Critica del liberismo verde

Da circa quarant’anni il mondo accademico accarezza l’idea del capitalismo sostenibile. Come c’era da attendersi, il «pensiero economico» si è mostrato prolifico nel proporre formule per la materializzazione di quest’idea.

Così negli anni ’90 abbiamo assistito alla nascita del genere letterario dei «business verdi», che avrebbe subito acquistato peso, particolarmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito (cf. Cairncross, 1992; Hawken, 1993; Hawken, Lovins & Lovins, 1999). Il problema alla cui soluzione intendevano contribuire questi testi era quello di trovare il modo di orientare un sistema socioeconomico dominato dallo scopo di lucro verso la preservazione di una biosfera ragionevolmente sana. In un contesto come quello del neoliberismo globale, nel quale la indiscussa egemonia di questo scopo in ogni segmento della vita sociale ha superato agilmente qualsiasi precedente, non è difficile indovinare quali siano stati i mezzi invariabilmente ipotizzati per raggiungere l’obiettivo dalle origini stesse del genere fino ai giorni nostri: la religione dell’efficienza del mercato incarnata nelle sagre di compravendita dei diritti di inquinamento, la magia della somma delle decisioni individuali diventata consumismo verde e la mitologia della capacità innovatrice del settore privato (cf. Mazzucato, 2013) sfociata in futuribili tecnologie redentrici.

Il liberismo verde, come scuola di pensiero politico, sorge alla fine degli anni ‘90 come una sorta di ricomposizione filosofica degli argomenti di taglio economico e di quelli con cui il mondo accademico già da un decennio cercava di dare una mano di pittura verde al capitalismo. Oltre a questi antecedenti economicisti, il liberismo verde poté anche radicarsi sul terreno conquistato durante gli anni ’80 dalla sociologia centroeuropea nell’ambito di quella che venne chiamata «modernizzazione ecologica». Nel nucleo di questa corrente sociologica troviamo l’idea che la crisi ecologica possa risolversi all’interno del quadro istituzionale ereditato dalla Rivoluzione industriale: non sarebbe necessario rifondare il progetto di fondo delle nostre società nella sfera culturale, politica o economica, ma, in sostanza, introdurre alcuni ritocchi minori qua e là. Su questo punto «modernizzazione ecologica» e «liberismo verde» sono, essenzialmente, sinonimi, ma mentre le disquisizioni dei teorici della modernizzazione, guidati da Joseph Huber, rientrano nella metafisica sociale, quelle dei liberali verdi rientrano nella metafisica politica. In questo senso, il liberismo verde irrompe come una nuova teoria politica articolata intorno alla difesa della democrazia liberale come forma di governo, il capitalismo di mercato come sistema socioeconomico connaturato alla prima e alcuni ideali di stampo ecologico annotati ai margini di un’agenda politica moderata esplicitamente contrapposta all’agenda radicale del pensiero politico verde tradizionale.

Questa contrapposizione si presenta come una vittoria, cioè quella della democrazia liberale sul radicalismo ecologista. A sua volta, questa vittoria avrebbe avuto la forma di un’assimilazione selettiva nella quale sia le basi teoriche che le istituzioni della democrazia liberale si sarebbero dimostrate sufficientemente flessibili da assorbire quanto di buono ci poteva essere negli ideali politici dei radicali verdi (cf. Van Deth, 2004). Da questo punto di vista si invita a considerare, per esempio, la meteorica trasformazione dei Verdi tedeschi (Bündnis 90/Die Grünen) da partito di un’organizzazione di base in partito parlamentare convenzionale che, con il tempo, sarebbe arrivato a diventare «il nuovo partito della moderazione e del centro» (Pérez de la Cruz, 2020) -certamente, quasi non stupisce oggi che il candidato verde partecipi alle elezioni elogiando l’economia di mercato e presentandosi come un «pragmatico» che non è «né di destra né di sinistra» (Bonet, 2019).

In ogni caso con questa assimilazione selettiva il radicalismo verde avrebbe smesso di costituire una minaccia per l’unità indissolubile ex hypothesi formata dalla democrazia liberale e dal capitalismo di mercato. Qui saremmo di fronte alla tesi della morte dell’ecologismo (cf. Wissenburg & Levy, 2004), secondo la quale gli elementi salvabili della teoria e della pratica politica dell’ecologismo sarebbero già passati a far parte della teoria e della pratica politica della democrazia liberale: il resto di quella ideologia obsoleta (Blühdorn, 1997), cioè l’aspirazione utopica a un cambiamento di sistema, sarebbe semplicemente naufragata nella sua stessa futilità. L’ecologismo, «come contro-movimento e contro-ideologia, come critica e alternativa al capitalismo», sarebbe semplicemente morto, trasformandosi in una mera «pagina della storia del pensiero politico» (Levy & Wissenburg, 2004: 194-195).

