Il “Manifesto contro il lavoro” venti anni dopo

È uscita in Germania, nel 2019, la IV edizione del Manifesto contro il lavoro (I edizione in Germania nel 1999, tr. it.2003).1

Un’edizione particolarmente significativa poiché cade nel ventennale della prima uscita di questo importante e acuto libro che, provocatoriamente – nell’epoca della “disoccupazione” cronica e della litanía generalizzata implorante “lavoro, lavoro” -, attaccava (e attacca) frontalmente e “categorialmente” il paradigma lavorista, dimostrando come si tratti di un costruzione storica e non connaturata all’umano tantomeno eterna. Un paradigma, cioè, legato a doppio filo alla modernità capitalistica e di fatto in “scadenza” nell’epoca della terza rivoluzione industriale, quella caratterizzata dalla produzione guidata dalla microelettronica e capace di performances produttive impensabili già solo per il taylorismo-fordismo del boom economico del secondo dopoguerra.

Il Manifesto contro il lavoro, per essere più precisi, così come tutto il pensiero critico che si rifà alla Critica del Valore – corrente di pensiero di cui lo stesso Manifesto fa parte – non opera però una mera critica del “fare” tout court. Gli autori di questo intrigante Pamphlet2 sono stati spesso superficialmente accusati di essere niente più che un manipolo di intellettuali svogliati fannulloni sfaccendati e, naturalmente, parassiti (con tutta la connotazione anti-semita che questo tipo di accuse porta con sé),3 imputati di una sorta di “istigazione” al vagabondaggio. Anche se non ci sarebbe, in fondo, niente di particolarmente scandaloso se il messaggio di questo libro mirasse ad un mero rifiuto a priori del diktat lavorista capitalistico – come comunque anche fa – il Manifesto opera tuttavia una critica più articolata e profonda. Questo testo, così come la Critica del Valore, vuole soprattutto mettere alla berlina il “lavoro astratto”, riprendendo esplicitamente una definizione marxiana con la quale Marx intende individuare la “forma storicamente specifica di attività della società capitalistica” cioè l’“attività che produce merci”.4 Il “lavoro astratto” è quella forma di attività, che noi conosciamo semplicemente come “lavoro”, che sfrutta e devasta mondo e persone al solo fine di produrre cose (merci) per generare accumulo di ricchezza monetaria da poter reinvestire, dunque capitalizzare, per ottenere lo stesso scopo ad infinitum, cioè fino alla fine dei tempi – o del mondo, che è la stessa cosa. “Fine” che, detto per inciso, contribuisce esso stesso a determinare.

Lo scopo “astratto” di questo lavoro, dunque, è l’aumento continuo di una “ricchezza” fine a se stessa, calcolata in termini monetari. Niente viene prodotto semplicemente per il suo “valore d’uso” (per usare una terminologia comunque criticabile e compromessa), ma per la possibilità che, attraverso la produzione, si crei ulteriore ricchezza monetaria da reinvestire in un nuovo circolo, decisamente poco virtuoso, di creazione di valore. Un tavolo non viene costruito per essere utilizzato come mensa; una sedia non viene costruita per sedersi; un bicchiere non viene costruito per bere, e via di seguito. Tutti questi sono quasi “effetti collaterali”, o comunque valori d’uso subordinati al valore di scambio, che impera. Dal punto di vista capitalistico attività concrete, difficilmente recuperabili e assoggettabili tout court alla logica del “lavoro astratto”, come la cura degli anziani o dei bambini, le attività domestiche, ma anche le pratiche artistiche o culturali, quelle legate alla salute, all’istruzione etc., sono generalmente improduttive (anche se possono essere talvolta rese “produttive”, quindi anch’esse “lavoro astratto”, ma con difficoltà ed entro certi limiti). Esse rappresentano soprattutto un costo, benché servano alla vita comune e alla felicità delle persone certo molto di più della costruzione forsennata di mine antiuomo o auto cabriolet in serie, le quali invece possono essere considerate attività “produttive”, sempre capitalisticamente parlando, perché sostengono il ciclo infernale dell’accumulo di capitale. Non si produce, insomma, per qualche scopo razionale,5 per esempio il benessere comune o la salvaguardia dell’ambiente, ma solo per il fine in sé irrazionale della valorizzazione del valore. L’importante è la crescita infinita del capitale, tutto il resto non conta, e questa avviene attraverso la messa a valore di un lavoro privo di contenuto e indifferente rispetto a tutto ciò che non conduca all’accumulo di denaro, da reinvestire in un nuovo ciclo di valorizzazione. Questo lavoro “astratto” (che è la “sostanza” del capitale) – comunque in estinzione, secondo la Critica del Valore, nell’epoca della III rivoluzione industriale – è dunque l’unico “produttivo” in senso capitalistico, ed è ciò che viene preso di mira e aspramente criticato nel Manifesto.

