Internazionale

Imperialismo e America Latina: espropriazione, egemonia e lotta per il futuro

Majid Maleki Meighani

Questo articolo è una versione rielaborata e ampliata di una sezione del mio libro “In Defense of Imperialism”, attualmente in fase di pubblicazione.

Il volume analizza l’imperialismo non come un retaggio storico della conquista coloniale, bensì come una struttura mutevole del capitalismo mondiale che opera attraverso la potenza militare, la dipendenza finanziaria, il dominio tecnologico, relazioni commerciali inique e l’egemonia ideologica.

L’America Latina offre uno degli esempi più chiari di come funziona questa struttura. La sua storia dimostra che il dominio imperiale non si realizza esclusivamente attraverso interventi esterni, né può essere compreso prescindendo dai rapporti di classe interni. Esso scaturisce dall’interazione tra le strutture del capitalismo mondiale, le classi dominanti nazionali, le istituzioni statali e le lotte popolari. L’imperialismo va dunque inteso come un rapporto di potere in cui il dominio esterno e gli interessi delle classi dominanti interne si rafforzano a vicenda, pur essendo entrambe le dimensioni oggetto di contestazione dal basso.

America Latina: il laboratorio dell’imperialismo moderno

L’America Latina è stata uno dei principali laboratori dell’imperialismo moderno. Dalla conquista coloniale europea alle forme contemporanee di dipendenza finanziaria e tecnologica, la regione ha subito una sottrazione sistematica di terre, forza lavoro e risorse naturali. L’inserimento dell’America Latina nell’economia capitalistica mondiale ha creato un modello che è sopravvissuto all’indipendenza formale: economie incentrate sull’esportazione di materie prime, dipendenza dai mercati esteri, concentrazione della ricchezza nelle mani delle élite nazionali e un’integrazione diseguale nel capitalismo mondiale.

Da una prospettiva marxista, questa storia riflette la logica dell’accumulazione per espropriazione. L’espansione capitalistica si è ripetutamente fondata non solo sulla produzione industriale e sullo scambio di mercato, ma anche sull’appropriazione delle terre, sulla privatizzazione delle risorse collettive, sul trasferimento forzato delle comunità e sulla trasformazione della natura e del lavoro in fonti di accumulazione. Tuttavia, il dominio imperiale non può ridursi alla mera estrazione economica. L’imperialismo moderno richiede anche la costruzione del consenso. Esso opera attraverso ciò che Antonio Gramsci ha definito “egemonia”: la capacità dei gruppi dominanti di presentare i propri interessi particolari come universali e inevitabili.

La trasformazione neoliberista dell’America Latina non è stata, dunque, un mero programma economico; è stata anche un progetto culturale e ideologico. Privatizzazioni, deregolamentazione e supremazia del mercato sono state promosse non solo attraverso le istituzioni finanziarie, ma anche tramite università, reti mediatiche, think tank ed élite intellettuali che hanno contribuito a costruire l’idea che “non vi fosse alternativa”. L’esperimento neoliberista cileno successivo al 1973 dimostra questo meccanismo. L’influenza della Scuola di Chicago non si è limitata alla politica economica: essa ha contribuito a una più ampia ristrutturazione della società, ridefinendo il rapporto tra cittadinanza, mercato e Stato e, al contempo, riducendo il controllo democratico sulla vita economica.

La Dottrina Monroe e l’architettura del potere regionale

La storia del predominio statunitense in America Latina viene di solito fatta risalire alla Dottrina Monroe del 1823. Sebbene inizialmente presentata come opposizione all’intervento coloniale europeo, essa divenne gradualmente il fondamento ideologico della pretesa di Washington di assumere una posizione di supremazia regionale.

Nel corso del XIX e del XX secolo, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso a pressioni economiche, interventi militari, influenza diplomatica e operazioni clandestine per difendere i propri interessi strategici nell’emisfero. Tuttavia, un’analisi seria dell’imperialismo deve andare oltre la semplice contrapposizione tra dominazione esterna e innocenza interna. Storicamente, l’intervento straniero si è basato su alleanze con élite nazionali i cui interessi erano minacciati da movimenti popolari e riforme redistributive.

