Recensioni

Le voci di una Livorno ribelle e corsara

di Paolo Lago

[pubblichiamo qui una recensione di Paolo Lago uscita su Carmilla online il 27 maggio 2018]

 

Luca Falorni, Voci possenti e corsare. La Livorno ribelle dagli anni ottanta a oggi, Agenzia X, Milano, 2017, pp. 261, € 15,00.

Il recente libro di Luca Falorni, Voci possenti e corsare, trae il titolo da un verso di una canzone della cantautrice livornese Alessandra Falca, Livorno: le «voci possenti e corsare» sono le «urla del porto», le voci, cioè dei lavoratori portuali, che lo stesso Falorni, in una introduzione di carattere autobiografico, descrive come caratterizzate da un volume altissimo e scomposto, ascoltate mentre, da piccolo, una volta accompagnò il padre portuale a una assemblea dei lavoratori. Del resto, come ricorda lo stesso autore, anche lo scrittore livornese Carlo Coccioli diceva che «tutti i livornesi urlano troppo, sempre, senza motivo». È quindi la città di Livorno la vera protagonista del libro, una città che il lettore troverà molto diversa dalla ‘banalizzazione’ «degli anni novanta del cinema postveltroniano del noto regista Paolo Virzì […], annacquatore di costumi e usi labronici, tanto quanto inventore di una città immaginaria in cui le vie sono vuote a tutte le ore, in cui la politica non è niente più che un manifesto sbiadito o una battuta scherzosa in bocca a qualche personaggio secondario».
Quella che viene fuori dal libro di Falorni è una città vera e verace, che sa di mare e di porto, di voce della gente comune, di strade, di disagio e dolore, di ribellione. Perché, come leggiamo nel sottotitolo, si tratta della «Livorno ribelle», una Livorno corsara che ha sempre combattuto contro l’indifferenza e il vuoto diffuso, sollevando la testa, lottando. Infatti, il libro, è dedicato a una cronistoria della lotta per gli spazi sociali a Livorno (raccontata da svariate testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei momenti), una lotta effettuata da un gruppo di giovani che, fin dagli anni ottanta, ha combattuto, in aperto contrasto con il potentato locale – prima il PCI, poi il PDS – per cercare degli spazi sociali dove poter svolgere attività politica, culturale e artistica connotata da una chiara impronta antifascista. L’introduzione del libro, intitolata Ironici volti sulle rovine, è dedicata a un racconto prevalentemente di carattere autobiografico: Falorni racconta la sua ‘educazione sentimentale’ politica e culturale a Livorno fino alla scelta, nel 2002, di lasciare la città per trasferirsi a Milano e svolgere nel capoluogo lombardo la sua professione di insegnante di Lettere. Una situazione insostenibile – quella di sentirsi un «topo nella gabbietta» quando la gabbietta è tutta la città – ha determinato la decisione di trasferirsi a Milano: «Orrore, terrore, raccapriccio, pensavo all’epoca, meglio morire solo in un andito buio alla Bovisa, stramazzare sulla Comasina, marcire nella Brianza velenosa, che finire così». Livorno, quindi, oltre che come culla e madre, appare anche sotto le vesti di prigione provinciale vuota e insostenibile, quasi come la gretta e fatua provincia tratteggiata dalla penna di Balzac nella Comédie humaine, in cui tutti sanno tutto di tutti e ognuno ha un suo ‘rispettabile’ e incasellato ruolo sociale. L’autore, in questo modo, intende anche sfatare il mito di Livorno «isola felice», propagandato da una fatua opinione pubblica e dai «boiardi di partito». Disagio sociale, disoccupazione giovanile, «crisi sistemica del porto già dai fine anni ottanta, a cui sarebbe seguita la progressiva dissoluzione di tutto il tessuto sociale cittadino»: altro che isola felice! Luca, insofferente a ogni tipo di incasellamento, ha preferito ‘perdersi’ nella metropoli e da lì, anni dopo, raccontare con queste pagine alcuni indelebili momenti della storia underground livornese. Nel suo scritto autobiografico l’autore, con note malinconiche e doloranti, ricorda anche gli amici che non ci sono più, tanti compagni di strada che non ce l’hanno fatta, anche e soprattutto falcidiati dalla piaga dell’eroina che negli anni ottanta – gli anni del ‘riflusso’ in cui le persone cominciavano a chiudersi in casa, complici le nuove televisioni private, piuttosto che lanciarsi nel marasma vitale delle strade – mieteva le sue vittime soprattutto fra i giovani. E, in questi momenti, la scrittura di Falorni mi ha fatto pensare al recente romanzo di Alessandro Bertante, Gli ultimi ragazzi del secolo, uscito nel 2016 (cronistoria autobiografica di un’educazione sentimentale e politica, stavolta proprio a Milano), in cui lo scrittore ricorda con note dolorose tutti gli amici falcidiati dall’eroina.
