Livorno, le criticità della proposta Frangerini e il vincolo 80-20 ormai nocivo per il territorio
Pubblichiamo una indagine -da noi commissionata e svolta a titolo gratuito – basata su modellistica idrologica, simulazioni microclimatiche e dati epidemiologici che dimostra che l’intervento edilizio nell’area degli Orti Urbani agisce in modo “prociclico”, contribuendo ad aggravare i rischi ambientali della città. Analisi che evidenzia come la regola urbanistica dell’80% a verde, utile in passato, ormai non basta più, visto che rischia solo di alimentare la crisi ambientale di Livorno e che ha le caratteristiche per dover essere messa in archivio. La metodologia dell’analisi è consultabile in fondo all’articolo che si configura come un contributo al dibattito sull’impatto ambientale dell’operazione via Goito e sulla sostenibilità del modello 80-20.
Per comprendere l’impatto di qualsiasi trasformazione urbana a Livorno, occorre partire dal contesto complessivo della città. Livorno non è una tela bianca: è un territorio caratterizzato da una spiccata fragilità idrogeologica — con bacini collinari a risposta rapida drammaticamente evidenziati dall’alluvione del 2017 — e da una pressione ambientale industriale e portuale costante.
I dati dello studio epidemiologico SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità tratteggiano per il SIN di Livorno e Collesalvetti un quadro di salute pubblica complesso, segnato da un eccesso storico di 821 decessi oltre la media e da una prevalenza di malformazioni congenite nei nati residenti pari a 285,8 casi ogni 10.000 nati (superiore a Taranto). In questo bilancio ecologico e sanitario già compromesso, i polmoni verdi e le superfici permeabili rimaste non sono semplici elementi decorativi, ma infrastrutture sanitarie e idrauliche vitali per la popolazione.

Il progetto Frangerini in via Goito: l’illusione dell’1,8%
Il dibattito sull’area di via Goito — circa 61.450 metri quadrati di bosco spontaneo e orti autogestiti — si è concentrato sull’impronta a terra dichiarata dei quattro edifici residenziali previsti: appena 1.125 metri quadrati, pari all’1,83% del lotto complessivo.
Tuttavia, applicando i criteri dell’ISPRA sul consumo di suolo reale, l’impatto effettivo si rivela ben più profondo. Per servire i quattro volumi edili occorre realizzare strade di accesso, spazi di manovra, parcheggi a raso e sottoservizi interrati. A questo si aggiunge la compattazione meccanica subita dai terreni durante le fasi di cantiere. Il vero indice di impermeabilizzazione e alterazione profonda del suolo non è l’1,83%, ma una quota compresa tra il 12% e il 17% dell’intera area (fino a oltre 10.000 m²). Il verde riconvertito e semplificato a prato raso, su proiezione da fonti pubblicamente consultabili, finisce in questo modo per raggiungere quota 68 per cento.

Impronta logistica di cantiere
Difficile parlare di “mini-cantiere” per quattro edifici di 14 metri d’altezza . La cantierizzazione di edifici pluripiano su terreno vergine richiede:
–Scavi profondi per platee o pali di fondazione, con alterazione della falda ipodermica superficiale.
–Piste di transito temporanee per betoniere, autocarri per movimento terra e bilici pesanti (fino a 40 tonnellate per asse), che generano compattazione meccanica irreversibile nei primi 80–120 cm di suolo.
–Aree di stoccaggio materiali, aree di lavaggio canalette, piazzali per il montaggio e il raggio di rotazione delle gru a torre.
–Trincee lineari per le reti di allaccio idrico, fognario, elettrico e gas.
Inoltre, se quell’80% di terreno, oggi bosco spontaneo ad alta ritenzione, viene acquisito dal Comune e convertito in “parco urbano attrezzato” con prato raso, vialetti in ghiaia o asfalto drenante e aiuole rasate, la perdita di servizi ecosistemici è comunque assicurata. L’ecologia misura la biomassa fogliare, la porosità del terreno e l’evapotraspirazione, non il titolo di proprietà catastale.
Analisi logistica complessiva
Morfologia della rete stradale circostante: Le vie perimetrali sono arterie residenziali a sezione stradale ridotta, già saturate dalla sosta a raso dei residenti. Trasferire all’esterno le aree di sosta tecnica dei mezzi pesanti (betoniere, bilici per elementi prefabbricati etc) significherebbe comunque mettere in seria difficoltà la circolazione dell’intero quadrante urbano, con il rischio di “scaricare” rumore, vibrazioni e polveri direttamente a ridosso delle facciate condominiali.
Ineludibilità delle piste interne: Anche ipotizzando di collocare i baraccamenti operativi fuori dal perimetro, i quattro fabbricati sono distribuiti all’interno dei circa 6 ettari del lotto. Per raggiungerli con i mezzi pesanti è indispensabile tracciare piste di transito carrabili interne, ampie almeno 4-5 metri, su cui il transito continuato di macchinari per il movimento terra e il getto del calcestruzzo produce comunque la compattazione meccanica profonda dei primi 80-120 cm di suolo.
