L’Anticapitalismo ai tempi dell’Apocalisse

Dapprima le locuste in Africa, poi la Pandemia globale. Si prospettano tempi duri tanto che è tutta da capire bene ancora l’attuale profondità e portata della stessa, attuale, quarantena. Due eventi, due disastri che oltre a rappresentare delle tragedie immani mettono anche a dura prova l’attuale sistema sociale. Delle difficoltà attuali del capitalismo, però, c’è poco da esultare. Le attuali ferite sono profonde. Ma sarebbe miope pensare che queste ferite, col tempo si sanassero, che si rimargino da sole non è di certo pensabile. La necessità dunque di un’aggressione forte all’attuale sistema sociale, di un cambio di paradigma nella ridefinizione delle regole della vita sociale, di un nuovo contratto sociale si snoda sullo sfondo di un aut aut storico, anzi epocale: se non cambiamo attitudine nello stare al mondo ci lasciamo davvero “le penne”. E’ forse strumentalizzazione sdegnarsi anche solo moralmente per quello che sta accadendo, a fronte di quanto sta accadendo? E non è strumentalizzazione neanche individuare nel capitalismo un colpevole sospetto. Non è aria per rinfacciarsi niente; nessuno vuole dire “l’avevamo detto”: invitiamo allora, semplicemente a leggere il disastro attuale alla luce di alcune categorie: anticapitalismo, biopotere ed ecologia sociale. Inutile aggiungere informazioni al già noto ed impattante squilibrio che il capitalismo impone alla natura nel rapporto uomo-ambiente. Nessuno qui è virologo, ma sono fiumi ormai le pagine di letteratura che collegano l’attuale epidemia all’inquinamento, che è una delle attitudini antropizzanti e perverse del capitalismo. E’ dunque nel quadro dell’anticapitalismo che vogliamo invitare ad inquadrare ed a leggere l’attuale crisi. La biopolitica ci suggerisce alcune di quelle che saranno le nuove sfide della modernità. Si parte da un’epidemia e si arriva ad un perfetto, legittimo in prima istanza, preventivo e civico dunque, arretramento di ogni libertà. Si fa presto a parlare oggi, ma se la quarantena durasse un’intera estate? Da questo punto di vista il terreno si fa davvero scivoloso. Non possiamo non sottolineare in questa fase l’importanza di una condotta ispirata al miglior civismo. Allo stesso tempo, portando un esempio concreto, intensificare l’applicazione dei tamponi in maniera massiccia porterebbe ad un chiarimento di idee in una situazione ancora opaca. Ma suona anche di schedatura biologica di massa, a seconda della lunghezza della quarantena. Insomma, troppi interrogativi ancora non ci danno strumenti utili per elaborare una visione netta e precisa e chi pretende di detenerla non sempre è onesto. C’è da capire se la fiducia riposta fino ad oggi nel lavoro istituzionale, con Conte verso picchi di consenso inediti nei sondaggi, sarà ricompensata in futuro appunto con una riscrittura di alcuni aspetti della contrattualità sociale, oppure se non cambierà niente, anzi, scongiurando ipotesi di fantapolitica secondo le quali si starebbero sperimentando forme di controllo sociale basate sia sulla repressione, con esercito e polizia nelle strade ed introiezione stessa dei meccanismi repressivi, in cui la paura ci trasforma tutti in poliziotti. Insomma, una sorta di fascismo tecnico. Come dicevamo sopra l’ecologia oggi è una chiave di volta nella costruzione di un pensiero rivoluzionario. Colpisce al cuore il sistema mettendo a nudo l’interscambio tra natura e sistema sociale, colpendo alla perfezione il bersaglio di alcune portanti criticità capitalistiche.
Comunque sia, capitalisti o meno che si sia, per mangiare bisogna che un’economia si muova. Almeno ,per la gente che è costretta in genere a lavorare per vivere. La nostra economia attualmente è semiparalizzata. E giustamente ci sarebbe da aggiungere, davanti ad un’emergenza sanitaria. Discorso però che dovrebbe valere anche per le fabbriche. Dunque, locuste, epidemie, povertà. Manca l’ultimo “Cavaliere dell’Apocalisse”, la Guerra. Arriviamo così ad un argomento di grande significanza storica, geopolitica ed attualistica: Europeismo oppure no?
