Crisi: pronti a tutto! L’eterno ritorno degli antichi riti.

Nella vicenda della crisi di governo ci troviamo di fronte ad una narrazione dei mezzi di comunicazione che non convince, piena di stranezze e controsensi. Una narrazione prodotta dalla sinergia politica-media che parla di un corpo a corpo tra leader nel governo ma, dietro quest’apparenza profusa dai media organici al sistema, ci sta altro: la questione della governace di un’enorme massa di denaro. Il potere, parafrasando M. Foucalt, “produce le sue verità per poter esercitarsi e convincere” e in questo frangente le verità prodotte dal potere vanno spogliate dalle loro parvenze e mostrate. Certamente lo scenario è penoso.
L’agonia in cui si dibatte il governo è sconcertante come l’indecente caccia al senatore. Tutto questo mostra una repellente immagine della democrazia e allontana la gente dalla politica. Inoltre crea una frattura insanabile tra il popolo e i suoi rappresentanti. Rappresentanti fuori controllo che eletti da una sponda saltano all’altra come canguri attirati al cambio di casacca da ragioni che forse hanno poco a che fare con il bene comune. Mercoledì è il giorno cruciale. Al senato sarà esposta la relazione sullo stato di salute della giustizia dal guardasigilli in carica. Potrebbe essere una relazione giustizialista e toccare argomenti come quello della prescrizione di regola indigesta a molti senatori.
Pertanto fervono le trattative ad personam per sostenere la debole alleanza di governo. Le ipotesi in campo più probabili sono: quella di un nuovo gruppo parlamentare di senatori; il mutamento di giacca di altri senatori verso i partiti di governo; un cartello di moderati modello macedonia che faccia da puntello al premier in carica.
A tal fine sono stati mandati in missione diversi sherpa che stanno trattando senza posa al fine di ottenere in pochi giorni, numeri sufficienti per avere la maggioranza di governo.
Il tempo stringe e occorre far presto per centrare il bersaglio prima di mercoledì prossimo per evitare di andare sotto al senato e aprire una nuova crisi. La crisi della maggioranza si aggiunge agli attriti che si erano già da qualche tempo manifestati nelle politiche sanitarie ed economiche. Ciò nonostante la propaganda mediatica maschera di successi, il governo Conte uno e bis, rispettivamente giallo verde il primo e giallo rosa il secondo, mentre le ragioni principali della crisi sono rimaste opache.
Questa crisi, che a prima vista è incomprensibile, è stata scatenata presumibilmente dagli interessi che ruotano intorno alla futura gestione dei circa 224 miliardi di euro del recovery plan e per una metodologia poco partecipata e trasparente nella stesura del documento finale del Recovery Plan. Comunque sia, la lotta tra Conte e Renzi, molto difficilmente porterà a nuove elezioni. Troppi sono le attrattive in gioco e molti i soldi da spendere. La cosa dolorosa è che di questi aspetti trapela poco o niente. Gli elettori sono lasciati fuori dalla realtà delle questioni e persuasi, ammaliati e storditi dai media che, in quattro e quattr’otto, raccontano un’altra storia della crisi. Il recovery plan rimane un oscuro geroglifico tutto da decifrare.
Sarebbe molto democratico poter conoscere quali saranno i criteri e i modi di assegnazione dei soldi, chi li gestirà effettivamente, chi saranno i beneficiari sia pubblici sia privati, quali saranno le linee di comando e le gerarchie coinvolte, quali le istituzioni, che procedure si seguiranno nell’assegnazione delle risorse, i tempi, i progetti concreti vecchi e nuovi che saranno finanziati, le zone e le strutture territoriali che ne beneficeranno, come saranno percentualmente divisi sul territorio nazionale, eccetera.