La IV edizione è corredata da una nuova introduzione, a cura di Norbert Trenkle ,6 la quale propone un approfondimento interpretativo rispetto alle edizioni precedenti.

Trenkle sottolinea qui come all’epoca della prima apparizione del Manifesto non fosse forse ancora abbastanza chiara la dimensione e l’importanza di ciò che, con Marx, viene definito “capitale fittizio”, ovvero quel capitale sorto non dalla realizzazione di valore sui mercati, ma dalla creazione “ex-novo” di valore virtuale sganciato dall’economia reale e che in qualche modo tiene in vita il sistema nonostante la crisi irreversibile del “lavoro astratto”, il quale è – ripetiamo ancora una volta – il fondamento vero e proprio dell’economia capitalistica. Questo “capitale fittizio”, che dovrebbe in linea teorica essere solo valore che si realizzerà in futuro, che verrebbe temporaneamente anticipato per finanziare le attività imprenditoriali o tenere in vita il sistema nei momenti di crisi, non potrà però in realtà mai realizzarsi nell’economia reale alle condizioni della III rivoluzione industriale – sostiene la Critica del Valore – proprio a causa del crollo dell’efficacia del “lavoro astratto”. Il valore “fittizio” di questo accumulo di capitale, che rimane di fatto “virtuale”, è all’origine di tutte le bolle finanziarie, compresa quella terribile del 2008 da cui non siamo ancora usciti (e nemmeno usciremo, perché non si tratta, sempre per seguire il pensiero degli autori del Manifesto, di una crisi “ciclica” ma appunto strutturale, dalla quale non si esce all’interno delle coordinate del sistema capitalistico).

Il capitale fittizio però, secondo gli autori all’epoca del primo Manifesto, non avrebbe avuto lunga durata, e sarebbe imploso in tempi brevi generando una crisi devastante e irrecuperabile. Ma questo, in realtà, non è accaduto, nonostante la caduta comunque verticale e repentina dell’economia mondiale a partire dal 2008.
Che cosa è accaduto? Che cosa ha salvato il sistema?

Dice Trenkle, nella introduzione menzionata:

“Anche se nel Manifesto avevamo già affrontato la questione del rinvio della crisi attraverso il capitale fittizio, a posteriori va detto che non ne avevamo allora compreso a sufficienza le dinamiche interne e la logica di movimento e quindi ne abbiamo giudicato male le dimensioni e l’orizzonte temporale”.

Questa maggior “longevità” non “salva” il capitale, ma al massimo ne ritarda la dinamica auto-distruttiva. Infatti, il capitalismo, per quanto possa farsi “virtuale”, non può fare a meno, presto o tardi, di una realizzazione di valore nell’economia reale. Ma questa, ripetiamo, non può più darsi, per cui al sistema resta come unica speranza di sopravvivenza l’ancora di salvataggio permanente della finanziarizzazione legata alla crescita di capitale fittizio. Ma, dice sempre Trenkle nell’introduzione:

“più dura l’epoca del capitale fittizio, più difficile è aprire questi nuovi campi di speranza per l’economia reale, mentre allo stesso tempo le rivendicazioni di valore futuro, che in realtà non possono più essere riscattate, continuano ad accumularsi sempre di più. Si trova qui il limite interno del capitalismo sostenuto dall’accumulazione industriale finanziaria”.

