Migranti: la difesa dei confini genera distopie

Fin dai primi momenti del suo governo, la premier Meloni non ha fatto altro che invocare la difesa dei confini dell’Unione Europea; e lo ha fatto anche pochi giorni prima della terribile strage di migranti avvenuta in Calabria pochi giorni fa (lo si può leggere qui). Le frasi ciniche e sprezzanti del ministro degli interni (che un po’ci ricorda il vecchio commissario di polizia di Milano calibro 9 (vediamolo qui) – film di Fernando di Leo del 1972 – che critica le idee ‘di sinistra’ del commissario più giovane) si muovono nella stessa direzione: in sostanza – dice il ministro – i migranti non devono partire in condizioni meteo pericolose perché, così facendo, mettono a rischio la propria vita e quella dei propri figli. Come se potessero scegliere loro, quando e come partire, come dei vacanzieri. A queste dichiarazioni fa eco la scempiaggine di altre parole pronunciate da Feltri: “partire è un po’ morire, statevene a casa vostra” (si legga qui). Per cui, fa bene la neoeletta leader del PD, Elly Schlein, a chiedere le dimissioni del ministro degli interni a causa delle sue affermazioni “indegne”, però, nel suo “meraviglioso mondo”  dovrebbe anche tenere conto che la ‘linea dura’ contro i migranti a difesa delle frontiere è stata inaugurata da un politico del suo partito, quel Marco Minniti ai cui disumani provvedimenti – indovinate un po’ – il governo attuale si sta ispirando (leggete qui).

Inutile negare che sia la destra che la sinistra mirano a rafforzare l’idea di una Unione Europea come una fortezza che si chiude a riccio nei confronti dei poveri non europei, vale a dire dei migranti. Fin dalla sua creazione, la UE si è configurata come un castello medievale che, protetto da un fossato, ha issato i ponti levatoi e chiuso le porte, gettando dai suoi spalti olio bollente contro gli ‘invasori’ esterni, preferibilmente quelli dalla pelle scura. Infatti, gli unici immigrati ammessi sono i profughi ucraini perché sono ‘bianchi’ e, fondamentalmente, appartenenti anch’essi al continente europeo. Ma i profughi che provengono dal sud e dall’est del mondo scappano per gli stessi motivi di quelli ucraini: guerre, distruzioni, genocidi ai quali va aggiunto l’inaridimento del loro territorio provocato da sconvolgimenti climatici. Su questo continuo rifiuto dei migranti che provengono dall’Africa e dall’Asia, in Europa, sia a destra che a sinistra, aleggia un diffuso razzismo non troppo diverso, probabilmente, da quello che provano i ricchi statunitensi nei confronti dei messicani e delle popolazioni dell’America del Sud. Un razzismo di matrice neoliberista, perfettamente adeguato al sistema contemporaneo della merce basato sull’iperproduttività dell’industria della microelettronica e del digitale. Insomma, di fronte alle morti dei migranti e alle tragedie del mare, i nostri politici, invece di dire: “vi veniamo in aiuto, vi creiamo noi le condizioni per uno spostamento sicuro”, come si comporterebbe un paese civile, si profondono in affermazioni di questo tipo: “difendiamo i confini”, “non partite”, “la colpa è vostra”.

Ma la difesa dei confini, l’erezione di barriere, le chiusure a riccio dei privilegiati non fanno altro che generare scenari distopici. Basta dare uno sguardo ad alcune distopie cinematografiche e letterarie. Nel film I figli degli uomini (Children of men, 2006) di Alfonso Cuarón, in un mondo futuro in cui non nascono più bambini, il Regno Unito si è trasformato in una truce fortezza chiusa agli ‘stranieri’ provenienti dal sud del mondo. In questa società, controllata da una rigida dittatura, si intensificano gli scenari di guerra civile e distruzione. Nel romanzo di Bruno Arpaia, Qualcosa, là fuori (2016), in un futuro devastato dal cambiamento climatico che ha provocato l’inaridimento del suolo, gli italiani e gli europei del sud sono i nuovi migranti che vengono respinti e allontanati dai paesi del Nord Europa, chiusi in sé stessi come una fortezza (come l’attuale UE) perché sono gli unici in cui si può ancora sopravvivere. Margaret Atwood, invece, in L’anno del diluvio (The Year of the Flood, 2009), presenta uno scenario caratterizzato da continue guerre civili, per cui i ricchi si sono asserragliati in quartieri residenziali protetti da feroci corpi di polizia privata, mentre i poveri trascinano la loro esistenza nelle misere “plebopoli”. Questi sono solo tre fra gli innumerevoli esempi di mondi futuri distopici che ci offrono il cinema e la letteratura: mondi in cui la violenza, la guerra civile, la distruzione nascono proprio dalla chiusura e dall’erezione di barriere a controllo delle frontiere.

Dalla distopia alla dura realtà, dal cinema e dalla letteratura alla lucida analisi economica e politica: gli scenari attuali potrebbero trasformarsi in distopie ben reali se prestiamo attenzione a quanto Robert Kurz afferma nel suo saggio Il collasso della modernizzazione, uscito in versione originale nell’ormai lontano 1991 (e tradotto in italiano nel 2017). Anzi, c’è il terribile sospetto che la strada imboccata sia quella. Gli spostamenti dei popoli sono fenomeni strutturali, immodificabili e irrefrenabili nella loro complessità, non certo paragonabili ai viaggi vacanze ai quali il ministro italiano, probabilmente, è abituato. E lo sono tanto più nel sistema dominato dalla merce. Come scrive Kurz, “si potrebbe quasi evocare l’immagine dell’impero romano in piena decadenza, con le sue frontiere settentrionali e orientali invase da migrazioni di popoli, per descrivere le situazioni sul Rio Grande (confine meridionale degli USA) e sull’Oder o sul Danubio (confine orientale della Comunità Europea), per non parlare delle regioni di crisi asiatiche, mediorentali e africane” (R. Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di S. Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, p. 179).

I migranti fuggono dai loro paesi devastati dal sistema merce: “Il lavoro astratto, come punto inziale e terminale della merce moderna, una volta assurto a principio universale della riproduzione globale, devasta in maniera sempre più frenetica i fondamenti naturali comuni dell’umanità” (ivi, p. 181.). Le roccaforti del sistema capitalistico, dopo aver devastato gli ecosistemi dei paesi più poveri, avervi finanziato guerre ed esportato armi, si chiudono in sé stessi e avvertono gli abitanti di quei paesi: “non partite, statevene a casa”. Ma queste parole, inesorabilmente, gli si rivolteranno contro: l’altra faccia della chiusura è l’autodistruzione, non distopica stavolta, ma reale.

gvs

(in copertina: un’immagine del film “I figli degli uomini”)

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