Tutto questo fino ad ora è poco chiaro. In pratica il piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) è parecchio generico e complesso. Esso è suddiviso in sei missioni. Le missioni sono inoltre ulteriormente suddivise in sedici cluster e quarantotto linee per un totale complessivo di 223,9 miliardi di euro. Le sei missioni riguardano: 46 miliardi per la digitalizzazione (di questi ben 11 miliardi verranno ingoiati per la digitalizzazione della P. A) i restanti per l’ innovazione, competitività e la cultura (?); 68,9 miliardi per la rivoluzione verde e la transizione ecologica (di questi ben 6,30 miliardi verranno spesi per impresa verde e economia circolare e 29 miliardi per la efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici, mentre soltanto 15 miliardi per la tutela del territorio e delle risorse idriche); 31,9 miliardi per le infrastrutture e la mobilità sostenibile ( 28,30 miliardi per l’alta velocità e manutenzione stradale (non c’è alcun accenno all’ampliamento e modernizzazione della rete ferroviaria specialmente al sud e nelle isole vedi la Sardegna); 28,4 miliardi per l’istruzione e la ricerca (nuove borse di studio ? strutture universitarie?); 27,6 miliardi per inclusione sociale; 19,7 miliardi per la sanità (di cui 7.90 miliardi per assistenza di prossimità e la telemedicina (braccialetti elettronici e software di gestione a distanza invece di potenziare le strutture sanitarie ); 11,82 miliardi per innovazione, ricerca (privata, universitaria o pubblica?).
In sostanza il divorzio si è consumato con buona approssimazione sulla Governance dei fondi europei. Quando si parla di governante si deve fare riferimento alle cabine di regia, ai referenti, alle commissioni, ai responsabili, ai manager, ai quadri dirigenti, ai consulenti pubblici e privati, che ci costeranno un occhio della testa, ai meccanismi di controllo e di attuazione. Insomma una considerevole parte di soldi si perderà in questa selva oscura, dove la via dritta dell’interesse generale potrebbe smarrirsi in mille rivoli. Pertanto il modello di governace è determinante, perché in fin dei conti è in quest’area che si giocano i rapporti di forza tra poteri e interessi pubblici e privati legati alle varie aree politiche e lobby economiche. Tutto il resto è noia condita nella solita minestra da prima repubblica, vizietti, senza troppe pubbliche virtù.
Infine non deve sfuggire che buona parte delle missioni del piano è stata già indicata dalla commissione europea come prerequisiti per ottenere l’accesso ai fondi che compongono il recovery plan, come dire, ti do i soldi ma guarda di spenderli bene e in particolare in questi settori e nelle percentuali minime prefissate dall’unione. Ricapitolando: l’attuale compagine di governativa è come una vecchia batteria esausta che non può essere riciclata. Pertanto rimane soltanto aperta la strada della discarica politica di tutta la coalizione di governo e nuove elezioni con un proporzionale puro, senza premi di maggioranza né soglie di sbarramento per le minoranze. Ignorare tal evidenza e incaponirsi con il recupero di vecchie alchimie trasformiste non possono che suscitare sdegno nella popolazione.
Inoltre tale strategia inquina ulteriormente il devastato ambiente politico già molto vicino alla soglia del collasso democratico. Il limite della decenza e del buon senso è stato in questa fase superato abbondantemente dall’ipocrisia e dalla demagogia profusa a palate dagli attori principali di questo dramma che si consuma sulle spalle del paese.
L’impatto economico e politico che hanno lasciato i governi Conte è stato molto forte con costi non indifferenti in termini di aumento del debito pubblico, con larghe fasce della popolazione e settori in crisi per il lockdown che sono rimasti non adeguatamente coperti. Non può sfuggire la trasformazione che ha colpi di emergenza, sta mutando geneticamente la nostra democrazia parlamentare. Una metamorfosi che sta conducendo il paese verso una repubblica presidenziale. Tali aspetti sono segno evidente d’inefficienza organizzativa e di un’inadeguata preparazione e conoscenza dei problemi che occorreva risolvere. Aspetti che si sono palesati in tutte le fasi della crisi epidemica fino a giungere alla traballante e confusionaria campagna di vaccinazione e alla commedia del recovery plan. Nonostante i numerosi sbagli e vari inciampi di percorso, frutto di una visione miope dei fenomeni, nessuno si è dichiarato responsabile né tanto meno è stato sollevato dall’incarico.
Infine se si dovesse scegliere una mascotte per questa vicenda, credo che potrebbe essere scelto lo struzzo per la sua qualità di sapersi adattare a ogni clima e di sopravvivere nelle savane popolate da feroci e affamati predatori.

{d@ttero}

Immagine: pexels-pixabay-259234 da https://www.pexels.com/it-it/

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