Il rovesciamento di Jacobo Árbenz in Guatemala, avvenuto nel 1954, chiarisce questa interazione. L’operazione, sostenuta dalla CIA, era strettamente legata agli interessi della United Fruit Company, contraria alla riforma agraria. Tuttavia, il colpo di Stato godette anche dell’appoggio delle élite proprietarie terriere e di settori militari guatemaltechi, che consideravano le riforme sociali come una minaccia alla propria posizione di classe. Lo stesso schema si ripropose in Cile nel 1973. Il rovesciamento di Salvador Allende non fu soltanto un intervento straniero orchestrato da Washington; fu anche una controffensiva di classe guidata da segmenti della borghesia cilena, gruppi imprenditoriali, proprietari terrieri ed élite militari contro un governo che mirava a espandere la proprietà pubblica e a rafforzare la partecipazione popolare.

La successiva dittatura di Augusto Pinochet divenne un laboratorio per la ristrutturazione neoliberista. Le privatizzazioni, la deregolamentazione, la liberalizzazione finanziaria e gli attacchi alle organizzazioni sindacali non furono semplici riforme economiche, bensì meccanismi di riorganizzazione dei rapporti di potere tra le classi. La lezione che ne deriva va oltre qualsiasi interpretazione nazionalista o puramente esternalista dell’imperialismo. Il potere imperiale non si limita a sostituire le classi dominanti nazionali; spesso opera attraverso di esse, integrandone gli interessi in una struttura più ampia di accumulazione globale.

Il debito: un meccanismo di dipendenza e di disciplina di classe

Negli anni Ottanta, i meccanismi finanziari iniziarono ad affiancarsi a forme di intervento più dirette. La crisi del debito in America Latina trasformò istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale in attori centrali nella ristrutturazione delle economie nazionali. I programmi di aggiustamento strutturale imponevano privatizzazioni, liberalizzazione degli scambi, tagli alla spesa pubblica e una riduzione dell’intervento statale. Presentate come soluzioni tecniche, tali politiche trasformarono i rapporti sociali a vantaggio del capitale finanziario.

I beni pubblici furono trasferiti nelle mani dei privati, le tutele del lavoro vennero indebolite e le conquiste sociali ottenute nei decenni precedenti furono smantellate. Il debito divenne non solo un’obbligazione finanziaria, ma anche un meccanismo di disciplina politica che limitava le opzioni disponibili per i governi e le società. Anche politici, economisti e imprenditori nazionali parteciparono attivamente alla ristrutturazione neoliberista, poiché essa serviva i loro stessi interessi di classe. Questa interazione tra il potere finanziario esterno e gli interessi delle classi dirigenti nazionali è fondamentale per comprendere come si riproduca la dipendenza.

Al contempo, tali politiche hanno prodotto resistenza. Lavoratori, studenti, comunità indigene e movimenti sociali si sono opposti alla privatizzazione dei beni pubblici e allo smantellamento delle tutele sociali. La storia dell’America Latina dimostra dunque che il potere imperiale può imporre vincoli severi senza tuttavia eliminare la capacità di agire politicamente. La riproduzione della dipendenza genera costantemente conflitti su chi controlli le risorse, le istituzioni e l’orientamento dello sviluppo economico.

La “Marea rosa”: tra resistenza, ridistribuzione e limiti strutturali

All’inizio del XXI secolo, l’America Latina ha vissuto un’ondata di governi comunemente nota come “Marea rosa”. Leader quali Hugo Chávez in Venezuela, Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile, Evo Morales in Bolivia e governi progressisti in Argentina e in altri paesi hanno messo in discussione il consenso neoliberista che aveva dominato la regione fin dagli anni Ottanta.

Questi governi hanno ampliato i programmi sociali, accresciuto la partecipazione statale in settori strategici, rafforzato la cooperazione regionale e cercato una maggiore autonomia dall’influenza di Washington. Per milioni di persone — in particolare tra le fasce più povere e le comunità storicamente emarginate — tali esperienze hanno rappresentato una significativa rottura rispetto a decenni di austerità ed esclusione. Tuttavia, un’analisi critica deve riconoscere sia i risultati raggiunti che i limiti di questi progetti. Molti governi della “Marea rosa” hanno continuato a basarsi su modelli economici estrattivi ereditati da epoche precedenti. Il Venezuela è rimasto fortemente dipendente dalle esportazioni di petrolio, la Bolivia dal gas naturale e dalle risorse minerarie, mentre il Brasile ha continuato a essere un importante esportatore di prodotti agricoli e materie prime. La redistribuzione è aumentata, ma le strutture più profonde di dipendenza non sono state trasformate in modo sostanziale.

