Noam Chomsky: «È in gioco la sopravvivenza della democrazia»

di Bernarda Llorente | 15/09/2020 |

Il pensatore nordamericano ha definito le elezioni presidenziali del prossimo novembre nel suo Paese come «le più importanti nella storia dell’umanità» e ha parlato della degenerazione della democrazia e della catastrofe ambientale in un’intervista esclusiva con Télam.

Il linguista e politologo statunitense Noam Chomsky, uno degli intellettuali più influenti per leggere i complessi scenari che si articolano nel contesto della pandemia che oggi paralizza il mondo, sostiene che ci troviamo di fronte a una confluenza critica prodotta dalla degenerazione della democrazia, l’imminenza di una catastrofe ambientale e la minaccia di una guerra nucleare: l’evoluzione di questo panorama dipende dalle prossime elezioni nel suo Paese, che definisce in un’intervista esclusiva con la Presidentessa di Télam come «le più importanti non solo nella storia degli Stati Uniti ma anche nella storia dell’umanità».

A 91 anni, il brillante pensatore e autore di opere come «Il nuovo ordine mondiale (e il vecchio)» o «Potere e terrore» mantiene la potenza della sua voce dissidente e antibellicista che nel corso di più di 60 anni lo ha portato a combinare i suoi contributi accademici con interventi pubblici che gli sono valsi ritorsioni dei successivi governi del Paese, come essere arrestato per aver condannato la guerra del Vietnam, figurare nella lista nera dell’ex presidente Richard Nixon o ricevere dure contestazioni per aver denunciato la guerra sporca di Ronald Reagan.

Accusato a volte di essere «antiamericano» per la durezza delle sue critiche, Chomsky svolge un ruolo attivo in cause collettive -pochi mesi fa ha firmato insieme a 150 intellettuali un manifesto dove si avvisa sul rischio della censura a contenuti che non si conformano ai parametri imposti dal politically correct- senza smettere di portare avanti le sue crociate personali: la lotta alle multinazionali, al neoliberismo e all’attuale presidente Donald Trump, che definisce in un’intervista con Télam, vía Zoom dalla sua casa di Tucson (Arizona), come «una specie di dittatore da quattro soldi che ha creato a Washington una palude di corruzione».

 

Intervista esclusiva a Noam Chomsky

Dr. Chomsky, mentre una parte importante dell’umanità sembra focalizzata sull’impatto del coronavirus e sulle sue conseguenze, lei rilancia la scommessa e avverte che la sopravvivenza della nostra specie umana è ciò che si trova veramente in pericolo.

Dobbiamo riconoscere che questo è un momento storico notevole. Siamo in mezzo a una confluenza di crisi esistenziali: quella della catastrofe ambientale, quella della guerra nucleare, e la crisi della degenerazione della democrazia, che è l’unico mezzo per combattere queste crisi. E, inoltre, le crisi delle pandemie. Il Covid-19 in particolare -dal quale usciremo- avrà un costo non necessario terribile. Ma non sarà l’ultimo. Abbiamo avuto molta fortuna finora perché le ripetute epidemie di coronavirus che abbiamo vissuto sono riuscite a contenersi. L’Ebola, per esempio, è stato altamente letale ma non molto contagioso. La SARS è molto contagiosa, ma non molto letale. La prossima pandemia che si presenterà potrebbe essere entrambe le cose: altamente contagiosa e altamente letale. Allora ci troveremmo di fronte a qualcosa di simile alla Peste Nera del secolo XIV. Possiamo prevenirlo, ma lo si deve fare.

Perché abbiamo una pandemia oggi?

È una domanda importante da porsi. Abbiamo avuto l’epidemia di SARS nel 2003, un virus molto simile. Gli scienziati hanno avvisato che ne sarebbero venuti altri, che dovevamo prepararci e sapevamo come farlo: isolare i virus, pianificare come realizzare un vaccino, rafforzare un sistema di prevenzione delle pandemie. Tutto è abbastanza chiaro. Ma non basta disporre dell’informazione, qualcuno deve farlo. Le grandi imprese farmaceutiche hanno le risorse, i laboratori, etc. Però non lo fanno perché c’è una cosa che si chiama Capitalismo. Il capitalismo impone che tu cerchi sempre di aumentare i tuoi profitti. Non spendi soldi in qualcosa che potrebbe succedere dopo dieci anni e sul quale in ogni caso non si guadagnerà molto. Hai il vaccino, la gente lo usa, e finisce tutto. Le imprese farmaceutiche investono in cose che un domani possano continuare a vendere.

