, le iniziative previste a livello locale e nazionale nella giornata del 25 marzo, con lo sciopero convocato dall’USB a livello nazionale e dalla CUB e altre sigle sindacali in Lombardia, così come sosteniamo tutte le azioni di sciopero e di protesta in corso. Sono già molti i casi in cui si è arrivati a ottenere la chiusura dei luoghi di lavoro, l’applicazione di procedure di sicurezza, o a tutelare comunque i diritti di tutti in caso di riorganizzazione del lavoro. Solo continuando su questa strada è possibile difendere la salute di tutti e porre un argine all’arroganza del Governo e delle aziende che cercano di approfittare al massimo di questa situazione.

Federazione Anarchica Livornese
Collettivo Anarchico Libertario

SULL’EMERGENZA SANITARIA, LO SCIOPERO DEL 25 MARZO E IL REDDITO DI QUARANTENA

L’Italia sta vivendo una vera tragedia, da ogni punto di vista. Non ci sono altre parole per descrivere una situazione che, sotto ogni aspetto, sta condizionando le nostre vite: una tragedia a livello sanitario, che ogni giorno contagia e uccide centinaia di persone, una tragedia a livello sociale ed economico che costringe chi ha un lavoro a (non) scegliere fra la possibilità di continuare a lavorare, mettendo a rischio la propria salute per sostenere quotidianamente le spese di sostentamento necessarie, oppure rimanere a casa nella più totale incertezza e precarietà. Una tragedia anche dal punto di vista delle relazioni umane: da un lato, il blocco totale della socialità e l’avanzare delle restrizioni per chi viola le norme dei decreti, in virtù di una sicurezza collettiva, dall’altro il dramma di chi è costrett* a rinchiudersi in quattro mura con compagn* violent*, senza avere la possibilità di allontanarsi. È un dato ormai tristemente noto quello che vede aumentare i casi di violenza domestica e le segnalazioni ai vari numeri antiviolenza (qui ricordiamo il 1522, attivo 24h) nelle ultime settimane.
Come comportarci di fronte a questa situazione?
Come assemblea e collettivo del Refugio, ci siamo trovat* a riflettere e a confrontarci, seppur a distanza e abbiamo deciso di sostenere e appoggiare lo sciopero previsto per domani, 25 marzo, indetto da USB e appoggiato da altri sindacati. Certamente il blocco di quelle attività ritenute necessarie provocherà non pochi disagi in questi giorni già molto difficili: ma non è più possibile accettare, per noi e per i lavoratori e le lavoratrici, condizioni che non permettano la messa in sicurezza della propria salute e delle propria persona in una situazione emergenziale, durante una pandemia globale.