Questi limiti, tuttavia, non possono essere compresi senza considerare il più ampio contesto internazionale. Questi governi hanno agito all’interno di un sistema capitalistico mondiale dominato da rapporti ineguali sul piano commerciale, finanziario e tecnologico. Dovevano inoltre affrontare pressioni politiche, vincoli finanziari e, in alcuni casi, sanzioni dirette da parte degli Stati Uniti. La crisi venezuelana, ad esempio, non può essere spiegata esclusivamente con i fallimenti economici interni o con il calo dei prezzi del petrolio. L’impatto delle sanzioni statunitensi e dell’isolamento finanziario ha giocato un ruolo significativo nell’aggravare le difficoltà economiche. Allo stesso tempo, problematiche interne — tra cui l’eccessiva dipendenza dalle rendite petrolifere, la corruzione e le carenze nella trasformazione produttiva — hanno contribuito ad acuire la crisi.

Un’analisi seria da parte della sinistra deve dunque evitare due errori opposti: ignorare le pressioni imperiali e presumere che i governi progressisti siano incapaci di commettere errori interni. La questione centrale è l’interazione tra vincoli strutturali e capacità di azione politica: i governi possono ridistribuire le risorse e mettere in discussione i rapporti di potere esistenti, ma continuano ad essere condizionati dalle strutture globali di accumulazione all’interno delle quali operano.

Al di là del cambio di governo: il ruolo dei movimenti popolari

Una delle lezioni più importanti della storia dell’America Latina è che la trasformazione sociale non scaturisce esclusivamente dai governi. Gli Stati possono aprire opportunità politiche, ma i cambiamenti duraturi dipendono dall’organizzazione e dalla forza della società dal basso. In tutta la regione, i movimenti operai, le comunità indigene, le organizzazioni femministe e le lotte ambientaliste hanno ripetutamente sfidato sia il dominio imperiale che le élite nazionali. La rivolta boliviana del 2000 contro la privatizzazione dell’acqua a Cochabamba ha dimostrato che la mobilitazione popolare poteva sconfiggere politiche sostenute da istituzioni finanziarie internazionali e dalle multinazionali. La lotta non era diretta esclusivamente contro uno specifico accordo di privatizzazione; rappresentava anche una difesa più ampia dei diritti collettivi di fronte all’espansione della logica di mercato applicata alle risorse essenziali. In Argentina, sindacati, assemblee di quartiere e movimenti sociali hanno svolto un ruolo centrale nella resistenza alle politiche di austerità e nella contestazione dell’agenda neoliberista rappresentata dal governo di Javier Milei. Tali lotte dimostrano che, anche in fasi di avanzata conservatrice, la società conserva la capacità di generare alternative politiche.

Anche i movimenti ambientalisti in Brasile e in altri paesi hanno messo in discussione i modelli di sviluppo basati sull’estrattivismo. Le comunità indigene che difendono foreste, fiumi e territori pongono un interrogativo fondamentale: sviluppo per chi e a quale costo sociale ed ecologico? Tali movimenti svelano una dimensione cruciale della lotta antimperialista. La resistenza non consiste soltanto nel difendere la sovranità nazionale dalle potenze straniere; comporta anche la trasformazione dei rapporti sociali interni attraverso i quali si riproducono le forme globali di dominio.

L’imperialismo in un mondo multipolare

L’ascesa della Cina, l’espansione dei BRICS e la crescente presenza di altre potenze mondiali hanno trasformato la posizione dell’America Latina all’interno del sistema internazionale. La regione non opera più nell’ambito di quell’ordine incentrato sugli Stati Uniti — privo di sfide significative — che ha caratterizzato gran parte del XX secolo. Questo cambiamento crea nuove opportunità, ma anche nuove contraddizioni. Gli investimenti cinesi in infrastrutture, energia, settore minerario e agricoltura hanno offerto ai paesi latinoamericani delle alternative alle tradizionali istituzioni finanziarie occidentali. Tali investimenti hanno accresciuto il potere negoziale di alcuni governi e ridotto la loro dipendenza esclusiva da Washington. Tuttavia, una prospettiva critica deve anche interrogarsi se queste nuove relazioni trasformino la dipendenza o se semplicemente la riproducono in una forma diversa. In molti casi, la domanda cinese rimane concentrata su materie prime quali soia, rame, litio e petrolio. Se l’America Latina continuerà a essere prevalentemente un’esportatrice di materie prime, la sostituzione di un mercato estero con un altro non supererà la dipendenza strutturale. La multipolarità, dunque, non va confusa con l’emancipazione. Il declino dell’egemonia unilaterale statunitense modifica le condizioni in cui opera il potere imperiale, ma non elimina le strutture sottostanti di accumulazione diseguale. Le nuove alternative geopolitiche possono ampliare i margini di manovra per gli stati periferici e semi-periferici, ma possono anche riprodurre relazioni asimmetriche in termini di commercio, investimenti ed estrazione di risorse.