Forse le crisi stanno mostrando la necessità che lo Stato riprenda il suo protagonismo?

Il governo ha risorse inesauribili, laboratori meravigliosi, ma non può farlo per una cosa che si chiama neoliberismo. Come disse Ronald Reagan nel suo discorso inaugurale, “il governo è il problema, non la soluzione”. Questo significa che le decisioni devono passare dalle mani del governo al potere privato. La ragione? Credono che il governo sia un’istituzione difettosa perché risponde alla popolazione, almeno in parte, e questo è un problema grave. Non possiamo permetterlo. Pertanto per loro è necessario trasferire le decisioni a tirannie private che non rendono assolutamente conto al pubblico. Si chiama “libertà” nel discorso orwelliano contemporaneo. Tornando alla pandemia, significa che il governo non ha potuto intervenire, perché non hanno mai pensato alla gente. Così non ci sono stati sforzi per realizzare il vaccino e così di seguito. Ciò nonostante ci sono stati alcuni passi avanti.

Si riferisce alle politiche del presidente Obama e alla sua proposta di assicurazione medica? Quanto ha distrutto Trump di questa eredità?

L’amministrazione Obama ha messo in funzione un piano di risposta a una pandemia che era molto auspicabile che venisse impiantato. Ci sono state ricerche congiunte tra scienziati statunitensi e cinesi per cercare di identificare coronavirus nelle grotte della Cina e cercare di sequenziare i genomi. Si sono messi in atto programmi di dimostrazione per vedere che cosa sarebbe successo se il virus si fosse propagato. Tutte queste iniziative sono avvenute fino a gennaio 2017. Anche se non erano sufficienti, almeno erano qualcosa.

Nei primi giorni del suo mandato, Trump ha smantellato questi progetti. Tutti gli anni ha cercato di ritirare i finanziamenti. L’ultima volta è stato nel febbraio del 2020. Mentre la pandemia si scatena, il presidente taglia le spese relative alla sanità pubblica, compresi quelli del Centro per il Controllo delle Malattie. Come risultato, gli Stati Uniti erano particolarmente mal preparati quando la pandemia ha colpito. C’è stato ogni tipo di incompetenza e malizia in relazione alla sua gestione.

Quelli che sembrano gravi errori del presidente Trump hanno avuto in realtà solidi supporti istituzionali.

Il Congresso Repubblicano ha approvato centinaia di tentativi legislativi per abolire la legge per l’assistenza accessibile, la legge di Obama, e non lasciare nulla al suo posto. La legge per certi versi è stato un miglioramento. Non si avvicina a quello che hanno altri Paesi, ma almeno è stato un passo avanti e vogliono farla fuori perché per loro non dovrebbe esistere nulla fuori dal mercato. Se riesci a sopravvivere bene, sennò male. Si definisce “Libertario”, cosa che è uno scherzo di cattivo gusto. È totalitario. Ti stanno dicendo che se sei sufficientemente ricco per sopravvivere, ottimo; se non lo sei è sfortuna. Questo si sta manifestando nella crisi del COVID-19. C’è molta gente che rifiuta di farsi l’esame perché è troppo caro. Mi riferisco al fatto che tecnicamente il governo paga ma dopo la gente riceve quote di partecipazione alla spesa che la sua compagnia assicurativa non pagherà. I cittadini degli Stati Uniti sono il 4% della popolazione mondiale e il 25 per cento dei casi. Non c’è miglioramento. In realtà sta peggiorando. Non esco di casa da quattro mesi.

C’è un momento in cui queste idee hanno assunto maggiore forza?