La scelta europeista ormai è insostenibile. L’Ue è vincolo economico e monetario, impone scelte che spoliticizzano le democrazie che ne partecipano, sottraggono sovranità agli Stati. Attenzione, attenzione ai termini. Non ai cittadini, ma agli Stati. Perché sottolineo questo cavillo formale? Questa differenza definitoria? Perché la politica di sacrifici imposta dall’Ue è passata per lo smantellamento della nostra sanità, per esempio. Ma anche per non cadere nell’”aporia” sovranista secondo la quale , nel ritorno alla sovranità nazionale si possa ri-democraticizzare la nostra società. Nell’alveo dello Stato Nazione il conflitto è sempre diventato concertazione, passerella istituzionalistica. Abbiamo visto oggi come si sono comportati i confederali: fabbriche aperte, lavoratori al macero. Queste istituzioni sono ormai desuete, fuori dalla storia, dove la storia voglia essere riscrittura del presente. Dobbiamo tornare al sistema che ha ingrassato questi soggetti? Siamo sicuri di potere scalzare questi burocrati sullo stesso terreno delle loro mangiatoie? La scelta antieuropeista poi porta un’aggravante sul piano delle relazioni geopolitiche. Oggi soffiare su alcuni equilibri geopolitici significa davvero soffiare sul fuoco. Potrebbe anche far gioco a nemici, accelerando scenari di guerra e prestando il fianco ad un ritorno prepotente della destra fascista. Con la mezza responsabilità storica di avere svegliato il quarto cavaliere. Dato quello che poi è lo scenario politico internazionale, con la frapposizione sempre più netta tra i giganti Russia, Cina ed Usa, non si tratta di scegliere tra una super potenza in luogo di un’altra, quanto piuttosto di capire che per essere anticapitalisti non si può fare distinzioni tra Capitali, sostenendo che i soldi americani siano sporchi mentre gli investimenti cinesi puliti. Si parla qui di un potenziale conflitto tra giganteschi capitali nazionali su scala globale. Altro che guerra tra Bene e Male.
La sinistra allora, per essere davvero rivoluzionaria in questa epoca cosa deve sapere fare? Tracciare una terza via, una propria via, inedita, nuova e che vada a sabotare l’intero scenario descritto sopra. Se dovesse scoppiare una terza guerra, Dio ce ne scampi, l’imperativo tattico dovrebbe essere disfattista. Senza se e senza ma. Qui non si tratta di fare prediche strategiche, nessuno possiede soluzioni certe. Si tratta di intuire la tattica giusta per il contesto attuale, spingendo ancora più in alto l’asticella delle pretese, nonché l’autocritica: capitalizzare il momento per partorire un nuovo progetto, di trasformazione dell’esistente, a partire da tutta una serie di elementi che rendono drammatica, urgente e necessaria la messa in discussione del presente. Sapendo che ne l’accettazione passiva dell’Ue, ne la piattaforma concertativa Stato Nazione siano soluzioni spendibili sul piano delle problematiche attuali, per la sinistra attuale. E’ un falso modo di affrontare il problema, per nascondere a noi stessi che manchiamo di soluzioni, spendibili immediatamente per invertire la tendenza del presente. Ma se non mettiamo in moto un meccanismo di ricerca pratica (praxis) della rivoluzione oggi, 2.0, non potremmo mai affrontare le vere contraddizioni dell’attualità capitalistica: un pianeta allo stremo, da cui la centralità del pensiero ecologico; l’incapacità di pensare una società oltre il lavoro sfruttato , dato che lo stesso sistema fabbrica sia comunque da ricongiungersi anche alla questione ecologica ed infine la riduzione feticistica di ogni aspetto della nostra esistenza a mera merce, la penetrazione dello sfruttamento anche nelle sfere private ed intime della nostra vita, la questione femminile dunque, con la donna che richiede piena ontologia, pienezza di essere, non più cosa, non più merce. Sono questi alcuni spunti, di un dibattito che dovrebbe essere alimentato oggi più che mai, dato che è nell’oggi che ormai si sono radicate le ragioni e la prepotente necessità del dibattito stesso, su cosa la sinistra rivoluzionaria voglia fare da grande, chiamata com’è ad una crescita precoce dopo soltanto “secoli” di incubazione.

 

Diego Sarri

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