A seguire l’introduzione dell’autore incontriamo uno scritto di Silvano Cacciari (Attaccare il dispositivo di controllo) che traccia un quadro delle occupazioni livornesi da un punto di vista più strategico-politico, legato alla gestione, anche sociale, del territorio. Uno degli errori più grandi, secondo Cacciari ma anche secondo molti altri intervistati, è stato quello di offrire indiscriminatamente troppo spazio ai tossicomani i quali, nella prima occupazione del 1989 (quella di Villa Sansoni, come vedremo), hanno preso in mano le redini della gestione del luogo dando adito all’opinione pubblica, movimentata dall’egemone partito locale, che considerava la Villa come una sorta di ricettacolo di ‘drogati’. Come nota Cacciari, «in Villa ci siamo dovuti confrontare con maggioranze schiaccianti di eroinomani in assemblea per la gestione del posto, forse il nostro è stato uno dei pochi collettivi che è stato politicamente sgomberato dai tossici!». Un’altra problematica affrontata è costituita dalle dinamiche di interrelazione col partito egemone in città, perché «il Pci all’epoca rappresentava esattamente il contrario di una forza popolare, era in realtà una forza di occupazione del territorio», un «dispositivo di controllo»: «Quando noi facevamo politica, organizzavamo un’azione, anche quando facevamo le feste, ci trovavamo sempre in mezzo i funzionari del partito». È facile quindi capire perché nel 2014, assistendo da Milano alla clamorosa sconfitta del PD nelle elezioni cittadine e alla vittoria dei pentastellati (comunque poi rivelatisi una specie di «Armata Brancaleone»), Luca afferma di aver euforicamente brindato con un «ottimo rosso piemontese» del 2003.
Dopo le dichiarazioni di Cacciari, è Franco Marino, pseudonimo di un redattore di “Senza Soste”, importante giornale livornese di controinformazione, a tracciare una sintesi di «dieci anni di movimento a Livorno (2001-2011)». Nel 2001, infatti, un gruppo di giovani rioccupa una palazzina che era stata la sede storica del centro sociale «Godzilla». Inizia poi un periodo di importanti lotte sociali che sfociano in cortei ed esperienze di piazza come il gigantesco corteo contro la base militare americana di Camp Darby, nel 2003, o la grande manifestazione, nel 2006, contro il rigassificatore offshore, una enorme nave gasiera che sarebbe stata ancorata al largo della città, fino alla nascita del «Mal», il Movimento antagonista livornese.
Cominciano quindi le testimonianze, anima e cuore pulsante del libro di Falorni, rigorosamente divise in blocchi cronologici e precedute da una mappa dei luoghi attraversati dal movimento livornese attraverso gli anni. Il primo gruppo di testimonianze comprende gli anni dal 1980 al 1993 ed è raccolto sotto il titolo Questa storia non mi piace! – lo stesso di un documentario di Falorni sugli spazi sociali a Livorno dal 1980 al 1993 (l’autore, infatti, è anche un bravo videomaker). Le testimonianze qui raccolte sono tratte proprio dal documentario-intervista. Già dagli anni ottanta, come osservano molti intervistati, si cercava – da parte del Collettivo spazi sociali che si riuniva nel Palazzo Rosciano occupato – uno spazio sociale che fosse un centro di aggregazione politica e culturale. La prima importante occupazione (dopo quella, passeggera, dell’ex Istituto Pascoli) è quindi quella, nel 1988, di Villa Sansoni, una villa ottocentesca nella frazione di Ardenza, nella zona sud della città, località in passato «sirena e adescatrice» di pittori postmacchiaioli. Come già ricordato, l’esperienza dell’occupazione svanisce nel ‘riflusso’ provocato dall’eroina. Come afferma Massimo M., «l’eroina pesò parecchio sul movimento degli spazi sociali, la città stessa in un certo periodo era stata affossata da chi si faceva le pere. Livorno era particolarmente nel mirino e non credo che ciò sia successo per caso. C’era stata una strage, anche di gente in gamba che avrebbe potuto dire la sua». La seconda, importante occupazione cittadina è poi quella del «Godzilla», che prende il nome dal mostro del cinema giapponese di fantascienza. Inaugurato nel dicembre del 1990, lo spazio sociale è il frutto di un’occupazione e di un accordo con l’amministrazione locale: all’interno di esso, nel corso degli anni, vengono avviati significativi progetti politici e culturali, come il gruppo di studio su Foucault o le prime sperimentazioni sulla comunicazione informatica. Purtroppo, anche l’esperienza del Godzilla decade più o meno per gli stessi motivi della fine dell’occupazione di Villa Sansoni: l’incapacità di contenere l’invasione da parte dei tossici e gli attacchi dell’amministrazione locale che, appunto, vedeva il centro sociale come un ‘ricettacolo di drogati’.