Dai un’occhiata agli ospedali, specialmente da Reagan in poi. I programmi neoliberisti di Reagan sono stati davvero duri con la popolazione in generale. Gli ospedali funzionano su un modello commerciale, devono essere efficienti, hanno solo le risorse per funzionare in una situazione normale. Assomigliano a una catena di montaggio dell’impresa Ford Motors. Con le risorse giuste. Quando si presenta qualsiasi situazione eccezionale, il disastro è totale. In realtà, questo modello affaristico reaganiano ha avuto un effetto in tutto il mondo. Queste sono le battaglie che si combattono all’interno degli Stati Uniti, ma lo stesso sta accadendo dappertutto. I movimenti popolari stanno cercando di muoversi verso una società sostenibile e abitabile. E la domanda è: chi vincerà?

Come invertire alcune di queste politiche di fronte a urgenze così importanti?

Naturalmente è molto quello che si può fare, ma bisogna superare seri ostacoli. Bisogna superare la logica capitalista, bisogna superare la piaga neoliberista e bisogna superare la leadership maligna; tre barriere fondamentali. Non sarà facile, ma non è impossibile. Le altre crisi: riscaldamento globale, guerra nucleare, degenerazione della democrazia, sappiamo come affrontarle ed è imprescindibile farlo. Non rimane molto tempo.

In questo contesto, il risultato elettorale del prossimo 3 novembre può essere lo spartiacque per superare o aggravare le diverse crisi che ha elencato e descritto?

Chiaro, le elezioni del 2020 sono probabilmente le più importanti mai avvenute non solo nella storia degli Stati Uniti ma anche nella storia dell’umanità, per una ragione indiscutibile e che di per sé è stupefacente. È la domanda più importante che oggi si trova di fronte l’umanità e, se non fosse data risposta, potrebbe significare la fine della vita umana organizzata sulla Terra. Si tratta della catastrofe ambientale che si avvicina. Non è lontana, non si può rimandare e dobbiamo decidere se la affronteremo. Questo è il tema principale in gioco nelle elezioni. Il presidente Trump e il suo partito hanno chiarito molto bene che vogliono accelerare la corsa verso il disastro. Forse è un segnale che la specie umana è semplicemente insostenibile, se non riesci a misurarti con un problema come questo. E non è l’unico. La seconda questione cruciale che affrontano gli esseri umani -e neanche di questa si parla- è la crescente minaccia di guerra nucleare. È molto alta, più grande che durante la Guerra Fredda secondo i principali esperti di questo tema, e continua ad elevarsi considerevolmente. Dobbiamo domandarci in che tipo di società viviamo. Che tipo di specie siamo se non siamo disposti a fermare questi disastri.

Qual è la ragione per cui questi temi così vitali e urgenti non sono la priorità nell’agenda politica statunitense?

Gli Stati Uniti sono un Paese molto libero, più di qualsiasi altro al mondo. Al contempo sono la più imprenditoriale delle democrazie occidentali. Gli imprenditori statunitensi hanno un’elevata coscienza di classe. Sono marxisti fino al midollo, in una specie di marxismo volgare invertito. Portano avanti coscientemente una guerra di classe, senza sosta, senza retrocedere, senza fermarsi mai. E i risultati ci sono.

Le istituzioni finanziarie sono così potenti che non permettono di risolvere questi temi perché per loro non sono un problema. La popolazione lo vuole, ma ogni volta che si fa qualcosa le istituzioni finanziarie arrivano e schiacciano tutto. Beh, per cosa dovrebbero esistere? Perché dovremmo tenere il 40% dei profitti negli Stati Uniti in mano a istituzioni predatrici, che non fanno nulla per l’economia e probabilmente la danneggiano? Perché dovremmo tenere un’industria dei combustibili fossili, che ha svolto la sua funzione nelle prime fasi dello sviluppo capitalista, ma che ora è un’istituzione che si dedica ad uccidere le persone e distruggere la vita sulla Terra? Perché conservarla? Perché non c’è un rifiuto di massa? Non sarebbe neanche tanto caro ora con il crollo dei prezzi del petrolio. Con una spesa molto minore di quella che si dedica ad altre cose, il governo potrebbe farla finita con l’industria dei combustibili fossili. Perché non chiudere i pozzi che hanno fughe di metano o muoversi verso un’energia sostenibile? Sono obiettivi raggiungibili, ma prima di tutto devono arrivare al livello della coscienza.

