Livorno, l’ordine pubblico è fuori controllo?

Seguiamo sempre con attenzione le lunghe, interminabili polemiche cittadine sull’ordine pubblico e sul controllo del territorio. Niente di differente da come si discute in altre città medie o medio-piccole del paese, specie da quando il centrodestra ha trovato maggiore agibilità sul territorio, magari a Livorno va aggiunta giusto quella punta di folklore locale che rende la discussione più vivace. Questa volta, vista la gravità dei fatti più recenti, dopo settimane di considerazioni di improbabili di destra e di sinistra, qualche riga la scriviamo anche noi.

È noto il posizionamento di Livorno nella classifica del numero di denunce ogni 100.000 abitanti: la città è stata, nell’ultimo biennio, all’ottavo posto su scala nazionale.  Ma, molto frettolosamente, come fa il Sole 24 ore, si scambia il numero delle denunce per un indice complessivo di criminalità: un pasticcio statistico, insomma, basta dire che città dove la criminalità organizzata, purtroppo, è un fatto storico sono molto più sotto nella classifica rispetto a Livorno. Ma questa classifica, che genera titoli di giornale, ha aiutato la destra livornese a sollevare polveroni che, in questo momento, fanno parecchio comodo specie in ottica immediatamente elettorale legittimando, oltretutto, ogni genere di provocazione sul territorio. La strategia della paura, del resto, è una storica arma della destra.

I dati sulle denunce indicano però un fatto incontrovertibile: il recente aumento dei reati riconducibili allo spaccio che emerge, in questo modo, come una componente che permane nell’economia informale livornese ma nel contesto di declino strutturale di quella ufficiale. Dallo scoppio della crisi (2008) l’economia informale sul territorio -che è fatta di zone di aperta illegalità come zone di confine tra legale e illegale – ha subito un forte aumento e meriterebbe una serie di studi piuttosto approfonditi a supporto delle decisioni politiche, quelle vere. Stiamo parlando di un settore molto vasto e differenziato che va dallo spaccio al lavoro nero, al piccolo commercio, alle occasioni di reddito in rete (c’è da chiedersi quanto Adsense pesi su Livorno), al consumo finanziato con prestiti a rischio, alla sharing economy, alle scommesse e al trading online. Ognuno di questi settori  è fatto di criticità e di  grossi rischi specifici. Ma ci ognuno ci spiega lo stesso aspetto della vicenda: le criticità sul territorio non sono questione di parassitismo criminale che opera su un tessuto economico sano ma sono espressione tipica di una economia informale che espone,  oggi come mai, Livorno a crisi e ad ogni genere di pericolo del territorio. Il problema non è quindi legato alla devianza ma alla instabilità di questo tessuto economico informale piuttosto che di ordine pubblico. 

La questione ordine pubblico, nella totale rimozione di quella essenziale del modello economico, è riemersa nelle ultime settimane, nella politica locale, in diversi post e articoli di stampa dove si è parlato di città fuori controllo, collegando tre fatti tra loro: gli spari contro il Royal Kebab di via Provinciale Pisana, quelli contro l’Asian Market di via Garibaldi e quelli contro il circolo Arci di Shangay.  Qui è scattata, e a maggior ragione scatterà con via Garibaldi, la medesima dinamica che conosciamo da quasi vent’anni: c’è chi ha “analizzato” gli episodi parlando di città in preda a dinamiche criminali di massa, chi ha minimizzato comunque, chi ha proposto l’esercito, chi il solito presidio di spettacoli assieme al menu di progettini che spostano la realtà di pochissimo, chi il posto di polizia h24 (che sposta realtà quanto i progettini ). La realtà, quella che i problemi li risolve o li crea davvero, sta nella capacità di incidere nel modello economico visto che Livorno è sempre più una città dove le criticità dell’economia informale e di quella al confine tra legale e illegale si fanno sempre più spazio nel declino dell’economia ufficiale. Sono queste criticità, di modello economico, che creano problemi sul territorio mentre indicare il tutto come devianza esercitata su un tessuto sano è, lasciatecelo dire, LSD puro.

Anche la vicenda dell’arresto della persona accusata di essere l’unico esecutore dei tre gravi ultimi fatti non sposta l’analisi. O siamo, sempre se la pista indicata dalla polizia è quella giusta ad a) davanti ad ad un lupo solitario che esterna la presenza dei propri incubi a colpi di revolver nella notte che vive in un ambiente socialmente ed economicamente mutante oppure a  b) davanti a qualcuno che, su commissione, regola qualche conto, e qualche rapporto di forza, in uno dei settori dell’economia illegale della città. Aggiungiamo che è niente che cambia la dinamica della politica locale che, ai problemi, risponde sempre allo stesso modo: qualche azione spot (repressiva o partecipativa) e poi arrivederci fino alla prossima criticità rilevata dai media e utile per gli scontri sui social. Mentre la realtà del territorio, che appare poco domabile per tutti, continua a mutare pelle, naturalmente, generando inedite criticità in questa emersione dell’economia informale assieme al declino di quella ufficiale.

