Movida, alcol e ordinanza: il ghetto di Livorno

Dal 7 ottobre 2021  è scattata l’ordinanza che vieta l’utilizzo di bevande alcoliche e non alcoliche dopo le 24 nelle strade e nelle piazze della Venezia e della zona di Piazza XX Settembre.
Un coro di polemiche e discussioni si è subito scatenato tra i commercianti dei locali notturni, gli abitanti delle zone della movida, il Sindaco e le varie componenti delle forze politiche livornesi.
Di seguito alcuni piani di lettura che presi singolarmente forse hanno poco senso ma considerati in un insieme di linee e di relazioni economiche, sociali e culturali possono fornire elementi per una riflessione a venire.

Le città del 2000

A partire dagli anni 70 c’è stata una profonda e graduale trasformazione delle città occidentali dove il capitalismo strutturale, finanziario e digitale ha cambiato il nostro modo d’essere, di vivere luoghi e di pensare tempi. In queste città stiamo vivendo su piani molteplici, dove i modelli di riferimento tradizionali ( famiglia, quartiere, scuola) e le classiche istituzioni aggregative del 1900, partiti, sindacati, movimenti politici hanno perso forza e credibilità. Non si tratta solo di quei luoghi non luoghi, come centri commerciali, autostrade, aeroporti, carte di credito, siti on line o applicazioni varie dove, per Marc Augè, si perdono identità, relazioni e storia.
Si tratta di una maniera di ripartire e dividere spazio e vita, centro e periferia, pensiero e azione, memoria ed emozioni, tempo di lavoro e tempo libero, partecipazione e politica.
Livorno, nonostante la fama di fortezza rossa e di decantata città delle infradito, non è sfuggita a questo destino. Anzi…

La crisi di Livorno

Livorno in pochi decenni ha subito la grande crisi del porto e delle sue aziende limitrofe, la perdita di sterminati cantieri di lavoro, è stata svuotata nel suo centro cittadino, con chiusure inesorabili di cinema e teatri a favore di periferie commerciali come Porta a Terra e Salviano 2, fortemente volute dalle ultime amministrazioni; inoltre sono stati costruiti miriadi di supermercati, vedi l’ultimo colosso Esselunga, e numerose palazzine a schiera invece di ristrutturare e ricostruire, materialmente e culturalmente, i quartieri del centro storico. In questo processo strutturale disgregante è inevitabile che alcune zone, soprattutto nel centro storico, abbiano perso forza, memoria e relazioni, regalando spazi a fenomeni di delinquenza e disagio sociale.

La politica livornese

Le varie amministrazioni cittadine, i partiti politici con in testa il PD e un’opposizione di destra che sfrutta solo queste situazioni critiche per foraggiare il suo consenso elettorale  non hanno certo tentato di fermare  questo declino inesorabile. Ma anche  la sinistra locale, per quello che rimane di questa parola e senza nessun risvolto polemico,  non ha saputo trovare unioni, legami, partecipazioni e tensioni nella cittadinanza livornese.
Per la verità bisogna riconoscere che ci sono stati dei tentativi di riprendere e aiutare il territorio, anche nei quartieri caldi di cui si parla in questi giorni, ma sono tentativi singoli, lasciati soli dalle amministrazioni e dagli stessi cittadini e slegati da un processo collettivo di crescita politica e culturale della città. Un discorso a parte va fatto per i comitati di quartiere.

I comitati di quartiere

I comitati di quartieri spesso nascono, a volte con iniziative lodevoli, per esigenze legate alla vivibilità del quartiere ( degrado, traffico, parcheggi, antenne satellitari). Ma nella maggioranza dei casi i comitati rimangono fini a se stessi in quanto non contribuiscono a una reale crescita dell’insieme cittadino, privilegiando singole battaglie, spesso importanti, ma slegate da un processo politico e sociale che metta in discussione gli  interessi clientelari legati ai soliti gruppi di potere e il reale ritorno economico e culturale ai cittadini di quei progetti calati dall’alto (porta a terra, Porta a Mare, rigassificatore, nuovo ospedale ecc) che non hanno portato niente alla città. Per fare un esempio la mappatura dei luoghi pubblici, come indicato dal Comitato di quartiere San Jacopo ultimamente, può essere strumento utile a trovare risorse e spazi per i giovani.

La zona grigia di Livorno

Livorno, come tutte le città italiane medie, è costituita principalmente da una classe popolare che è stata privata dei minimi fondamentali per vivere, con licenziamenti, fallimenti di ditte individuali, privazioni di alloggi e di servizi pubblici e da una classe media che sta perdendo, progressivamente, reddito, potere d’acquisto e capacità di socialità. In questa trasformazione economica e sociale Livorno è diventata una complessa e variegata zona grigia che comprende proprio tutti, certo con responsabilità diverse, quelli che hanno detto sì, forse, per ora, tengo famiglia, aspettiamo ancora, tutti quelli che si sono adagiati a questo fango sociale, ai lavori facili e inutili, ai partiti del cazzo e a tutte quelle cose futili che ci sovrastano dalla mattina alla sera, a questi smartphone asfissianti, a queste tastiere balbettanti, a questi social pervasivi, a tutta quella fantasia sprecata nella vita di tutti i giorni, a tutte quelle cose che non ci hanno mai permesso di essere realmente insieme agli altri.

La Malamovida

Ma cos’è la Malamovida? Perché i giovani che vanno in Venezia bevono, fanno casino di notte, si drogano e non rispettano usi e abitudini degli abitanti di questi quartieri? Il problema, come sempre, viene visto esclusivamente in termini di repressione, di divieti e di restrizioni. In questo senso non vogliamo negare che il problema non esista o sia sovrastimato dalla percezione dei livornesi o dei media locali  (certo questo è indiscutibile visto il clamore dei fatti di Via Buontalenti paragonati alle periferie dei Narcos colombiani o il quartiere di Venezia considerato alla stregua di un ghetto…) ma dobbiamo guardare principalmente ai soggetti reali di questa movida o meglio a quei processi di soggettivazione che portano un giovane di oggi, con una precisa storia personale, collettiva, economica e culturale, a fare certe scelte e non altre.
Scott Atran, un antropologo franco americano, ci dice cosa manca ai giovani di oggi e quali sono le condizioni basi da cui partire:

  • Offrire ai giovani qualcosa che li faccia sognare, un significato che si possa dare alla vita attraverso lo sforzo e il sacrificio.
  • Dare alla gioventù un sogno positivo e individuale con una concreta possibilità di realizzazione.
  • Offrire ai giovani l’opportunità di creare le proprie iniziative locali. Le ricerche sociali indicano che le iniziative locali, nate con una partecipazione in scala ridotta, sono meglio dei programmi nazionali, su vasta scala, per ridurre violenza e disagio.

A Livorno quindi servirebbe un profondo progetto politico, collettivo, partecipativo e culturale che tenga conto dei vari piani sopra descritti, che sfrutti fino in fondo le energie locali, associazioni, movimenti, iniziative di quartiere, insegnanti, imprenditori dello spettacolo, architetti e infermiere, progettisti e informatici, movimenti femministi, semplici cittadini e giovani naturalmente.
Livorno non è un ghetto ma quello che ci aspetta va al di là dell’ordinanza di Salvetti, delle buffonate della destra e degli interessi individuali di ognuno di noi. In gioco è il futuro di Livorno e delle nuove generazioni a venire.

Print Friendly, PDF & Email

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.