In questo senso, si osserva la nascita di nuove forme di attivismo politico che si aggiungono alle proteste di massa, con un’intensa partecipazione di giovani, o fenomeni come il movimento Black Lives Matter. Cosa significa la comparsa di questi nuovi fattori e attori nella politica statunitense?

È molto significativo. Black Lives Matter dopo l’assassinio di George Floyd no somiglia a nulla nella storia degli Stati Uniti, letteralmente. Non c’è mai stato un movimento sociale che si sia sviluppato su tale scala con un enorme sostegno popolare. Due terzi della popolazione lo hanno sostenuto, e questo è più di quanto Martin Luther King sia riuscito a raggiungere nel suo pieno apogeo. È solidarietà tra bianchi e neri, che marciano fianco a fianco, cercando temi importanti da affrontare; non solo gli attacchi polizieschi contro i neri -che sono già abbastanza scandalosi- ma anche problemi molto più profondi. Anche se è un cambiamento notevole nella società statunitense non è un fenomeno isolato. È uno dei molti segnali di una coscienza crescente sui problemi più radicati e complessi. Sono passati 400 anni da quando gli schiavi sono stati portati negli Stati Uniti; 400 anni di continua violenza e oppressione senza tregua fino ad oggi, con una lugubre eredità. E finalmente si sta considerando con molta serietà. Un paio di mesi fa il New York Times ha pubblicato una serie molto significativa chiamata “1619” (data dell’inizio del traffico di schiavi), nella quale si mostravano i crimini atroci della schiavitù e la post schiavitù fino al presente. Alcuni anni fa sarebbe stato inimmaginabile, non sarebbe neanche successo che qualcuno lo facesse.

Quanto influiscono il razzismo e l’antirazzismo nelle prossime elezioni del 3 novembre?

Stanno avendo un effetto sostanziale. Per l’amministrazione Trump, per il Partito Repubblicano, è il pilastro assolutamente centrale della campagna. Fanno leva apertamente sulla supremazia bianca. Il tema centrale è mostrare un’America cristiana bianca in pericolo; mentre diminuisce di numero e cresce su di essa la minaccia delle persone di colore, delle minoranze, di settori con idee progressiste, bisogna preservare l’America cristiana suprematista, bianca e razzista. Questo è il tema aperto della campagna. Non è mai esistito niente di simile. Ho visto correnti sotterranee di questo tipo nel corso della storia degli Stati Uniti, ma niente di apertamente razzista. Non è solo la campagna, sono i tweet, i commenti, ogni dichiarazione che sta facendo Trump che sono un incitamento alla supremazia bianca, all’odio bianco. La sua base ora sono gli evangelici, questo 25% della popolazione che è repubblicano, rurale, tradizionale, conservatore, cristiano bianco.

Oggi si riflette nel clima sociale un livello di polarizzazione che non si vedeva da decenni. Una parte importante è mobilitata con contestazioni profonde. Le proteste possono essere il motore del cambiamento?

Sì, è possibile con un attivismo popolare impegnato. È il tipo di cose che si sta vedendo nelle piazze dopo l’assassinio di Floyd. Questo tipo di mobilitazione intergenerazionale e multietnica può produrre dei cambiamenti. In realtà ha portato a tutti i cambiamenti positivi che hanno avuto luogo nella storia: abolizione della schiavitù, diritti della donna, opposizione all’aggressione, qualsiasi cosa; è sempre venuta dallo stesso posto e può succedere anche ora. Ma bisogna farlo. Tutto ciò che abbiamo menzionato ha soluzioni che non sono utopiche, sono a portata di mano. È necessario che qualcuno raccolga la palla e corra. Alcuni modi di farlo è manifestare nelle piazze o occupando uffici del Congresso, come ha fatto il gruppo di giovani Sunrise Movement con l’ufficio di Nancy Pelosi. Beh, hanno ottenuto l’appoggio dei rappresentanti giovani eletti sull’onda di Sanders, specialmente Alexandria Ocasio-Cortez, e si è riusciti per la prima volta a inserire un New Deal Verde nell’agenda legislativa. Questo è un presupposto per la sopravvivenza, l’enorme opposizione nei centri di potere, l’industria dei combustibili fossili, le imprese finanziarie, le banche, etc. È il tipo di cose che offre la speranza di una sopravvivenza e di una vita dignitosa. Si può fare, ma non succede da solo.