Ma non si deve dimenticare, tra le sparatorie e via Garibaldi, che nella nostra città lo scenario complessivo nel quale immettere i fatti accaduti è quelle implosivo e non quelle esplosivo. Per cui Livorno si sta disgregando, dopo molti anni di crisi, non in una dissoluzione fatta di disordine pubblico, al quale porre almeno un freno militare, ma nel silenzioso, depressivo e neotribale adattamento alle condizioni di maggiore precarietà che, di volta in volta, vengono imposte dalle nuove puntate del declino della città. Poi ci fa capire che tra cultura di chi chiede lo stato di emergenza militare e quella di chi commette gli atti che lo fanno richiedere c’è saldatura. Basta guardare ai target della pistola di chi è stato arrestato (minimarket, circolo Arci) che altro non sono che gli stessi, continui, bersagli polemici del centrodestra quando parla di vita sul territorio. Del resto la cultura di destra è questo: produce il danno, con sparatorie come quella di Livorno, e anche il dramma cioè la soluzione militare. Oppure la militarizzazione spettacolo che, come a Pisa, incide molto sulle promesse elettorali ma poco sulla realtà del territorio. Eppure il nostro, di territorio, ha bisogno di soluzioni vere, l’implosione che attraversa molte della sue zone – dovuta a un altissimo tasso di invecchiamento demografico e ad una crisi di lunga durata sul piano economico – non si cura né con l’esercito né con gli spettacoli né con i vari, pietosi “presidi di legalità”, pure invenzioni del marketing delle voci bianche della politica.

Sono due le questioni sulle quali, a livello locale, si deve riflettere ed intervenire. E sono entrambe politiche

1) senza un  modello, e degli interventi strutturali, di rigenerazione urbana (non la speculazione edilizia chiamata in questo modo come in altri paesi..) la situazione nelle zone più critiche della città non cambierà mai nemmeno se arrivano dei fondi. Non avendo un modello -perché la politica pensa per spot o per logiche di cortile- si può anche pensare a delle zone privilegiate per la sua sperimentazione per poi replicare quello che funziona in altri quartieri. Ma si tratta di roba seria: modello economico innovativo, forme inedite di governance urbana, mobilitazione della popolazione, uso delle tecnologie per la ripresa economica, attrazione di masse di sapere, di startup, di investimenti. Chiaramente l’attuale giunta su tutto questo è impossibilita a intendere e a volere essendo anche composta da personaggi più comici che nocivi. Ma anche il resto deve battere un colpo per far capire se c’è o ci fa: senza una vera Vertenza Livorno su questi temi la città non si salva.

2) va praticata la fine della centralità, per la politica locale, del cittadino che strepita al telefono, al centralino, al giornale, su Whatsapp, sui social ed è ossessionato dai rumori, dalle fobie, dai sospetti, dai giovani e da tutto quello che si muove. Questa centralità, dai primi anni ’90 (grazie alla Lega) si è visto che porta i voti ma, alla lunga, genera conflittualità velenosa, centrifuga e inconcludente sul territorio. Con questo non vuol dire che non esistano problemi di convivenza sul territori, che il cittadino vada abbandonato a se stesso, ma che la loro risoluzione e  la priorità dell’uso delle energie pubbliche devono stare tutte nel processo di costruzione del modello di rigenerazione urbana . La centralità elettorale del cittadino esaurito che si attacca al telefono è pericolosa entropia sociale e ne va ridotta l’influenza visto che trasforma chi l’ascolta o in polizia municipale aggiunta o in portatori volontari di cerotti.

Certo non è facile affrontare questi temi specie ma la verità va detta chiara : a Livorno le criticità sociali ci sono ma con un tasso di ultrasessantacinquenni che raggiunge il 45% dell’elettorato attivosono due gli effetti sociali che si ottengono. Il primo è quello di smorzare le tensioni sociali per favorire, di contrasto, un’implosione complessiva del territorio che assomiglia molto, purtroppo, alle tragiche dimensioni implosive di una terza età che non è utilizzata per la risorsa che è. Il secondo di veder assottigliare il patrimonio e l’energia della mobilitazione giovanile del territorio. Sono temi da analizzare clinicamente, e da non rimuovere, se si vogliono trovare soluzioni.

Livorno non ha l’ordine pubblico fuori controllo. Le criticità che presenta, su quel piano, stanno, grosso modo, nel contesto di una città del centronord non della periferia di Manila. Piuttosto ha una politica che, in continua astinenza da consenso sui social, rischia di portare la città fuori controllo sociale, economico e politico.

 

La Redazione di Codice Rosso

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