Questo accumulo senza “sfogo” è destinato a gonfiare bolle speculative che, prima o poi, dovranno esplodere, con conseguenze purtroppo devastanti, soprattutto per gli “esclusi”.

Quanto sopra non deve però scoraggiare né rallentare percorsi di liberazione. Piuttosto, si tratta qui di provare a cercare la massima chiarezza nell’analisi e lo sguardo quanto più possibile lucido, aspetti che non devono indurre allo sconforto, ma preparare il terreno in direzione di un’autentica emancipazione dai lacci e lacciuoli del sistema del capitale. In questo senso è determinante rompere con la presunta ontologia del lavoro che, ribadiamo, fa tutt’uno con la nascita del capitalismo, e con le illusorie convinzioni per le quali sarebbe sufficiente difendere il “lavoro onesto” per dichiararsi ed essere fuori dalle coordinate del sistema, se non addirittura “contro” di esse. Ancora Trenkle nell’introduzione:

“L’estrema polarizzazione della distribuzione globale della ricchezza, che negli ultimi decenni ha assunto proporzioni quasi oscene, viene qui tematizzata come se ‘il popolo’ (o come viene spesso chiamato: ‘il 99 per cento’) fosse in qualche modo esterno al capitalismo e fosse solo esternamente oppresso, dominato e sfruttato da una minoranza globale ma potente (l’1 %). Con ciò si rimuove completamente il fatto che la difficoltà maggiore dell’emancipazione sociale sta proprio nel rompere la ‘formattazione’ capitalistica dei soggetti e nel superare lo stile di vita della società della merce a cui sono costretti. La critica al lavoro è ancora centrale per questo, perché è diretta sia contro la forma feticcio della società produttrice di merci che contro le identità che su di essa si fondano; non solo dunque contro l’identità del lavoro in quanto tale, ma anche contro l’identità del ‘lavoratore’ e del ‘performer’ (che, a prezzo della sua distruzione, trasforma il mondo a sua immagine e somiglianza), e contro le identità nazionali, da sempre legate alla chimera del ‘lavoro onesto’. La critica del lavoro mira alla creazione di una società in cui le persone possano disporre liberamente delle proprie relazioni sociali invece di essere dominate da esse sotto forma di vincoli oggettivi. Una società in cui le persone non siano più costrette a lavorare solo per partecipare alla ricchezza sociale, ma in cui ognuno possa operare secondo le proprie esigenze e capacità. In altre parole, mira all’appropriazione del contesto sociale da parte di individui liberamente associati sotto forma di auto-organizzazione sociale generale. In questo senso, il Manifesto contro il lavoro è ancora attuale come lo era vent’anni fa”.

Se il Manifesto, come afferma Trenkle, resta comunque attuale, ed anzi lo è forse più oggi di quando è apparso la prima volta, vale allora forse la pena, per finire, ripercorrerne velocemente i “temi” salienti. Probabilmente in un futuro non troppo lontano saranno all’ordine del giorno in modo stringente,7 e non è male provare fin da ora a sgomberare il campo da derive poco auspicabili ed inopportuni equivoci che possano letteralmente ribaltare il senso del messaggio “liberatorio” che proviene dalla Critica del Valore.

Le “linee guida” del Manifesto (e, di fatto, della teoria critica del valore), possono dunque essere così sintetizzate:8

– la produttività guidata dalla microelettronica, propria della III rivoluzione industriale, rende il lavoro obsoleto. L’ossessione per il lavoro ad ogni costo, già di per sé irrazionale, diventa un vero e proprio stato patologico di una società malata.