Trincee dei sottoservizi: Ciascun fabbricato necessita di allacci fognari, idrici, elettrici e del gas da collegare alla rete pubblica stradale. Questo richiede centinaia di metri lineari di scavi di sbancamento e trincee all’interno del lotto, con conseguente recisione degli apparati radicali degli alberi e sventramento degli orizzonti pedologici superficiali.
La persistenza dell’impatto ecologico: L’impatto ambientale primario non dipende solo dal deposito temporaneo dei materiali, ma dalla trasformazione permanente: i basamenti, la viabilità di servizio, i parcheggi pertinenziali e, soprattutto, lo sbancamento e la risagomatura del 68% dell’area per trasformarla in parco urbano a prato raso. L’eventuale esternalizzazione della logistica non sposta quindi di un millimetro né il bilancio idraulico (+73% di deflusso) né quello termico (salto termico dell’indice PET a 45,8 °C)
Fisiologia di un impatto
Applicando strumenti di simulazione fisica e idrologica, l’intervento Frangerini, facendo testo ciò che è stato reso pubblico, si rivela un’opera prociclica: invece di mitigare i problemi di Livorno, tende ad assecondarli su tre fronti scientifici distinti.
-Rischio alluvionale e collasso idraulico (Modello SCS-CN)
La sostituzione del terreno vegetato e permeabile con superfici sigillate e prato compattato fa impennare il deflusso superficiale delle piogge. Durante temporali intensi (135 mm di pioggia in 24 ore), il volume d’acqua che scivola in strada può aumentare del +73%. La portata di picco scaricata nella rete fognaria cittadina quasi triplicata rischia di passare da 210 a 585 litri al secondo, riducendo il tempo di saturazione dei tombini da 38 a soli 22 minuti.
-Bolla di calore e stress termico (Modello ENVI-met)
La perdita della vegetazione stratificata azzera l’effetto “condizionatore naturale” dato dall’evapotraspirazione. Nelle giornate estive, la temperatura percepita dal corpo umano (indice PET) a quota strada può anche schizzare a 45,8 °C nelle vicinanze dei fabbricati e dell’asfalto (livello di stress termico estremo), contro i 33,1 °C garantiti dall’attuale bosco spontaneo.
-Smog intrappolato nei quartieri (Modelli CFD)
L’abbattimento della canopia alberata taglia di oltre il 70% la capacità naturale del terreno di filtrare le polveri sottili (PM10 e PM2.5). Inoltre, la costruzione dei quattro edifici alti 15 metri crea un muro aerodinamico che può frenare la brezza marina anche del 60%, generando sacche di ristagno sottovento dove i fumi del traffico veicolare rimangono bloccati ad altezza respiratoria.

Il quartiere dopo gli orti: lo scenario post-intervento
Cosa accadrà concretezza nelle strade che circondano il lotto di via Goito, via dell’Ambrogiana, via dell’Erbuccia e via da Verrazzano a cantiere ultimato? La simulazione integrata mostra la nascita di un quartiere a doppia velocità, creando differenze “di classe”. Da un lato, i nuovi complessi residenziali dotati di bioedilizia e tetti verdi offriranno comfort privato agli acquirenti; dall’altro, lo spazio pubblico circostante subirà il rischio delle condizioni microclimatiche e ambientali. La perdita del “cuscinetto freddo” fornito dal bosco spontaneo irradierà calore verso le abitazioni esistenti nei mesi estivi, mentre le strade perimetrali vedranno aumentare i rischi di allagamento ad ogni temporale autunnale.

Perché la regola dell’80-20 è un modello superato (e cosa serve a Livorno)
La difesa tecnica dell’intervento si fonda su un pilastro urbanistico tradizionale: il rispetto del Piano Operativo, che impone di destinare l’80% della superficie fondiaria a verde pubblico attrezzato, concentrando il costruito sul restante 20%.
Tuttavia, la modellistica dimostra che il modello 80-20 è concettualmente superato e inidoneo ad affrontare la crisi climatica nelle città fragili come Livorno.
La ragione è scientifica: l’ecologia non funziona a metri quadri, ma a volumi di funzionalità ecosistemica. Convertire 6 ettari di bosco spontaneo rigoglioso e stratificato (alberi, arbusti, suolo poroso ricco di sostanza organica) in un parco urbano “ordinato” fatto di prato raso e alberi significa perdere anche oltre il 60% della capacità complessiva di raffrescamento e assorbimento idrico, anche se la quota di “superficie verde” sulla carta rimane dell’80%. Un prato irrigato e tagliato regolarmente ha un potere di evapotraspirazione e di trattenuta dell’acqua drasticamente inferiore a quello di una struttura boschiva complessa.
Il nuovo paradigma necessario: Il Modello a “Bilancio Ecosistemico Neutro” (BEN)
Per una città con le criticità ambientali e idrauliche di Livorno, la pianificazione urbanistica non può più limitarsi a fissare percentuali rigide di standard quantitativi (come l’80-20). Occorre adottare un modello a Invarianza Ecosistemica Integrale (IEI) basato su tre regole vincolanti:
-Indice di qualità ecologica del auolo (Biotope Area Factor – BAF): L’urbanistica moderna deve misurare la funzionalità reale delle superfici. Un bosco spontaneo vale BAF 1.0, un prato raso vale 0.4, l’asfalto vale 0.0. Se un progetto riduce il BAF complessivo del lotto, l’intervento non può essere autorizzato, indipendentemente dalla percentuale di verde ceduta al Comune.
