La crisi del Livorno come potrebbe essere risolta

La lenta agonia dell’AS Livorno ha proposto nel tempo una serie di colpi di scena che, sostanzialmente, hanno rappresentato i veri eventi delle ultime due stagioni calcistiche nella nostra città. Adesso si va verso un nuovo assetto del calcio cittadino la cui sostanza è tutta da costruire.

Al di là della categoria della nuova entità del calcio livornese, e anche a prescindere dalla forma societaria definitiva che questa assumerà, ci sono alcuni aspetti che vanno comunque considerati per impedire che il nuovo Livorno finisca nella minorità calcistica e quindi in quella economica (fatto grave per un territorio che ha bisogno di nuove fonti di ricchezza).

I primi aspetti da considerare riguardano i cambiamenti nell’economia del calcio che, nell’ottica di società che deve partire dal zero, sono da considerare con attenzione. Come sappiamo, il calcio post covid ha delle caratteristiche differenti da quello precedente. Proviamo  a tracciarle:

  1. minore redditività in prospettiva dei diritti TV operatori tradizionali anche nel momento in cui entrano operatori legati a piattaforme come Dazn;
  2. minore redditività dei biglietti da stadio anche per motivi demografici;
  3. minore redditività dal calciomercato alla quale si cerca di ovviare con una guerra alle percentuali dei procuratori che sarà lunga e difficile;
  4. ridefinizione dei servizi finanziari per il calcio a fronte della crisi del sistema bancario che può avere ricaduta anche sul sistema delle plusvalenze;
  5. ridefinizione del mercato pubblicitario in una esasperata segmentazione degli introiti dovuta ai social (che a loro volta rivoluziano il merchandising).

Certo ci sono alcuni aspetti congiunturali da non trascurare, come la vendita dei diritti in streaming di cui hanno beneficiato le squadre di A e B, ma la tendenza è questa qui delineata e non a caso i vertici del calcio italiano chiedono forti defiscalizzazioni per compensare parte dei profitti persi. Ne consegue poi che tutta l’organizzazione, a tutti i livelli, del calcio postcovid è destinata a mutare rispetto al passato e qui, per capire la portata di queste mutazioni, non è un caso che persino club finanziariamente in salute come il Bayern abbiano chiesto la rottura della regola 50 più uno che, a parte le letture italiane imprecise e  di fantasia su questa norma, tutela comunque il rendimento delle azioni del club bavarese.

Il calcio dell’immediato futuro sarà quindi con un numero minore club in grado di stare su questi cinque piani, il tentativo di riforma Gravina cerca di istituzionalizzare proprio la logica “meno club per meno risorse”, per una platea di tifosi che non avrà con il calcio un rapporto esattamente identitario. Del resto questo non è il calcio del ‘900 e il riflesso si vede dal punto di vista identitario e della composizione sociale: uno studio della European Club Association, il sindacato dei maggiori club europei, stima i tifosi “club loyalist”, coloro ai quali una squadra può chiedere di tutto, in appena il 14 per cento della complessiva platea di fan del calcio europeo a livello metropolitano e locale. Un pubblico quindi più fluido, poco comunitario, più anziano, molto meno attratto dal senso di appartenenza e più da spettacolo e forme nuove del football, in un una economia del calcio che cambia, ecco lo scenario che abbiamo davanti per i prossimi anni. Un pubblico che, piuttosto che essere leale al club è, in quanto disposto a cambiare modalità di fruizione del calcio e anche club o lega, il vero terreno di concorrenza per le varie strategie economiche del calcio. Conquistare questo pubblico sovrapponendolo allo strato minoritario dei “club loyalist” è la strategia dell’oggi e del domani e vale per qualsiasi forma societaria e qualsiasi serie ed è qualcosa che va fatto in forme nuove rispetto anche al recente passato. Una strategia che, a livello del nostro territorio, può avere impatto economico ben oltre il botteghino, il bar e il museo.

Si capisce poi la logica che stava dietro il tentativo della Superlega: a fronte della crisi di cinque fattori chiave del finanziamento del grande calcio si trattava di creare una Lega che attirasse il grosso di risorse disponibili per continuare il modello di prima: crescita esponenziale fatturati, un mercato dove fanno affari società e procuratori, allargamento diritti televisivi etc per elaborare nuove strategie economiche da una posizione di assoluto oligopolio.

Ma come i prossimi anni impongono ristrutturazioni ai grandi club a maggior ragione il nuovo ambiente economico del calcio impone seri cambiamenti alle società “minori”. Questo non vuol dire che diritti di trasmissione, botteghino, calciomercato e pubblicità non ci saranno più quanto che incideranno meno nell’economia di una squadra di calcio “minore” e che le risorse da queste fonti saranno estratte con maggiore fatica e entro un un quadro di concorrenza più esasperata. E questo potendo attingere ad un ambito ristretto di “club loyalist” e quindi con una concorrenza in grado di strappare agli altri club proprio la risorsa tifoso (basta vedere come prima del covid si sono svuotati gli stadi dei campionati minori a favore delle pay per rendersi conto del fenomeno) e nella cornice dell’invecchiamento demografico che cambia le carte in tavola all’economia del calcio a maggior ragione per i club “minori” che contano sulla ristretta popolazione cittadina.