– “Chi non lavora non mangia” è la ricetta di base della società capitalistica. Nell’epoca della crisi fondamentale del capitalismo, questa formula di per sé folle diventa ancora più assurda e paradossale. Il lavoro (astratto) è ciò che per il capitalismo è produttivo di valore. Quando però questo lavoro perde di senso e di importanza, ma resta comunque il perno del sistema, chiunque non si sottometta, anche non volendo, a questo idola è destinato a perire miseramente. “Come se fosse la cosa più ovvia del mondo, tutte le risorse del pianeta sono usurpate dalla macchina autoreferenziale del capitalismo. Se poi non sono più mobilizzabili con profitto, devono rimanere inutilizzate, anche se vicino a queste risorse intere popolazioni sono ridotte alla fame”. (p.8)

– Tutto ciò genera una società dell’“apartheid” diffuso. Gli esclusi e i “rifiuti” del sistema possono avere una speranza di ospitalità “solo se fanno la riverenza e si comportano bene, oltre naturalmente ad essere inoffensivi al cento per cento”. (p.11)

– Il lavoro deve restare, costi quel che costi, il principio fondamentale di questa società. Ma non è sempre stato così, anzi l’imposizione del lavoro come elemento costitutivo dell’esistenza è una invenzione piuttosto recente. Senza tessere l’elogio dei tempi antichi, anch’essi pieni di contraddizioni, “non è invece scontato che la semplice attività umana, il puro ‘dispendio di forza-lavoro’, di cui non si tiene in alcuna considerazione il contenuto, e che è totalmente indipendente dai bisogni e dalla volontà degli interessati, venga elevata a un principio astratto che domina le relazioni sociali. Nelle antiche società agrarie esistevano molteplici forme di dominio e di dipendenza personale, ma non la dittatura dell’astrazione ‘lavoro’”. (p.17)

– Capitale e lavoro sono due facce della stessa medaglia. Nonostante spesso si creda, e si predichi, il contrario (soprattutto da parte della “sinistra”) il lavoro è l’anima stessa del capitale, senza la quale non può sopravvivere. Nel lavoro, inteso capitalisticamente (e, ripetiamo, secondo i nostri autori non c’è un’altra maniera di intenderlo), “Non è in gioco la determinazione comune del senso e del fine del proprio fare … Che cosa si produce, a quale scopo e con quali conseguenze, è in fin dei conti altrettanto indifferente per il venditore del bene forza-lavoro quanto per il suo acquirente. I lavoratori delle centrali nucleari e degli impianti chimici protestano più di tutti gli altri quando si vogliono disinnescare le loro bombe a orologeria”. (p.20)

– La sfera “lavoro”, intesa come attività produttiva di capitale, non può però, come già accennato, riassumere ogni attività dell’esistenza. Ci sono cose di importanza vitale che non possono essere mai completamente “valorizzate” in senso capitalistico. Insieme al capitale come ambito separato dell’esistenza, nasce così per necessario contrasto l’ambito della cura socio-psichica dell’umano, ambito che viene definito come “femminile”. “Senza lo spazio sociale separato delle attività ‘femminili’, la società del lavoro non avrebbe mai potuto funzionare. Questo spazio è il suo silenzioso presupposto e nello stesso tempo il suo risultato specifico”.9 (p.23)

– Anche “etimologicamente” la parola lavoro, praticamente in tutte le lingue, indica una condizione di schiavitù e minorità.10 “Il ‘lavoro’ non è affatto, come dimostra l’etimologia della parola, sinonimo di un’attività autodeterminata, ma rinvia a un destino sociale infelice. È l’attività di chi ha perso la propria libertà”. (p.25) Ma questo aspetto non viene più riconosciuto socialmente, come invece accadeva all’epoca iniziale dell’imposizione del lavoro.11 Adesso la “muta costrizione” (Kurz) è penetrata fin nell’intimità, riducendo gli individui a monadi da competizione, e il dispositivo “lavoro” non viene più messo in discussione ma considerato come un “presupposto ontologico” dell’esistenza.