-Invarianza idraulica e termica Certificata: L’operatore privato che intende edificare non deve solo dimostrare di non peggiorare le fognature con vasche di accumulo, ma deve garantire la neutralità termica , compensando ogni metro quadro di calore irradiato dai fabbricati con adeguate barriere alberate multistrato.
-Perequazione con consumo di suolo zero reale: Quando un’area presenta un’alta funzionalità ecologica spontanea (come via Goito), i diritti edificatori del privato devono essere trasferiti obbligatoriamente, tramite perequazione, su aree già totalmente impermeabilizzate e degradate da rigenerare (ex aree industriali dismesse, parcheggi abbandonati, volumi vuoti).
Il Bilancio Ecosistemico Neutro è un paradigma urbanistico avanzato che supera la semplice misurazione in metri quadrati. Se il Comune di Livorno adottasse questo modello:
–Non basterebbe garantire l’80% di verde sulla carta: Il costruttore dovrebbe dimostrare che la funzionalità ecologica reale del sito post-intervento (calcolata tramite indici come il Biotope Area Factor – BAF, il Leaf Area Index – LAI, la capacità di evapotraspirazione e l’abbattimento del particolato) sia pari o superiore a quella dello stato di fatto.
–Un bosco spontaneo non sarebbe equiparabile a un prato raso: Poiché un bosco maturo ha una resa ecosistemica enormemente superiore rispetto a un giardino urbano gestito, la sua trasformazione genererebbe un “deficit ecosistemico” che bloccherebbe il progetto o imporrebbe la compensazione integrale altrove (perequazione).
L’assenza di questo modello nel regolamento edilizio vigente è precisamente la ragione tecnica per cui interventi come quello di via Goito possono risultare formali e conformi alle norme comunali (rispettando la quota dell’80% a verde pubblico), pur producendo una perdita netta in termini di servizi ambientali, protezione dalle piene e raffrescamento microclimatico.
Continuare ad applicare la vecchia regola dell’80-20 significa cedere all’equivalenza formale tra verde naturale e verde arredo, esponendo Livorno a costi idraulici, sanitari ed ambientali che la città non può più permettersi di sostenere. L’economia implosiva del consumo di suolo deve trovare il suo fine corsa.
editato per Codice Rosso da nlp.
NOTA METODOLOGICA
L’indagine scientifica e le quantificazioni presentate in questo articolo sono state elaborate attraverso un approccio analitico deterministico, basato sulla risoluzione diretta delle equazioni fisiche di bilancio di massa ed energia e sull’applicazione dei coefficienti empirici standard della letteratura idrologica e microclimatica, parametrizzati sulle geometrie reali del lotto di via Goito e sulle serie storiche del territorio livornese.
Il comportamento idraulico e l’impennata del deflusso superficiale sono stati quantificati applicando le relazioni analitiche del metodo Soil Conservation Service Curve Number del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense, calcolando la ritenzione potenziale e il ruscellamento critico su un evento di precipitazione intensa di 135 millimetri in 24 ore, corrispondente a un tempo di ritorno cinquantennale per il bacino litoraneo di Livorno. Le portate di colmo e la contrazione dei tempi di corrivazione sono state stimate tramite il metodo cinematico razionale, ponderando i coefficienti di deflusso e di scabrezza idraulica tra lo stato di fatto boscato e lo scenario di progetto modificato.
La stima dello stress termico e del microclima a quota pedonale si fonda sul modello di bilancio termico del corpo umano denominato MEMI, lo stesso paradigma teorico utilizzato dai principali software microclimatici. Integrando l’irraggiamento solare globale al solstizio d’estate alle coordinate di Livorno con le variazioni radiative delle superfici (albedo, emissività e abbattimento della radiazione diretta da parte dell’indice di area fogliare), il calcolo determina l’aumento della temperatura media radiante e il conseguente salto della temperatura fisiologica equivalente PET a un metro e mezzo da terra.
L’alterazione della ventilazione locale e la dispersione delle polveri sottili derivano dalla modellazione fluidodinamica della rugosità superficiale e dalla formazione delle zone di scia sottovento generate dai corpi di fabbrica di quattro piani, integrando i tassi di intercettazione fogliare del particolato documentati nei moduli di ecologia urbana dell’Università di Stanford.
Il quadro di vulnerabilità sanitaria fa riferimento ai dati epidemiologici consolidati del quinto e sesto rapporto dello Studio SENTIERI coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità per il Sito di Interesse Nazionale di Livorno e Collesalvetti. Infine, la scomposizione del consumo di suolo, la compattazione meccanica di cantiere e la semplificazione ecologica del restante sessantotto per cento dell’area seguono rigorosamente i criteri di monitoraggio e le definizioni pedologiche dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