Come gioca il Partito Democratico in questo nuovo scenario politico e con un panorama elettorale in cui è in vantaggio ma che può essere imprevedibile?

I movimenti popolari sono tremendamente significativi, anche all’interno del Partito Democratico. Quale si imporrà? Il partito della base popolare, che è una specie di socialdemocrazia, o quello dei clintonisti, orientato verso i finanziatori, particolarmente i più ricchi?. L’opposizione democratica è divisa tra queste due tendenze e le sue differenze si manifestano in molti temi importanti. Uno, per esempio, il cambiamento climatico. Joe Biden e Kamala Harris, i candidati alla presidenza e alla vicepresidenza, chiedevano la fine dei sussidi per le imprese di combustibili fossili, richiesta esplicitata nella piattaforma elettorale del 2016. L’idea che il governo sussidi le imprese che si impegnano a distruggere la vita sulla Tierra va al di là di ogni parola. E non solo negli Stati Uniti, succede in tutto il mondo. Il Partito Democratico, diretto da burocrati seguaci di Clinton, l’ha eliminata dal programma, di fronte al rischio che queste imprese smettessero di contribuire alla campagna.

Quanto sono profonde le differenze tra l’ala più “progressista” e la “burocrazia che raccoglie i fondi”, come lei chiama i seguaci di Clinton?

Dai un’occhiata alla campagna di Sanders. Le posizioni di Bernie sono criticate da un ampio ventaglio, compresi i liberals che dicono: “sono gradevoli, sono buone, ma il Paese non è preparato a questo”. Ripassiamo il programma a cui il Paese “non è preparato”. Sanders ha due proposte principali: una è l’assistenza medica universale. C’è qualche Paese che non ha la sanità universale? No, esiste dappertutto. Allora quello che si afferma in tutto l’apparato mediatico è che è troppo radicale dire che gli Stati Uniti possano arrivare al livello di qualsiasi altro Paese avanzato, compreso quello dei Paesi poveri. “È impossibile. Non possiamo arrivare tanto in alto”.

L’altro programma è l’educazione superiore gratuita. C’è dappertutto; nei Paesi capitalisti più avanzati, quelli con i maggiori record e obiettivi raggiunti: Germania, Finlandia, Francia, dovunque guardi c’è educazione superiore gratuita. Ce l’hanno anche i Paesi poveri. Ma suona come una cosa troppo radicale per gli statunitensi. Per i clintonisti-burocrati, conservatori, preoccupati per i finanziatori ricchi- queste proposte non si possono permettere. Per la base popolare sono fondamentali; desiderano arrivare al livello del resto del mondo.

Quasi al termine del suo primo mandato, cosa crede che abbia significato la presidenza di Trump per la democrazia statunitense?

Se apri un giornale un giorno qualsiasi, per esempio il New York Times, vedi un titolo che dice “È la fine della democrazia statunitense?”, “È l’ultima elezione statunitense?”. Non sono teorie cospirative marginali. È in gioco la sopravvivenza della democrazia. La democrazia non si basa solo su regole e leggi. Si basa sulla buona fede e la fiducia. La democrazia moderna più antica, la Gran Bretagna, ha 350 anni, la sua costituzione si può scrivere su un bigliettino, è di una frase o due. Ed è esistita grazie alla buona fede e alla fiducia. Quando Boris Johnson ha prorogato il Parlamento, per poter approvare la sua versione della Brexit, c’è stato un grande clamore in Inghilterra e la Corte Suprema ha reagito. Questo non succederebbe negli Stati Uniti con la Corte che abbiamo. Quello che sta facendo Trump è molto più estremo. Il Potere Esecutivo è stato quasi totalmente depurato da qualsiasi voce critica o anche indipendente. Chi è rimasto sono solo adulatori, come Mike Pompeo o Mike Pence. Costituzionalmente, le nomine effettuate dal presidente devono essere ratificate dal Congresso, dal Senato. Non sta succedendo. Non le invia neanche per la conferma. Semplicemente li nomina a un posto provvisorio. Trump ha creato a Washington una palude di corruzione. È come una specie di dittatore da quattro soldi.

Nell’era Trump non si sono solamente ridotti i diritti, si è anche peggiorata la qualità istituzionale di una democrazia che sembrava “esemplare”?