– Questa “ontologizzazione” del lavoro ha un decorso storico, ed è in realtà un fenomeno piuttosto recente. Per gli “antichi” sarebbe stata un assurdo logico, ed una contraddizione in termini. Come descrive con passione e partecipazione Marx ne Il capitale, l’imposizione del lavoro (e quindi del capitalismo) è avvenuta solo grazie ad un’estrema e cruenta violenza, contro tutte le narrazioni che descrivono questo percorso come un “progresso” grazie al “buon commercio” e alla fine della “chiusa mentalità” del medioevo, con il passaggio cioè dal “mondo chiuso all’universo infinito”, per riprendere il titolo di un famoso testo. “La storia della modernità è storia dell’imposizione del lavoro”. (p.26)

– Lo stesso movimento operaio, una volta introiettata l’etica del lavoro e la sua necessità, ha svolto prevalentemente un’opera di “perfezionamento” del sistema, invece di metterne in discussione i presupposti. “La democrazia della società del lavoro è il più perfido sistema di dominio della storia: un sistema di autorepressione”. (p.33)

– Il capitalismo, tuttavia, a causa dell’aumento di produttività, causato principalmente dalla competizione fra capitalisti, rende, all’interno di una dinamica autodistruttiva, il “lavoro astratto” obsoleto (sempre nei termini di rendimento capitalistico), e questo è proprio ciò che è avvenuto e avviene con la III rivoluzione industriale, quella a guida tecnologico-informatica. Il sistema del capitale, dunque, raggiunge il suo limite, oltre il quale non riesce più a riprodursi convenientemente (se non con la cura palliativa della finanziarizzazione). La “compensazione tramite l’espansione” (p.36) che ha salvato il sistema nelle crisi precedenti, adesso non è più possibile, perché i mercati non sono più in grado di assorbire, al livello di valorizzazione necessario, i risultati della produttività attuale, e non c’è modo di aprirne di nuovi capaci di farlo.

– La politica, intesa come gestione amministrativo-repressiva dello spazio capitalistico (lo Stato, essenzialmente), entra in crisi insieme al al lavoro astratto. Se infatti quest’ultimo è la “chiave segreta” di ogni sviluppo capitalistico, il suo infiacchimento non può che coincidere con la crisi della politica, che ha bisogno e si nutre della valorizzazione del valore. Infatti “poiché lo Stato non è un’unità autonoma di valorizzazione e perciò non può trasformare da solo lavoro in denaro, deve prelevare denaro dal reale processo di valorizzazione, per finanziare le sue attività. Se si esaurisce la valorizzazione, si esauriscono anche le finanze dello Stato”. (p.38)

– Tuttavia, il capitale non molla la presa tanto facilmente, e supplisce alla carenza di valorizzazione nell’economia reale con la già discussa “finanziarizzazione”. Quest’ultima dunque, lungi dall’essere la causa della situazione critica che sta attraversando il sistema, ne è una conseguenza e al tempo stesso l’àncora di salvezza, sia pur precaria. Ma “il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro ‘buono’, ma soltanto ‘aria calda’, con cui è stata gonfiata la bolla speculativa”. (p.44) “La simulazione è la caratteristica principale del capitalismo in crisi”. (p.41)

– Per uscire dal girone dantesco capitalistico, è importante anche essere capaci di prefigurare una società “altra”, costruita su principi radicalmente diversi rispetto a quelli capitalistici. Ma “dopo secoli di ammaestramento, l’uomo moderno non è più in grado, puramente e semplicemente, d’immaginarsi una vita al di là del lavoro”, (p.45) perno ed architrave dell’infernale meccanismo capitalistico. Invece “c’è bisogno di un nuovo spazio di libertà mentale, affinché l’impensabile possa diventare pensabile”. (p.54)

– La stessa “lotta di classe” tra lavoro e capitale segna il passo nel contesto di crisi capitalistica. Questa “lotta fra opposti interessi”, che si è sempre svolta all’interno di un contesto comune dato per eterno ed immutabile, viene meno, ed anzi i due presunti antichi nemici spesso collaborano per salvare questo sistema comune di riferimento, senza il quale entrambi non possono sopravvivere. Questo non significa che, all’interno dello stesso orizzonte, non ci siano interessi più forti di altri, e che non ci sia una “classe” di vincitori che sicuramente ha più interesse di un’altra (gli “esclusi”) a mantenere il sistema in vita e che non abbandonerà facilmente la propria postazione di privilegio. Ma lo scontro da queste due “posizioni” non potrà più avvenire all’interno del classico “conflitto di classe”, perché esse saranno inconciliabili e non ricomponibili “dialetticamente” in qualche sintesi che tenga comunque a galla il sistema.12