Siamo perciò a fianco di quelle categorie di lavoratori e lavoratrici che decideranno di aderire allo sciopero, ma non solo. Vogliamo infatti porre l’attenzione su tutte quelle categorie sociali che in questo momento così delicato non possono godere neanche di questo diritto garantito dalle istituzioni: ci sono persone che lavorano infatti senza garanzie contrattuali, persone che vorrebbero essere impiegate attivamente e non possono, persone che hanno scelto l’isolamento sacrificando giorni di ferie o di malattia (che perciò non possono garantire continuità duratura), artist* che vivono delle loro performance, persone che adesso hanno potuto scegliere di non lavorare e che non sapranno se avranno ancora un lavoro alla fine dell’emergenza. Per tutte queste persone e per tutt* noi la soluzione sembra tanto palese quanto difficile da comprendere per le istituzioni, ma di fronte a ciò la nostra richiesta diventa allora ancor più necessaria e forte: chiediamo l’istituzione di un reddito di quarantena per tutt*, che vada oltre il ricorso all’istituto della cassa integrazione, che per quanto utile non è strutturato per tutelare tutti i lavoratori e lavoratrici, specialmente in una situazione come quella attuale. Un reddito emergenziale che permetta a tutt* di vivere dignitosamente e di vivere il lavoro come una scelta e non come un obbligo, che non ponga necessariamente tutt* di fronte al bivio: la salute o il pane. Appoggiamo perciò anche tutte le iniziative che in Italia si stanno muovendo in questa direzione e invitiamo tutt* a seguire i vari canali che si sono creati intorno ad esse. Auspichiamo infine che il reddito di quarantena sia istituito e visto non solo come un provvedimento emergenziale, ma come un primo passo verso un provvedimento permanente che possa permettere di riscrivere in toto il concetto di lavoro: la creazione di un reddito universale che vada al di là della situazione emergenziale e del contentino del reddito di cittadinanza, che permetta a tutt* di vivere con dignità e che faccia sì che non esistano più sfruttatori e sfruttat*, ma che consenta di vivere il lavoro come accrescimento della propria persona, eliminando per sempre il plusvalore capitalista di cui siamo, da fin troppo tempo, schiav*. La situazione d’emergenza causata dalla pandemia ci pone infatti di fronte a molti problemi e molte contraddizioni: la prima fra tutte, il risultato terribile di anni e anni di tagli alla sanità pubblica e di finanziamenti ai privati (il cui esproprio sembra fin troppo lontano in una situazione come questa, in cui apparirebbe come naturale provvedimento, in una società veramente democratica e civile), ma anche la gerarchia di valori che permette al governo di decidere cosa considerare necessario e cosa no: è un dato tristemente noto a tutt* l’insistenza che ha opposto Confidustria alla chiusura delle fabbriche manifatturiere nonostante l’incredibile concentrazione di casi proprio in prossimità delle fabbriche stesse. Ne deduciamo tristemente che durante questa pandemia, sicuramente la salute e la sicurezza delle persone (dei lavoratori, delle lavoratrici) non sono state affatto fin da subito considerate una priorità, sebbene le restrizioni e le sanzioni previste dai decreti lo lascino intendere, quanto piuttosto solo una facciata, al di là della quale è facile dedurre che il profitto abbia mantenuto invece il primato fra le necessità del governo. L’unica speranza è che questa pandemia non lasci sui nostri corpi solo ferite o isolamento forzato, ma che stimoli riflessioni su quella che è stata la nostra vita da ormai molti anni prima dell’emergenza: la mancanza di sicurezza sul lavoro, la sensazione di precarietà, la noncuranza verso la sanità pubblica, l’assoluta priorità da parte del governo al PROFITTO come unico bene primario e, non per ultima (con un cenno di autocritica verso tutt* noi) la mancanza di senso comunitario di collettività accompagnano le nostre esistenze da fin troppi anni ormai. Che lo stimolo a riorganizzarci, a riscoprirci vicin* seppur lontan*, a pretendere i nostri diritti sia molto più contagioso di questo virus che da settimane ci vuole isolat* e reclus*.
Teatrofficina Refugio

25 MARZO: SCIOPERO GENERALE!

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo in Italia è classista.
C’è chi fa scorte di cibo e chi non può permetterselo.
C’è chi scrive #iorestoacasa e si gode la quarantena dalla propria villa, e chi la sconta in 40 metri quadri con tre generazioni di parenti.
C’è chi una casa ce l’ha, e chi viene multato perché vive in strada senza alternative.
C’è chi affronta tutto questo in carcere, in celle sovraffollate e in condizioni igieniche e sanitarie praticamente nulle.
C’è chi ha il privilegio di poter vivere questo momento in una casa sicura, e chi una casa sicura non ce l’ha mai avuta, persone per cui vita domestica è da sempre sinonimo di violenza, paura e sopruso.
C’è chi non ha contratto, chi non potrà accedere agli ammortizzatori sociali creati goffamente, c’è chi, per gli interessi del capitale, continuerà a lavorare senza garanzie per la propria salute e quella dei propri cari.
Uno sciopero generale in un momento così critico non dovrebbe essere necessario.
È evidente però, che la supremazia degli interessi economici rispetto alla salute pubblica ha portato a miliardi di tagli negli ultimi anni abbandonando il personale sanitario ad affrontare questa pandemia senza posti letto, terapie intensive e dispositivi sanitari adeguati.
Confindustria dirotta le scelte governative costringendo i lavoratori di servizi non essenziali a continuare a lavorare mentre rischiano la loro vita. Nel frattempo nelle città si assiste ad una militarizzazione incredibile con cittadini-sceriffo che, terrorizzati a causa del bombardamento mediatico, si scagliano con chiunque sia fuori, arrivando a prendersela con chi deve andare a lavoro, chi esce per fare la spesa o fa attività sportiva in solitaria.
I dati lo dimostrano: dove si continua a lavorare, ci si continua ad ammalare.
Pretendere che per il profitto di pochi, milioni di lavoratrici e lavoratori mettano a repentaglio la loro vita e la vita di tutte e tutti equivale all’accettazione fredda e calcolatrice del più mero pensiero capitalista. Morte tua vita mia. Condanniamo in quanto criminale la gestione di questa crisi da parte della classe dirigente che, guidata come sempre dalla mera logica del profitto, lascia i lavoratori esposti al rischio di contrarre questo virus. Non possiamo giudicare questo virus con criteri morali umani. Esso è un qualcosa di naturale, neutrale nelle sue “azioni” e nei suoi danni. Ma la gestione con cui viene affrontato no: è umana, è deliberata, ha una connotazione etica, e nasconde un’ideologia ben precisa, che condanniamo.
Per tutti questi motivi aderiamo e sosteniamo lo sciopero odierno lanciato da USB, seppur nelle sue forme simboliche come in alcuni settori, consapevoli che un sistema che mette il profitto prima della salute sarà sempre nostro nemico e ci troverà sempre uniti nella lotta.
Ex Caserma Occupata