 

La crisi del Livorno come potrebbe essere risolta 2

Ma quale tipo di differenziazione di investimento può intraprendere un club che deve rinascere, come il Livorno, nella risoluzione della propria crisi?

Fissiamo qui alcuni punti indifferenti alla forma societaria che il club potrà assumere ma nella consapevolezza che sono entrati in crisi, per motivi economici e sociali quanto demografici, due fattori ritenuti, per contrapposizione, ineludibili del football contemporaneo: il calcio imprenditoriale moderno, fatto di investimenti in immagine e status o di fatturati in continua espansione, e il calcio del “club loyalist” fatto di comunità e senso appartenenza ben oltre il consumo di sport. In una fase di evoluzione come questa è possibile quindi intravedere un modello che è sia economico che attrattore di rapporti sociali che raccolga ciò che rimane produttivo del complesso del vecchio modello e porti un club verso il nuovo. Vediamo alcuni fattori di crescita economica e sociale del calcio considerando che, nei cambiamenti in corso, sono proprio sia il singolo imprenditore che investe e il calcio legato all’identità stretta di territorio sono i fattori maggiormente sofferenti nel nuovo contesto:

  1. un nuovo modello di finanziarizzazione del club. È curioso come nel calcio, specie di provincia, resista ancora l’idea dell’imprenditore isolato come detentore di tutte le risorse necessarie (materiali, immateriali, finanziarie) per fare la fortuna del club. Il calcio richiede ormai competenze complesse anche in provincia e non è detto che quella più importante, quella finanziaria, sia esclusivamente ad appannaggio della componente imprenditoriale di un club. Proprio dalla vicenda Maurya si capisce come sta cambiando la finanziarizzazione del calcio: un fondo americano, che ha sostenuto due soci che lavorano in USA hanno provato a comprare una squadra a Livorno. Questa è una buona notizia ovvero che dagli USA ritengono finanziabile un progetto su Livorno. E questo non impedisce affatto a un soggetto livornese, non necessariamente privato magari misto con garanzie istituzionali, di andarsi direttamente a cercare nel mercato americano i fondi interessati a queste operazioni che, come abbiamo visto, sono ritenute finanziabili. C’è da stupirsi a vedere in quanto poco tempo si possono fare trattative online, serie con soggetti finanziari di questo tipo. Il sistema bancario italiano è sclerotizzato, quello finanziario globale può dare risposte a soluzioni innovative, per molti progetti, che possono essere pensate dal basso, con supporto istituzionale. Certo, la componente pubblica della città deve creare ruoli adatti a questo scopo, con possibili ricadute oltre il calcio, ma la possibilità di attirare fondi c’è senza aspettare l’imprenditore classico o supportandolo.
  2. Il token adatto per il club. La tokenizzazione del calcio non è un’ipotesi visto che da tempo esiste lo Juventus fan token e che tra poco tocca all’Inter e che si parla di una esperienza presente all’Atletico Madrid e al PSG. Si tratta di uno strumento che contiene diverse possibilità:  generare risorse per il club, allargare la platea attenta alle sorti della squadra oltre i “club loyalist”, tra cui i giovani che sono abituati a queste forme di tokenizzazione grazie ai giochi online, creare strumenti di decisione più efficaci delle nostalgie da social forum adattate al calcio, favorire il merchandising on demand che è oro nell’epoca della personalizzazione. Il token in questo caso è una sorta di gettone digitale, emesso dalla società che può non solo essere acquistato e rivenduto, generando una capitalizzazione per la società, e che permette anche di acquisire diritti per partecipare a decisioni del club prese in tempo reale. I grandi club lo usano in un’ottica proprietaria e di mercato ma il token è più adatto per dove è nato ovvero a un mondo open source orizzontale non speculativo, dove le risorse generate sono tutte controllate dal basso e dove le decisioni sono disintermediate, non affidate alle mediazione del solito “portavoce” e garantite in tempo reale su piattaforma. Un modello del genere, che può essere unico rispetto a quello dei grandi club può essere molto attrattivo non sono di risorse ma anche di know how, attirando i giovani che, in massa e su altri piani, vivono quotidianamente questa esperienza e può integrarsi benissimo con le forme tradizionali di partecipazione dal basso. Attirare competenze open source è poi oro non solo per il calcio ma per un territorio come il nostro che , di solito, le competenze innovative le mortifica o le perde.
  3. streaming video e monetizzazione. Qui non si insegna certo niente a nessuno ma, da quando Twitch ha trasmesso in esclusiva il derby basco è evidente che si apre la prospettiva di monetizzazione di tutti gli eventi streaming che riguardano una squadra a partire, dalle serie minori, del live della prima squadra fino a quello delle giovanili. In questo senso ripartire dalle serie minori da tutte le possibilità di sperimentare gli strumenti adatti di partecipazione e monetizzazione arrivando poi alle serie maggiori nelle quali i diritti tv sono in esclusiva in modo da usare le grandi piattaforme generaliste come terreno di ulteriore crescita delle proprie piattaforme. Una volta a regime tutto in streaming può essere monetizzato: dalle 24 ore della squadra, eventi collaterali a quello sportivo, esport, moda e design calcistico, eventi estranei al Livorno, e persino al calcio, che sfruttano la popolarità della piattaforma. La differenza la fanno linguaggi, staff, rete sui social modalità di canalizzazione delle risorse ottenute. E si attira un pubblico, se il brand è innovativo e unico, si va ben oltre i “club loyalist”. Questo è un punto sulla quale ci può essere solo intervento privato ma è preferibile che  la città possa investire direttamente formando professionalità in sinergia con il tessuto economico cittadino attirando attenzione, e quindi monetizzazione, su molti piani.
  4. economia territoriale dello sport come garanzia di sviluppo del club e della città.  Il calcio da cortile, da campino spelacchiato deve essere tutelato, lo street soccer ha un’immagine ed è una esperienza di autenticità che è essenziale per ogni club, ma non può essere il paradigma di crescita di una economia dello sport a Livorno. Il nostro territorio ha bisogno di costruire gli strumenti urbanistici, economici e tecnologici per attivare nel medio periodo una economia dello sport fatta di almeno quattro pilastri: startup dedicate alle soluzioni tecnologiche innovative nel campo dello sport agonistico e del tempo libero, convegnistica sportiva ed eventi dal vivo di esport (un affarone), formazione giovani e lifelong learning sportivo, organizzazione del tempo libero e dei processi di socializzazione attorno agli impianti sportivi principali del territorio. Codice Rosso ha dedicato un primo seminario sull’argomento a inizio giugno.  Si tratta di un tipo di programmazione che garantisce una importante economia al club – innovativa, di qualità e socializzante – e al territorio e che è in grado di essere attrattiva, ancora prima di entrare a regime, sia di investimenti che di forme spettacolarizzazione monetizzabili di ogni genere. Qui una sinergia pubblico, privato, partecipazione popolare può fare la differenza per far partire un progetto del genere