Cosa rimane della democrazia? Non molto. Ci sono molte cose di cui si può dare la colpa ai democratici. Molte. Ma quello che sta succedendo nel Partito Repubblicano non è mai successo nella storia della Democrazia Parlamentare, sotto la leadership di un dittatore da quattro soldi. Il Senato nelle mani di Mitch McConnell, complice vicino al Presidente, semplicemente si rifiuta di agire. Non fa nient’altro che approvare leggi per arricchire la porzione dell’elettorato super ricco di Trump: tagli delle tasse, esenzioni alle grandi imprese, etc. Si dedica anche ad impadronirsi totalmente del potere giudiziario, con avvocati giovani di ultradestra che rimarranno per più di una generazione e potranno bloccare qualsiasi legislazione che si allontani dalle loro posizioni estremamente reazionarie. Questo è il Senato. Il Potere Esecutivo è finito.

Come ha spiegato molto chiaramente, negli Stati Uniti convivono un governo che corre sempre di più verso l’estrema destra dello spettro politico, ed enormi movimenti politici di partecipazione di massa in mezzo a questa profonda crisi sanitaria, che ha acutizzato molte delle contraddizioni sottostanti. In questo contesto, come immagina il mondo post-covid-19?

Chi ha prodotto la crisi nella quale ora ci troviamo (la pandemia, il riscaldamento globale -che è molto più grave-, la minaccia di una guerra nucleare, la distruzione dei processi democratici, fondamentalmente tutto il programma neoliberista) sta lottando senza soste per assicurarsi che il sistema che hanno creato, del quale hanno beneficiato, si mantenga in un modo ancora più duro, con più vigilanza e controllo. Una tendenza mondiale che si esemplifica nella politica estera di Trump. Non è facile trovare troppa coerenza nel caos dell’amministrazione attuale, anche se alcuni temi sono in evidenza. Negli affari internazionali l’intenzione descritta apertamente da Steve Bannon (uno dei principali strateghi di Trump nei primi anni) è stata quella di creare un’internazionale reazionaria; una internazionale degli Stati più di destra nel mondo, guidata dalla Casa Bianca. Questo significa in Medio Oriente sostenere le dittature familiari del Golfo, MBS [Mohammad bin Salman, principe dell’Arabia Saudita] e il resto. O appoggiare la peggior dittatura nella storia dell’Egitto, (Trump la chiama la sua dittatura favorita), o che Israele si sia spostato molto a destra. Nell’emisfero occidentale, spalleggiare Paesi come il Brasile di Bolsonaro o altre figure di ultradestra. Muovendoci più ad est abbiamo l’India di Modi, che cerca di smantellare la democrazia secolare. Il gruppo governante radicale hindú è il suo candidato preferito. In Europa, Victor Orban dell’Ungheria, che attenta contro il sistema democratico e inoltre altri esempi che abbondano nel mondo. Fondamentalmente un’iniziativa internazionale reazionaria della Casa Bianca.

Si tratta di una strategia globale che si combina a livello nazionale con i programmi neoliberisti che hanno colpito gravemente la popolazione e hanno portato enormi benefici a una minuscola minoranza. Verranno mantenuti in una forma ancora più dura, questa è una tendenza internazionale.

Quali alternative ci sono di fronte a questo? Quale sarebbe la risposta?

In tutto il Pianeta ci sono forze popolari che dicono “questo non è il mondo che vogliamo”, “questo non è un mondo nel quale la gente possa vivere una vita dignitosa, nel quale la società possa sopravvivere, nel quale ci saranno politiche dirette ai bisogni non lucrativi”. Si stanno riunendo, in realtà. Entro pochi giorni si terrà il primo incontro dell’Internazionale Progressista. È stata fondata dalla gente di Bernie Sanders negli Stati Uniti, Young 25 in Europa con la gente di Varoufakis (ex ministro dell’economia della Grecia), un movimento europeo transnazionale che sta cercando di preservare quello che è valido nell’Unione Europea e superare i suoi gravi difetti. Hanno candidati al Parlamento Europeo e hanno portato le voci del Sud Globale. La prima riunione avrà luogo in Islanda, il Primo Ministro è membro dell’organizzazione. Questo rappresenta una forza in diversi posti del mondo. Rappresenta una specie di guerra di classe su scala internazionale, affrontando rischi che non sono mai esistiti nella storia dell’umanità. Sono colossali. Si tratta letteralmente della sopravvivenza dell’umanità. Questa è la situazione che abbiamo oggi stesso, non si può fare una previsione.