Difficilmente prendiamo parola su questioni che non riguardano direttamente le nostre pratiche, perché non è nostro metodo e perché pensiamo invece che “prima fare e poi parlare” rappresenti a pieno quello che siamo. In questo caso, però, la situazione eccezionale richiede di fare uno strappo alla regola (che a esser sinceri abbiamo fatto già altre volte in passato) e di mettere nero su bianco alcune considerazioni sulle quali non vogliamo stare zitte/i. La situazione eccezionale che stiamo vivendo non riguarda solo l’inaccettabile numero di morti che in queste settimane sta sconvolgendo il nostro paese e soprattutto le aree della Lombardia e del Nord Italia. E non riguarda solo la velocità con cui sono emerse tutte le mortificazioni subite negli ultimi decenni dai servizi nel nostro paese, partendo dalla sanità pubblica per arrivare al tema del carcere. La situazione eccezionale che sta succedendo adesso, e che l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che accelerare, è l’eredità di moltissimi anni nei quali tutti i governi, dai colori più disparati, hanno proceduto sistematicamente a smantellare i più basilari diritti. Tra questi il diritto lavoro e la salute dei lavoratori. L’affastellarsi di provvedimenti governativi, regionali e di novelli Sindaci-sceriffi, che in altre occasioni sarebbe stata solo una pantomima grottesca, ha invece assunto nelle ultime settimane il volto della tragedia. Ha fatto emergere la tenaglia che si produce tra il ricatto sui posti di lavoro da un lato e l’austerità dall’altro. La pandemia si è configurata come la tempesta perfetta. Con l’accordo del 14 marzo tra i vertici di CGIL-CISL-UIL e Confindustria si sono costruite, sulla pelle dei lavoratori e di tutti noi, le premesse perché questa tempesta divampasse ancora più potente e drammatica. Mentre i luoghi di lavoro si accendevano di scioperi e proteste nate dal basso tra chi la pelle la rischia davvero (delegati inclusi), in alto ci si accordava sugli “obblighi” dei lavoratori e sulle “possibilità” per i datori di lavoro. Uno squilibrio nel gioco messo nero su bianco, due parole che rendono palese l’asimmetria nella quale la pandemia si sta diffondendo. Un accordo privo di qualsiasi forza migliorativa per la sicurezza nei luoghi di lavoro, quando quei luoghi andavano invece chiusi per tutelare la salute di tutte e tutti. Gli effetti di questa dinamica hanno contribuito a diffondere il virus, dato che le fabbriche hanno agito come luoghi di diffusione del contagio. Primo perché i lavoratori per raggiungere i luoghi di lavoro si spostano tutti assieme nelle stesse ore, spesso usando treni o mezzi pubblici. Secondo perché aver chiuso asili e scuole ha fatto sì che i genitori costretti a lavorare lasciassero i bambini ai nonni, esponendoli cosi al rischio del contagio. Terzo perché la mancanza di una normativa precisa e vincolante per i datori di lavoro ha permesso che le misure di messa in sicurezza medico-sanitaria si trasformassero in terreno di discrezionalità, dove solo le lotte dei lavoratori stessi hanno permesso di difendere la sicurezza di tutti e tutte noi. Pensiamo ai lavoratori dei supermercati, per esempio. L’Art. 16 del decreto “Cura Italia”, sancendo l’equiparazione “d’ufficio” tra i vari Dispositivi di Protezione Individuale, costituisce l’esempio emblematico dell’asimmetria all’interno dei posti di lavoro, autorizzando l’uso -in funzione di tutela della salute – addirittura di “mascherine filtranti prive del marchio CE”. Tanto valeva – permetteteci l’ironia – di annoverare tra i requisiti di sicurezza l’uso dello scottex o dei fazzolettini di carta. Bergamo, in particolare, è stato il luogo in cui maggiormente si è concentrata finora questa catastrofe. Gli interessi padronali hanno impedito la creazione di una zona rossa regionale tempestiva, e quando è stata istituita è stata tardiva e non ha fermato le produzioni non essenziali. Dove è stata invece adottata questa misura, come a Lodi, i risultati si vedono ed è chiarissimo che si è dimostrato un provvedimento fondamentale a limitare la diffusione del virus. Sulle spalle di Bergamo è ricaduto un numero ingiustificabile di morti, sulle spalle di Bergamo è ricaduto il peso della battaglia tra profitto e salute. Le pressioni esercitate da chi antepone il profitto alla salute dei lavoratori, partendo da Confindustria, continuano tutt’oggi. Il Decreto firmato l’altro ieri, che mediaticamente è stato sbandierato come il tanto richiesto blocco alla produzione, già alla prima lettura si conferma come l’ennesimo compromesso tra governo e Confindustria e, francamente, ci domandiamo a quale titolo un’associazione di industriali possa anche solo “permettersi” di suggerire cosa è meglio fare o non fare dopo aver prodotto questo macello. Ma la risposta la sappiamo. Purtroppo.

