Iran, un punto a favore nella guerra finanziaria contro gli Usa
Spesso si continua a immaginare il conflitto tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran come la classica guerra simmetrica nella quale il vincitore è colui che provoca le maggiori distruzioni materiali all’avversario. Questo conflitto, invece, ha tutte le caratteristiche della guerra contemporanea essendo ibrido con una forte componente di guerra finanziaria. La decisione delle compagnie di assicurazione di ritirare la copertura per le navi in transito nello Stretto di Hormuz rappresenta quindi un caso paradigmatico di come, in un conflitto ibrido, si manifesti con forza la guerra finanziaria, un fenomeno in grado di fare danni persino superiori alla guerra sul campo.
E proprio sul piano della guerra finanziaria, il meccanismo degli eventi è lineare e segue la logica della razionalità assicurativa. Dal 5 marzo, i principali sottoscrittori internazionali hanno cancellato le polizze “war risk” per il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz . La decisione è formalmente tecnica: i riassicuratori non offrono più prezzi per l’area, rendendo impossibile per le compagnie primarie mantenere la copertura . Ma questa tecnicità è essa stessa il prodotto della guerra: l’Iran, sul piano del sabotaggio come della comunicazione, ha deliberatamente aumentato il rischio fino al punto in cui il calcolo attuariale diventa insostenibile.
Le conseguenze sono misurabili. I premi per la copertura di guerra sono passati dallo 0,25% al 0,375% del valore dello scafo per singola traversata, con aumenti fino al 50% . Le tariffe per le VLCC (Very Large Crude Carriers) hanno superato i 400.000 dollari al giorno, l’equivalente del noleggio di una piattaforma di trivellazione . Ma il dato più significativo è un altro: l’assenza di copertura non è un effetto collaterale, è l’obiettivo. Quando il mercato assicurativo si ritira, qui la responsabilità passa agli Stati: Trump ha già dovuto offrire polizze pubbliche attraverso la Development Finance Corporation , mentre l’Italia discute il dispiegamento della Marina Militare . È la statalizzazione forzata del rischio, esattamente ciò che Teheran intende provocare.
Sul piano della guerra dell’informazione, l’operazione, inoltre, è più sottile. L’Iran, anche se colpisce le navi, non ha bisogno di affondare intere flotte petroliere: gli basta che le compagnie assicurative credano che possa farlo. La percezione del rischio, amplificata dai media e dalle stesse dinamiche di mercato, produce quindi effetti reali. Le principali linee di navigazione come MSC e Maersk hanno sospeso le traversate non perché abbiano subito attacchi, ma perché l’incertezza sulla copertura rende il transito economicamente insostenibile . Trentamila marittimi, molti dei quali italiani, sono bloccati in una zona di guerra non per la presenza fisica del nemico, ma per una decisione presa in consigli di amministrazione a Londra, Oslo e New York .
La circolazione delle notizie sugli attacchi alle infrastrutture energetiche di Arabia Saudita ed Emirati , i social che riportano che che le navi spengono l’AIS, il sistema di identificazione automatica, per non essere localizzate , l’aggiornamento delle liste JWLA-033, quelle delle aree a rischio guerra e terrorismo : tutto contribuisce a costruire un ambiente in cui la decisione razionale per un armatore è non muoversi. L’informazione diventa così un moltiplicatore della guerra finanziaria, e viceversa.
L’efficacia di questa strategia va misurata sulla capacità dell’Iran di trasformare la propria debolezza strutturale in vantaggio strategico. Militarmente, Teheran non può competere, per manifesta inferiorità tecnologica, con la coalizione guidata dagli Stati Uniti. Ma può giocare una partita diversa: quella dell’asimmetria e del logoramento.
Qui l’analisi degli esperti citati da France 24 e dal New York Times è convergente . La strategia iraniana, delineata già nei primi giorni del conflitto, consiste nel “diffondere il dolore il più possibile” (Ali Vaez, International Crisis Group) per rendere la guerra così costosa da spingere Washington a cercare una via d’uscita. È la logica del Vietnam applicata al mare: il più forte vince tutte le battaglie ma perde la guerra se il costo economico diventa insostenibile.
In questo quadro, la chiusura assicurativa di Hormuz è un successo asimmetrico di prima grandezza per tre ragioni.
Primo: moltiplica i fronti di crisi senza moltiplicare i costi. L’Iran non deve sostenere campagne militari costose in vite umane e materiali. Gli basta mantenere un livello di minaccia sufficiente a tenere attiva la percezione del rischio. Come nota Agnès Levallois (iReMMo), Teheran utilizza le sue munizioni in modo parsimonioso proprio per prolungare il conflitto . Ogni missile lanciato con parsimonia produce un effetto sproporzionato sul mercato assicurativo e, attraverso di esso, sull’economia globale.

