Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini – Paolo Lago

Il 4 giugno 2020 è uscito il libro “ Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini” di Paolo Lago, pubblicato da Edizioni Mimesis, che sarà presentato a Livorno il 16 luglio 2020 alle ore 18.30, alle Cicale Operose, Corso Amedeo 101.
L’autore ha scritto diverse monografie su cinema e letteratura tra cui segnaliamo, in particolare “La nave lo spazio e l’altro” del 2016 ed “Il vampiro, il mostro e il folle” uscito nel 2019. Il libro costituisce il naturale proseguimento dei temi trattati nei due precedenti lavori dove lo spazio, descritto nei libri e nei film analizzati, diventa luogo d’incontro di relazioni sociali, epoche storiche, incontro con l’altro e momento a-temporale.  In particolare viene mostrata, nell’opera di Pasolini, la presenza di due spazi: quello barbarico, puro, primitivo, quasi magmatico “ in costante conflitto con ciò che è moderno, investito dalle ali del progresso e del consumismo galoppante”. Risulta molto interessante la ripresa del tema dello spazio liscio di Deleuze e Guattari, “lo spazio abitato e attraversato da nomadi che si contrappone allo spazio striato delle città sottoposte alle griglie del controllo politico e sociale”.
Nel libro vengono analizzati quattro film di Pasolini: Edipo Re, Teorema, Porcile e Medea, usciti nell’arco temporale che va dal 1967 al 1969, con continui riferimenti all’opera completa di Pasolini (film, romanzi, poesie e articoli) e alla storia del cinema. Inoltre Lago riesce, con estrema facilità e naturalezza, ad unire l’opera cinematografica di Pasolini con le varie discipline, dalla letteratura alla filosofia, dal teatro alla musica.

Edipo Re: nel film vengono subito mostrati i due spazi antitetici: quello spazio piccolo borghese, freddo e distaccato, rappresentato dalla campagna del Nord Italia e lo spazio barbarico del deserto, tremolante e corposo allo stesso tempo. Secondo il regista il barbarico è ciò che precede la civiltà borghese del prologo ed è rappresentato dalla città di Corinto che appare come un mondo altro, tremante e brulicante di vitalità, con musiche tribali e ritmo ripetitivo. Nella trama è presente sicuramente un attacco contro l’autorità paterna, ma possiamo trovare anche una critica alla società di oggi, fredda e consumistica a differenza di uno spazio arcaico, mistico, vitale e popolare come quello della festa gioiosa del villaggio di fronte all’arrivo del bambino. Lo scrittore evidenzia lo spazio desertico, enorme e selvaggio dell’Africa che si contrappone agli spazi chiusi e freddi degli interni borghesi e a quelle periferie gelide delle riprese esterne del mondo attuale. Edipo è condannato al suo destino nello spazio desertico che si rivela come spazio dello spaesamento e della perdita di sé. L’uccisione del mostro, la corsa sfrenata di Edipo e l’uccisione del padre mostrano la lotta di un uomo contro il suo destino e appello ad un’altra vita, grido inascoltato e “ teatro della parola che diventa ricerca e scambio di idee, lotta letteraria e politica.”
Infine, nelle scene finali, vengono rappresentate le strade del neo capitalismo e del nuovo consumismo in una città degli anni 60 (Bologna) dove lo spazio desertico e magmatico continua a fare irruzione; in questo modo Edipo, cieco e accompagnato da un giovane, diventa un nuovo nomade sottoproletario che attraversa la città attuale e che giunge ad uno spazio cereo e freddo, quello spazio della borghesia che avevamo visto all’inizio del film, quasi fosse un “viaggio e un destino che contaminano in modo irreversibile lo spazio iniziale”.

Teorema: in questo film Lago mette in evidenza il mondo sommerso e immobilizzato borghese ( soprattutto la villa dei protagonisti, fredda e distaccata) in contrapposizione allo spazio desertico rappresentato dall’ospite , Angelo o Dioniso, messaggero di eros e trasgressione che invade e annienta lo spazio privato della domestica, del figlio, della moglie, della figlia e del padre, folgorati dall’eros emanato dall’ospite, dal suo linguaggio e dal sole che invadono la casa borghese e creano i luoghi dello spaesamento. La malattia del padre, immobilizzato a letto, rappresenta l’impossibilità di salvare la famiglia e la lingua borghese di fronte all’invasione e alla destrutturazione di uno spazio altro: “tu sei venuto qui per distruggere”.. I monologhi hanno un senso sia tragico sia teatrale e mostrano “ l’impotenza del pensiero di funzionare, essere e di reagire al diverso.
Le sequenze della partenza dell’ospite che lascia lo spazio borghese della villa con un taxi e si avvia velocemente verso una “ tetra periferia residenziale e industriale” possono indicare che “ se la ragione illuministica della classe borghese aveva eliminato e falcidiato gli ultimi sprazzi di natura, inquinando fiumi e mari, costruendo fabbriche, casermoni di periferia e automobili, adesso essa stessa viene falcidiata da una sacralità che si esprime per mezzo della forza dirompente di eros”.
In questo modo i componenti del gruppo familiare intraprendono ognuno una vita diversa, dalla domestica ai figli, alla moglie fino ad arrivare al padre che, dopo essersi spogliato dei suoi abiti nella stazione, sceglie la via della campagna, deserto e “spazio sacrale, che sta annientando la sua precedente vita borghese basata su una visione dissacrata della realtà.” Infine cade e abbraccia la terra , si rialza e ricomincia il suo viaggio infinito verso i territori della trasgressione totale” ed il suo urlo finale “è destinato a durare oltre ogni possibile fine”…