– Si tratta piuttosto, ora, all’interno dell’orizzonte di crisi fondamentale entro cui ci troviamo, di inaugurare un nuovo tipo di scontro, su un livello diverso. Uno scontro che non può essere locale, ma deve coinvolgere il mondo intero. Questo scontro è innanzitutto uno scontro contro la forma-Stato. Lo Stato, infatti, è ciò che assicura “la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai comandamenti della valorizzazione”. (p.63) Non si tratta quindi di “prendere lo Stato”, come tanto marxismo e tanta sinistra hanno sempre predicato, ma al contrario di rendere questo ente nullo e inservibile. “Gli avversari del lavoro non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori uso”. (p.64) In questo senso, “la loro battaglia non è politica ma anti-politica”. (p.64)

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Note:

1. Entrambi i testi sono disponibili on-line, quello tedesco qui: http://www.krisis.org/1999/manifest-gegen-die-arbeit/, quello italiano qui: http://www.krisis.org/1999/manifesto-contro-il-lavoro/

2. Ed in questo consiste, forse, il suo più grande “difetto”, che ha dato luogo a fraintendimenti ed equivoci, ovvero nel suo stile “pamphlettistico” e quindi più “sintetico” e “sbrigativo” rispetto ad altri testi partoriti dagli autori dello stesso gruppo, testi più articolati e completi e per questo probabilmente più “illuminanti”.

3. Qui “anti-semita” va inteso soprattutto nel senso di quell’“antisemitismo strutturale” a cui fa riferimento Kurz in molti suoi scritti. Con “antisemitismo strutturale” Kurz prova a delineare i contorni di un approccio mentale (ma anche fattuale) che individua in un soggetto “altro” la causa dei problemi di fondo del sistema, invece che nel sistema stesso. All’interno di questo concetto rientra l’antisemitismo in senso stretto così come il razzismo, il sessismo così come l’accusa alla finanziarizzazione di essere il “male” dell’epoca, e via dicendo. Per capire quanto Kurz lo considerasse fondamentale ai fini di una chiarificazione della critica al capitalismo, basti dire che dedica a questo concetto un intero capitolo in uno dei suoi libri più importanti, Das Weltkapital, ed Tiamat, 2005 (it.“Il capitale mondo”, traduzione italiana in corso).

4. Cf. presentazione all’intro di Norbert Trenke alla nuova edizione: https://anatradivaucanson.it/introduzioni/il-manifesto-contro-il-lavoro-venti-anni-dopo

5. Intendendo qui “razionale” come “ragionevole”, “sensato” dal punto di vista umano, dove cioè si produca per uno scopo legato alla costruzione di una “vita buona” per tutti e anche per il mondo, inteso sia come “ambiente” che come “psiche collettiva” – se ci passate il termine. È bene precisare quanto sopra perché da un punto di vista “razionale” in senso stretto anche il capitale è “razionale”, cioè agisce seguendo una sua “razionalità” (sia pur, potremmo aggiungere, “folle” poiché distruttiva anche nei confronti di se stesso) che è quella di operare al fine di raggiungere un sempre maggior accumulo di valore, che rappresenta la sua linfa vitale e l’unica possibilità di sopravvivenza. Robert Kurz, nei sui scritti, usa spesso l’aggettivo “razionale” per indicare una produzione o comunque un concetto che si confaccia al benessere dell’umano e del mondo, e “irrazionale” per sottolineare la follia del sistema del capitale e del suo operare. A questa distinzione ci rifacciamo qui.