 

La crisi del Livorno come potrebbe essere risolta 3

Mentre la forma economica e sociale del calcio, così come si è sviluppata nell’ultimo quarto di secolo, va verso una riduzione o una significativa metamorfosi da questi settori tradizionali possono  arrivare soldi, alcuni in tempo piuttosto breve altri in una logica di investimento a medio lungo termine, dai nuovi settori per cui una presenza pubblica nel Livorno diventa essenziale per fare il salto nella nuova economia del calcio, capace di generare ricchezza oltre il club, sul territorio, attirando partecipazione e attenzione oltre il nucleo ristretto dei “club loyalist”.

È chiaro che un progetto del genere è in grado di portare il Livorno nella nuova economia del calcio tenendo conto di cosa è il calcio: un evento liminale, caldo nel quale le barriere sociali temporaneamente evaporano nel momento della partecipazione piena all’evento. Senza il calcio come esperienza calda e liminale un’economia del calcio che non ne tuteli questa caratteristica non ha senso. Attualmente però vediamo due tipi di fenomeni, contrapposti e speculari, che stanno spaccando in due l’esperienza liminale del calcio, che cambia attraverso le epoche: il primo è quello dell’industria dell’entertainment che tende a privilegiare, per motivi di fatturato, l’esperienza liminale digitale relegando a quantità trascurabile quella del calcio dei territori e persino dal vivo; il secondo è quello del neocomunitarismo calcistico che nega l’importanza del liminale digitale in una sorta di poverismo dell’esperienza del campo che riporterebbe l’evento sportivo ad una autenticità perduta.

Il calcio, attorno al quale si può organizzare un’economia territoriale oltre che ad una squadra progettata per eventi caldi e liminali, oggi è un’altra cosa: un intreccio di liminale digitale e dal vivo. Separare i due elementi non è solo mortificare l’esperienza liminale, una delle più importanti delle nostre società, ma mortificare un’economia del calcio a venire che, per quanto riguarda il Livorno, è uno degli elementi che può rendere possibile la rinascita della prima squadra cittadina.

Sovrapporre gli elementi tradizionali dell’economia del club calcistico, in via di contrazione, a quelli che portano verso una nuova economia del calcio, partecipato e liminale è una delle occasioni che la nostra squadra ha nel momento in cui è costretta a ripartire praticamente da zero. Ed è la condizione – economica, organizzativa, tecnologica – per l’infrastruttura materiale di un club che permetta di vivere pienamente l’esperienza da “club loyalist”, il calcio per giovani sganciato dalle ansie del professionismo, il calcio per famiglie. Certo nell’immediato il nuovo Livorno dovrà assumere forma di emergenza, ma dopo sarà possibile, se si vuole, progettare sul serio nelle direzioni indicate che garantiscono un futuro alla nostra società e alla nostra città.

 

Per codice rosso, nlp

 

Per le difficoltà strutturali del club loyalism livornese si rimanda a questo articolo di Codice Rosso.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.