Non sono un caso le maglie larghe con le quali si sono scelte le classi ATECO delle aziende autorizzate a proseguire la produzione, mentre la deliberata confusione e vaghezza del provvedimento non porta alcun chiarimento su cosa costituisce la filiera produttiva essenziale. Non è un caso che il decreto, comunicato in pompa magna, accolga completamente la richiesta di Confindustria di posticipare la sua entrata in vigore il più possibile, cioè entro mercoledì 25. I timidi borbottii di CGIL CISL e UIL, che con notevole ritardo minacciano lo sciopero e accusano il governo di aver giocato sporco cambiando la lista delle aree produttive autorizzate a rimanere in funzione, la dice lunga su chi siede nella vera stanza dei bottoni. In questo decreto si leggono, in controluce, i rapporti di forza esistenti: la mano pesante di Confindustria e la debolezza di un sindacato che da troppo tempo ha scelto la concertazione come modello privilegiato di regolazione del conflitto tra capitale e lavoro. Tutto questo ci fa capire una sola cosa: l’emergenza, ancora un’altra volta, non ha fatto altro che accelerare e mettere in luce i rapporti che esistono dentro la società. Non ha creato niente che non esistesse già. Emerge ancora, più forte di prima, l’asse lungo il quale si dipana tutta la faccenda. Un asse che contrappone i lavoratori e la loro salute ai padroni e i loro profitti. E noi stiamo coi lavoratori, su questo non abbiamo dubbi. Per questo, come BSA, nelle prossime ore produrremo dei supporti grafici per fornire ai lavoratori le informazioni necessarie su come comportarsi nei luoghi di lavoro per tutelare la loro salute e difendere il loro posto di lavoro. Lo facciamo perché per noi la solidarietà attiva è parte integrante della difesa della condizione della nostra classe. È stato sempre così per la nostra organizzazione, perché sappiamo benissimo che non è vero che le tragedie colpiscono tutti alla stessa maniera. Vogliamo quindi dare la nostra totale solidarietà a tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori in sciopero o che sciopereranno nelle prossime ore e nei prossimi giorni, pagando con il loro salario la sicurezza di noi tutti.
Brigate di Solidarietà Attiva

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