Il compito delle forze progressiste, dunque, non è sostituire una potenza dominante con un’altra, bensì sfruttare le contraddizioni geopolitiche per estendere il controllo democratico su risorse, produzione e processi decisionali in ambito economico.

Una strategia di trasformazione: collegare struttura e azione

L’esperienza latinoamericana suggerisce che per superare la dipendenza imperiale è necessario coniugare trasformazione strutturale e organizzazione popolare. La sovranità economica non può essere raggiunta senza diversificazione industriale, cooperazione regionale, sviluppo tecnologico e controllo democratico sulle risorse strategiche. Tuttavia, tali cambiamenti non possono essere realizzati esclusivamente dall’alto, attraverso le istituzioni statali; richiedono la partecipazione attiva dei lavoratori, delle comunità indigene, dei movimenti sociali e delle organizzazioni democratiche. Una strategia trasformativa dovrebbe includere:

costruire meccanismi di cooperazione economica regionale che riducano la dipendenza da una singola potenza esterna;

sviluppare capacità produttive anziché continuare a dipendere dall’esportazione di materie prime;

creare forme democratiche di gestione delle risorse che coinvolgano le comunità locali;

rafforzare i diritti dei lavoratori e la partecipazione popolare alle decisioni economiche;

coniugare la trasformazione ecologica con la giustizia sociale.

La questione centrale, dunque, non è semplicemente se gli Stati possano resistere alla pressione imperiale. È se le forze sociali possano acquisire un potere democratico sufficiente a trasformare sia le strutture esterne di dipendenza, sia i rapporti di classe interni attraverso i quali tali strutture si riproducono.

Conclusione: l’imperialismo e la possibilità di un cambiamento storico

La storia dell’America Latina dimostra che l’imperialismo non è né semplicemente una forza esterna né una struttura autonoma che opera al di sopra della società. Si tratta di una relazione di potere generata dall’interazione tra rapporti economici mondiali diseguali, istituzioni politiche, interessi di classe nazionali, egemonia ideologica e resistenza popolare. Questa distinzione è fondamentale. Se l’imperialismo viene inteso esclusivamente come dominio esterno, le classi dirigenti nazionali scompaiono dall’analisi e la sovranità nazionale diventa il parametro principale dell’emancipazione; se invece viene concepito solo come una struttura globale impersonale, svanisce la capacità di agire di Stati, classi e movimenti sociali. Nessuno dei due approcci è sufficiente.

L’imperialismo si riproduce proprio attraverso l’articolazione di questi diversi livelli. Il capitale globale opera tramite i mercati, le istituzioni finanziarie, le tecnologie e il potere geopolitico, però i suoi effetti sono mediati dagli Stati e dalle coalizioni di classe nazionali. Allo stesso tempo, le contraddizioni generate da questo sistema creano spazi per la resistenza collettiva e la trasformazione politica. La storia dell’America Latina non è, dunque, soltanto una storia di interventi, colpi di Stato e dipendenza. È anche una storia di ribellione, resistenza e immaginazione politica collettiva.

Superare l’imperialismo richiede qualcosa in più che cambiare governi o a negoziare condizioni migliori all’interno dell’ordine esistente. Implica trasformare le relazioni attraverso le quali si riproducono l’accumulazione globale e il potere di classe interno, costruendo al contempo forme democratiche di potere sociale capaci di riconfigurare entrambe le dimensioni. Il futuro dell’America Latina non sarà determinato esclusivamente da Washington, Pechino, dalle istituzioni finanziarie o dalle multinazionali. Dipenderà anche dalla capacità di lavoratori, comunità indigene, movimenti sociali e forze democratiche di trasformare la resistenza politica in un potere sociale duraturo. L’imperialismo si adatta al mutare delle condizioni, e altrettanto fa la resistenza. La questione storica centrale, dunque, non è se le strutture di dominio svaniranno da sole, ma se le forze sociali che vi si oppongono saranno in grado di trasformare le relazioni che le riproducono. La dialettica tra dominio ed emancipazione rimane aperta.

Fonte: www.rebelion.org

Traduzione per Codice Rosso di Andrea Grillo