Dopo la significativa occupazione del Teatro delle Commedie, nel 1993, un teatro abbandonato e lasciato in disuso dall’incapace amministrazione locale, si passa alla seconda sezione delle testimonianze raccolte nel libro, Uovo strapazzato (1993-2010). Nel novembre del 2001, un gruppo di giovanissimi, una nuova generazione dedita alla ricerca di spazi sociali, rioccupa la palazzina del vecchio Godzilla mentre una parte del collettivo, più legata all’ambiente dello stadio, crea al primo piano della palazzina il Centro politico 1921. Di nuovo, vengono avviate iniziative culturali e politiche (personalmente, ricordo un interessante ciclo di seminari su Impero di Negri-Hardt tenuto da Silvano Cacciari) in una temperie socio-politica complessa: Genova 2001, manifestazioni contro la base americana di Camp Darby e contro il progetto del rigassificatore, le varie «sagre del precario» organizzate all’interno della Fortezza Nuova, un altro bellissimo spazio cittadino – una fortezza medicea circondata dai canali – abbandonato alla decadenza dall’amministrazione locale.
Si arriva dunque all’ultima sezione del libro, Il posto più difficile del mondo (Livorno ribelle oggi). La scena degli spazi sociali oggi è dominata da due importanti luoghi: il «Teatrofficina Refugio (Tor)» e la «Caserma occupata». Il primo, occupato nel 2006, è un teatro dove vengono organizzati concerti, spettacoli, mostre, iniziative culturali ed artistiche, anche con ospiti importanti a livello nazionale: si tratta probabilmente del luogo, al momento attuale, più culturalmente attivo e vitale della città. La Caserma (una vecchia caserma in disuso), occupata nel 2011, è sede di diverse iniziative, soprattutto di carattere musicale, nonché del Critical Wine che ogni anno, in dicembre, vede riuniti produttori vitivinicoli provenienti da ogni parte d’Italia. A fianco di questi spazi occupati è poi doveroso ricordare altre strutture che sono attive a Livorno con un progetto di militanza sociale, politica e culturale sul territorio, come l’Associazione don Nesi nel quartiere di Corea (che nasce nel luogo dell’ex villaggio scolastico creato coraggiosamente negli anni sessanta da don Nesi per aiutare famiglie e ragazzi in condizioni di disagio), la Federazione Anarchica, gli Orti Urbani di via Goito, un pezzo di amena campagna nel centro cittadino sottratto (per ora) all’edilizia selvaggia.
Il libro di Luca Falorni è perciò sicuramente un importante tassello, frutto di un lavoro certosino, nella ricostruzione di un periodo storico importante (e, direi, non solo underground) per la città di Livorno. Dopo la lettura viene spontaneo chiedersi quanto sia assurda la logica da sempre sottesa agli apparati di ‘potere’ e controllo: spazi gestiti da giovani, culturalmente e politicamente attivi, vengono contrastati e osteggiati fino allo sgombero da parte di amministrazioni locali (dappertutto, non solo a Livorno) che non riescono a tollerare che quella stessa cultura sia gestita (meglio) da un “altro da sé”. È una logica assurda perché queste strutture non riescono a rendersi conto di quanto bene facciano, invece, questi spazi alle realtà urbane contemporanee, attraversate da complessità sociali sempre più intricate. Il totale svelamento di questa assurda logica è quindi probabilmente il principale punto di forza del libro di Luca. Un punto di debolezza è però, a mio avviso, l’eccessiva nota malinconica e ‘dolorante’ con la quale molti degli intervistati, soprattutto legati al mondo artistico, rievocano il periodo in questione, come se dolori, rancori, insoddisfazioni personali facessero oggettivamente parte di uno spazio e di un tempo. Come se, in fin dei conti, tutte queste esperienze passate fossero state un grande fallimento. Ma, forse, questa nota malinconica fa da sempre parte, fino in fondo, dell’anima di Livorno, città di porto, disincantata, profondamente ferita nel corso della storia, fino alle terribili distruzioni della Seconda Guerra Mondiale. E, nonostante tutto, perdute in mille malinconie, le «voci possenti e corsare» riescono sempre a risollevare la testa, a cantare, a urlare, a parlare, adesso anche a un pubblico più vasto, grazie al bel libro di Luca Falorni.

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