6. E prontamente tradotta in italiano sull’“Anatra di Vaucaunson”, sito che si occupa in modo particolare della diffusione ed eleborazione della Critica del Valore. L’introduzione è leggibile e scaricabile al link già menzionato: https://anatradivaucanson.it/introduzioni/il-manifesto-contro-il-lavoro-venti-anni-dopo

7. Già lo sono, ma non riconosciuti né purtroppo efficaci “politicamente”, intendendo qui “politica” non come la mera gestione tecnico-amministrativo-repressiva del sistema del capitale (che ora si dà come gestione della crisi, quindi con una faccia ancora più feroce), ma come presa d’atto collettiva cosciente della necessità di rompere con il folle sistema del capitale e come tentativo di costruire, sempre collettivamente, una società radicalmente “altra” fondata su principi molto diversi. Per usare il linguaggio del Manifesto, più che politica, questo tipo di azione collettiva dovrebbe cioè essere “anti-politica” (cf. Manifesto contro il lavoro, pp.62-64).

8. Le citazioni provengono dall’edizione italiana già menzionata, uscita – dopo lunga e faticosa gestazione – nel 2003 per i tipi di DeriveApprodi, con traduzione di Giancarlo Rossi e post-fazione di Anselm Jappe. Per i brani che seguono verrà menzionata fra parentesi solo la pagina di quella edizione.

9. su questi temi, cf. anche l’importante e bellissimo libro di Silvia Federici, Calibano e la strega, Mimesis, 2015. Per una introduzione alle tematiche principali di questo magnifico testo, cf. https://anatradivaucanson.it/recensioni/laccumulazione-e-la-donna-storie-di-genere-e-di-oppressione-una-lettura-di-calibano-e-la-strega-di-silvia-federici

10. Cf. a questo proposito il bell’articolo di Paolo Lago pubblicato su Streifzüge, una rivista austriaca che fa parte a pieno titolo del Krisis-Kreis, cioè del circolo di persone che riflettono sulla teoria critica del valore e ne elaborano i presupposti. L’articolo è leggibile e scaricabile on-line qui: https://www.streifzuege.org/2002/il-significato-di-labor/

11. Come nel caso delle rivolte medievali contadini (leggendarie quelle capitanate da Thomas Müntzer) o dell’epopea dei cosiddetti Luddisti (riguardo a quesi ultimi, cf. per un sintetico approfondimento: https://www.streifzuege.org/2009/ribelli-al-futuro/, articolo pubblicato anch’esso da Streifzüge)

12. Meglio forse qui precisare che anche il gruppo Krisis non disconosce l’importanza della lotta dei lavoratori per i diritti e per un trattamento migliore. Spesso nei loro testi viene sottolineato quanto il lavoro di sindacati e movimenti sia stato determinante per innalzare il tenore di vita della classe lavoratrice e non solo (anche se, per dirla tutta, spesso quello che è stato guadagnato in una parte del mondo, generalmente il cosiddetto “primo”, e’ stato fatto pagare a caro prezzo in un’altra, e qui la famosa “solidarietà” fra lavoratori non ha funzionato proprio benissimo, specie sul piano internazionale) . Tuttavia, una volta che il sistema del capitale, con tutto il suo apparato che potremmo quasi definire “metafisico” – sia pur “reale” – , si è imposto e ha contaminato ogni ambito dell’esistenza, la “lotta di classe” ha di fatto agito al suo interno e non ha mai veramente messo in discussione i presupposti del “soggetto automatico” (un altro nome con cui Marx indicava il meccanismo autoreferenziale della valorizzazione del valore propria del sistema capitalistico). Piuttosto, li ha sempre dati per scontati in modo acritico, finendo per dimenticare la possibilità stessa di un “al di là” dal mondo dominato dal capitalismo e spesso, anzi, portando un aiuto sostanziale al sistema in direzione di un suo “perfezionamento”. In questo senso, specie nell’epoca della “crisi fondamentale” del valore, la lotta di classe non rappresenta un riferimento per percorsi di liberazione che adesso non possono più cercare soluzioni all’interno del sistema, ma che devono invece assolutamente tornare ad essere capaci di immaginare un “di fuori” che appare “inaudito” nella tristezza del presente.

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