Però sappiamo benissimo come agiranno le forze reazionarie. Hanno risorse economiche, potere statale, hanno programmi, sono impegnati. La domanda è come reagirà la popolazione generale del mondo. Ha delle scelte, delle possibilità, dei numeri. La domanda è se potrà costruire una forza contraria che in qualche modo permetta all’umanità di sfuggire dall’attuale confluenza di crisi che stiamo affrontando.

Che tipo di leadership politica si richiede in queste circostanze? Quali immagina che emergeranno da questa pandemia?

In questo momento è difficile essere particolarmente ottimisti in merito, ma sappiamo che tipo di leadership politica ci piacerebbe che uscisse. La questione è se possiamo far sì che si emergano. Prendiamo l’Internazionale Progressista. Credo che gente come Bernie Sanders e Yanis Varoufakis e altri associati con il loro movimento, AOC [Alexandria Ocasio-Cortez] negli Stati Uniti, e qualche altro con questo profilo, sarebbero il tipo di leader politici che potrebbero affrontare questa grande crisi. Non da soli, naturalmente. I leader politici non possono fare nulla [da soli]. Prima hanno bisogno di un appoggio popolare di massa. E poi devono rompere il potere che possiedono le istituzioni e che controllano la società. Bisogna ricordare che viviamo in mondi di Stato-Capitalismo e ogni Paese ha una forma o l’altra di Stato-Capitalismo. Questo significa una concentrazione estrema di potere in istituzioni private con enorme volontà e potere enorme e che sono solite avere una grande influenza su tutto quello che succede. Questo dev’essere eliminato.

Dr. Chomsky, una domanda finale. Per quanto riguarda l’America Latina, dove vediamo questa battaglia tra governi più progressisti e governi di destra o estrema destra come nel caso del Brasile di Bolsonaro, quale messaggio le piacerebbe trasmettere alla Regione in questo momento?

Il Brasile manda messaggi molto chiari. La Banca Mondiale, che non è un’organizzazione particolarmente di sinistra, ha fatto un’analisi dettagliata dell’economia nel 2016, un paio d’anni dopo che Lula aveva lasciato la carica. Hanno definito gli anni di Lula come un decennio d’oro nella storia del Brasile, con forti riduzioni della povertà, integrazione di gran parte della popolazione che era stata emarginata, inclusione, grandi progressi nello sviluppo sociale. Hanno detto che è stato un decennio d’oro, che non c’era niente di paragonabile. In quel momento il Brasile è stato probabilmente il Paese più ammirato del mondo, era nei forum internazionali, era una voce per il Sud Globale, stava unendo il Sudamerica. Lula era probabilmente la figura politica più rispettata del mondo. E ora? Il Brasile è semplicemente oggetto del disprezzo e del ridicolo del mondo, guidato da un pagliaccio virulento, una persona che appoggia la dittatura militare, che cerca di distruggere. La devastazione della selva amazzonica è aumentata approssimativamente del 30% solo nell’ultimo anno. Facciamola finita con tutto, facciamo arricchire ancora di più i ricchi, ammazziamo chi ci pare, lasciamo che la pandemia continui. È forse il governo più reazionario della storia del Brasile. Un oggetto di scherno in tutto il mondo. Bene, queste sono lezioni. Disponiamo di un periodo di dieci anni. La lezione è che hai il futuro nelle mani. Puoi farlo in un modo o in un altro. Non c’è modo di prevederlo. Questo è il Brasile, ma si potrebbe applicare la stessa cosa agli altri.

Dr. Chomsky, ancora grazie di tutto.

Bernarda Llorente. Presidentessa di Télam.

Traduzione di Andrea Grillo per Codice Rosso (tratto da www.rebelion.org)

Fuente: https://www.telam.com.ar/notas/202009/512967-noam-chomsky-la-supervivencia-de-la-democracia-esta-en-juego.html

 

 

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