Su questo punto è interessante sottolineare che quando i liberisti verdi parlano di «radicalismo verde» o, semplicemente, di «ecologismo», quello che hanno in mente non è altro che la tradizione complessiva del pensiero politico verde. L’opposizione del liberista verde a questa tradizione ha le sue radici nel modo in cui l’ecologismo includerebbe nella sua agenda politica l’idea di sostenibilità in chiave di concezione ecologica del bene. Secondo i principi del liberismo verde, la virtù primordiale della democrazia liberale risiede nella sua capacità di accogliere ogni possibile concezione etica della vita buona. In questo modo, l’introduzione di ideali etici in qualsiasi agenda politica sarebbe sufficiente per scartarla a causa della sua ingerenza nell’ambito privato delle opzioni individuali. Il liberismo verde tenta, quindi, di fare in qualche modo spazio per l’inclusione di certi ideali ecologici nella sua agenda politica senza mettere in pericolo il suo impegno con la neutralità etica. In pratica, questa complicata traiettoria sul filo del rasoio argomentativo si plasma in un compromesso con l’etica del capitalismo realmente esistente prima ancora che con la neutralità etica, perché non è difficile avvertire nella presunzione di neutralità normativa del liberismo verde un compromesso normativo con lo status quo (cf. Barry, 2004).

Così la difesa dell’etica del mercato si configura come la soluzione dei liberisti verdi ai problemi che essa stessa ha prodotto. In questo senso, di fronte all’incidenza del pensiero politico verde tradizionale nella patologia del nostro metabolismo ecosociale e la concomitante necessità di affrontare la logica istituzionale etiologicamente responsabile, il liberismo verde metterebbe un accento ottimista sull’inventiva umana e la capacità dell’iniziativa privata per generare innovazioni tecnologiche capaci di risolvere tutti i problemi che si possano presentare. I liberisti verdi vedono nel sistema socioeconomico capitalista non il problema, ma piuttosto la condizione di possibilità della sua soluzione, in modo che gli imperativi di massimizzazione, «sviluppo» e crescita economica insiti in questo sistema si rivelerebbero come panacea ecologica.

Il liberismo verde invita, in sintesi, all’abbandono del programma politico dell’ecologismo, cioè a «smettere di cercare di cambiare le nostre strutture, dinamiche e istituzioni sociali, politiche ed economiche» per «remare con la corrente e lavorare a favore, non contro il capitalismo, la globalizzazione, etc.» (Barry, 2004: 184).

Data la coerenza del liberismo verde con l’ortodossia culturale, mediatica, politica ed economica, sembrerebbe supefluo che questa corrente di pensiero si prendesse il disturbo di superare le frontiere del mondo accademico per sviluppare un animoso movimento attivista. Tuttavia fin dalla prima decade del millennio si è potuto constatare una vera emorragia delle più variopinte produzioni mediatiche dai quartieri generali dei principali nuclei di radicamento politico del liberismo verde, come il Breakthrough Institute, la Apollo Alliance o il Copenhagen Consensus. A quanto pare, nel nostro avanzamento verso la discarica della storia geologica, anche la minima deviazione ideologica dev’essere compensata con un do di petto propagandistico.

 

Riferimenti

Barry, J. (2004) “From environmental politics to the politics of the environment: The pacification and normalization of environmentalism?”, en M. Wissenburg & Y. Levy (eds.), Liberal Democracy and Environmentalism. The End of Environmentalism?, London: Routledge, pp. 179-192.

Blühdorn, I. (1997) “A theory of post‐ecologist politics”, Environmental Politics, 6(3), pp. 125-147.

Bonet, E. (2019) «Marea verde: Los partidos ecologistas esperan trasladar a las urnas el clamor por la urgencia climática», Público, 24 de mayo.

Cairncross, F. (1992) Costing the Earth. The Challenge for Governments, the Opportunities for Business. Boston: Harvard Business School Press.

Hawken, P. (1993) The Ecology of Commerce. A Declaration of Sustainability. New York: Harper Collins.

Hawken, P., Lovins, A. B. & Lovins, L. H. (1999) Natural Capitalism. The Next Industrial Revolution. Boston: Little Brown.

Levy, Y. & Wissenburg, M. (2004) “Introduction”, en M. Wissenburg & Y. Levy (eds.), Liberal Democracy and Environmentalism. The End of Environmentalism?, London: Routledge, pp. 1-9.

Mazzucato, M. (2013) The Entrepreneurial State. Debunking Public vs. Private Sector Myths. London: Anthem Press.

Pérez de la Cruz, J. (2020) «La extrema derecha, la gran asignatura pendiente de la Alemania reunificada», Público, 3 de octubre.

Van Deth, J. W. (2004) “Series editor’s preface”, en M. Wissenburg & Y. Levy (eds.), Liberal Democracy and Environmentalism. The End of Environmentalism?, London: Routledge, pp. xi-xii.

Wissenburg, M. & Levy, Y. (2004) Liberal Democracy and Environmentalism. The End of Environmentalism? London: Routledge.

 

Estratto dal libro La batalla por las ideas tras la pandemia. Crítica del liberalismo verde, de Asier Arias, con prólogo de Jorge Riechmann

Fonte: https://rebelion.org/liberalismo-verde-pieles-de-cordero-chic/

Tradotto per Codice Rosso da Andrea Grillo

 

 

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