Porcile: in questo film i due episodi presenti mostrano lo spazio freddo e cereo della villa di ricchi industriali borghesi e lo spazio desertico e magmatico di un indefinito medioevo ( Etna) dove agisce un gruppo di uomini che diventano cannibali. Lo spazio geometrico e distaccato della villa appartiene ad un ex criminale nazista che è passato dai lager dell’orrore a commerciare lana, formaggi birra e bottoni… Nella villa avvengono i dialoghi sia tra due ex nazisti, sia quelli tra il figlio Julian e la fidanzata Odetta. In questi dialoghi e in questi monologhi il linguaggio diventa un teatro di parola che si contrappone al teatro del gesto e dell’urlo ( un teatro di contestazione) e al teatro della chiacchiera borghese, quasi un teatro di strada, dove assume valore sia lo spazio sia il silenzio. Lo spazio del dialogo della villa si alterna allo spazio del silenzio presente nei paesaggi scuri e magmatici del deserto dei ribelli cannibali. Nelle scene finali, per l’autore, si può riscontrare un’amara verità: nella società industriale odierna non c’è spazio né per i disobbedienti come del resto nel passato ( i ribelli cannibali vengono puniti con una morte crudele dalle autorità del luogo), ma nemmeno per chi non è obbediente né disobbediente ( come il figlio dell’industriale che viene mangiato dai maiali). “Tutti devono sottostare al sistema capitalista, industriale e consumistica”. Anche la morte di Julian sembra essere sofferta e compresa solo da quel mondo contadino ( sono i contadini che raccontano, con le loro parole, quello che di tremendo è appena accaduto nel porcile; quel mondo contadino, arcaico e sacro, a cui Pasolini era profondamente legato.

Medea: nella sequenza iniziale del film la voce del centauro sembra mostrare lo spazio sacro della laguna, come se fosse la natura stessa a parlare, luogo originario e misterioso da cui tutti noi proveniamo e che soltanto il mondo contadino sembra riconoscere. Lago ci segnala le numerosi fonti che possiamo rintracciare nel film (Mircea Eliade, Frazer, Levy Bruhl). Giasone, nello scorrere delle immagini, diventerà sempre lucido e razionale e il centauro, perse ormai le sembianze mitologiche, gli dice che il mondo antico, arcaico e irrazionale, non esiste ormai più. Anche se nella Colchide, nella scena successiva, il film ci mostra un sacrificio umano che possiedo qualcosa di naturale e di sacro al tempo stesso.
Due mondi cominciano a delinearsi: il mondo razionale di Giasone, connotato da linee rette e geometriche ed il mondo magico della Colchide, delineato da immagini curvilinee e circolari. Medea ( Maria Callas ) sembra rimandare alla magia di un canto lirico ed ad uno spazio magico, ma anche vuoto. Questa regione misteriosa sembra rimandare a quell’Africa tanto cara a Pasolini dove ancora si potevano trovare magia, sacralità e ritmi tribali. Dopo aver rubato il vello gli Argonauti e Medea tornano a Corinto. Fondamentale diviene la sosta in una laguna dove per Medea è essenziale ricercare il centro, mentre per gli Argonauti, lucidi e razionali,  questo non ha alcun senso. Quando alla fine Giasone sceglierà Glauce e Medea sarà esiliata da Creonte, per timore dei suoi influssi sulla figlia, si scatenerà l’atroce
vendetta della maga. In questo senso l’atto di Medea rappresenta l’ultima vendetta della civiltà magica e arcaica contro il nuovo mondo, razionale e borghese. Medea diventa forza diversa e infuocata ( il sole gli regala aiuto e potenza nella sua azione). Così quando Giasone accorre, disperato per la morte dei figli e di Glauce, è in posizione di inferiorità rispetto a Medea, che sembra essere a suo agio nel fuoco e sembra dominare dall’alto del suo universo, misterioso e magmatico, rispetto al mondo, calcolatore e razionale, di Giasone.

Il libro di Paolo non è solo un invito a rivedere e “riascoltare” i film di Pasolini in un’ottica che tenga conto del doppio spazio, gelido e borghese in contrapposizione a quello desertico e magmatico, in cui si sviluppano storie e incontri fra realtà diverse, ma rappresenta un’occasione per inserire la storia del cinema in un insieme culturale e sociale più vasto, profondamente legato alla letteratura, al teatro, alla musica e alla filosofia, con riferimenti precisi e puntuali a scrittori, filosofi, psicologi e antropologi fondamentali. Spesso la figura di Pasolini è stata associata soltanto ad alcuni aspetti della sua vita privata oppure ad alcune sue dichiarazioni o articoli slegati da un contesto più complesso; i suoi film come i suoi romanzi, le sue poesie come i suoi articoli rappresentano in realtà un attacco profondo alle contraddizioni del sistema capitalistico in generale e al mondo invasivo del consumismo di cui capì, immediatamente, la forza e la violenza in essere.

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