Riusciranno i nostri eroi a regalare la Toscana alla Lega?

Le prossime elezioni regionali -diciamo la verità- interessano a pochi e non entusiasmano nessuno. La scelta sarà tra la fascioleghista Ceccardi e un vecchio arnese della politica politicante, Eugenio Giani, scelto dal PD per assicurarsi l’appoggio dei renziani.

Giani, 61enne, inizia la sua carriera politica nel 1990 nelle file del Partito Socialista, venendo eletto al Comune di Firenze dove passerà quasi 25 anni. Sarà presidente del Consiglio Comunale e assessore a quasi tutto: “dalla mobilità ai lavori pubblici, dallo sport alle tradizioni popolari fiorentine, dalla toponomastica alle relazioni internazionali alla cultura”. Aderisce poi al Partito democratico e viene eletto al consiglio regionale.

Ha collezionato una serie innumerevole di incarichi tra i quali: presidente della Firenze Parcheggi, presidente Ente Casa Buonarroti, presidente del Museo per i ragazzi di Palazzo Vecchio, presidente del Museo Stibbert, presidente del CONI provinciale, consigliere del CONI nazionale, presidente della Società Dantesca italiana, vicepresidente dell’AONI (Accademia Olimpica Nazionale Italiana),  Presidente Onorario della FAE (Federazione Atletica Europea)… È stato anche fondatore della Florentia Viola, la società che assicurò la continuità del calcio nel capoluogo toscano dopo il fallimento della Fiorentina nel 2002.

Amante di atteggiamenti folcloristici come il bagno in Arno ogni 1° gennaio, è un assiduo frequentatore di cerimonie e ricorrenze massoniche (nega però l’appartenenza alla confraternita): nel settembre 2015 partecipa con Riccardo Nencini, altro socialista alla corte di Renzi, a un convegno presso la sede del Grande Oriente d’Italia. In quella occasione il Foglio scrive: “A Roma è in arrivo, in quota Giglio magico, il Mastrapasqua fiorentino1 : si chiama Eugenio Giani, è un renziano, socialista liberale, ed è candidato alla presidenza del Credito Sportivo, banca pubblica commissariata dal 2011, che ha finanziato il 75% degli impianti italiani”. Giani per una volta rinuncerà accontentandosi della carica di Presidente del Consiglio regionale toscano.

Questa breve biografia serve per capire che in Toscana il PD per le prossime elezioni regionali ha scelto la più assoluta continuità di un ceto politico che appare inamovibile. Nessun tentativo di rinnovamento, nessuna apertura ad associazioni e movimenti di sinistra in chiave anti-leghista. La risposta al crescente consenso della destra è una serie di manovre di palazzo che tramite gli accordi con Renzi e soci (sia i fuoriusciti sia quelli rimasti nel PD) dovrebbero garantire i voti sufficienti per riconfermarsi alla guida della Regione.

Che a Giani del rapporto con i territori non gliene importi assolutamente nulla è confermato dall’infelice battuta di qualche tempo fa in riferimento all’ipotesi dell’inceneritore all’interno della raffineria ENI di Stagno, secondo cui una volta scelto il sito non si torna indietro e se necessario si va lì anche con i carri armati. Resosi conto della gaffe, Giani smentirà, sparando accuse di scorrettezza a casaccio. Restano le stupidaggini sulle emissioni di “vapore acqueo”, sulla TARI che senza inceneritore raddoppierà, e amenità del genere che confermano appieno l’idea di Giani come alfiere di un modello di sviluppo del tutto subalterno alle esigenze degli inquinatori, in piena continuità con quell’Enrico Rossi che consigliava ai livornesi, per uscire dalla crisi, di ricominciare ad ospitare nel loro porto le navi dei veleni. La prossima, dice Giani, “dovrà essere la legislatura delle infrastrutture”.

La candidatura di Giani, come si diceva, ha lo scopo di assicurarsi l’appoggio dei renziani che si ritiene abbiano ancora voce in capitolo nella nostra regione, e che possono vantare soprattutto la vittoria al primo turno di Nardella alle amministrative fiorentine del 2018. Il problema è che dal 2018 ad oggi di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e qualcuno tra i piddini comincia a chiedersi se sia stata la scelta giusta affidare le proprie chances di vittoria a un partito (Italia Viva) che tutti i sondaggi nazionali danno a livelli da prefisso telefonico.

Un’altra incognita è data dalla legge elettorale toscana, che (caso probabilmente unico al mondo) fissa la soglia per evitare il ballottaggio al 40% anziché al 50%. La legge dispone che venga eletto presidente il candidato o la candidata che “nel complesso delle circoscrizioni, ha ottenuto il maggior numero di voti validi, purché superiore al 40% dei voti validi”. Quindi se la coalizione A raggiungesse il 43% e la coalizione B il 41% non vi sarebbe ballottaggio e verrebbe eletto il candidato della coalizione A (a differenza di quanto scrivono in questi giorni alcuni organi di stampa secondo i quali nel caso in cui a superare il 40% sarebbero due candidati vi sarebbe il secondo turno).

La legge fu fatta nel settembre 2014 soprattutto per evitare il ripetersi del caso Livorno, in cui il Movimento 5stelle, che al primo turno aveva ottenuto meno del 20%, vinse il ballottaggio con il 53% sconfiggendo il candidato del PD che al primo turno aveva riportato circa il 40%.

Nell’odierno contesto regionale però questa legge truffa rischia di trasformarsi in un boomerang per il PD: se infatti la destra al primo turno dovesse trovarsi in vantaggio, anche se di poco, e oltre il 40%, non ci sarebbe la possibilità di rimediare al secondo turno raccogliendo un po’ di voti di quegli elettori di sinistra che decidessero di sostenere il “carrista” Giani in chiave antifascista, turandosi il naso. Oppure degli elettori dei 5stelle in nome della stabilità dell’alleanza di governo. Qui il voto utile, per essere davvero utile, dovrebbe manifestarsi al primo turno, ma è stato fatto di tutto per rendere inattuabile questa scelta.

La politica regionale com’è noto è soprattutto sanità: è a questa voce infatti che viene destinato quasi l’80% del bilancio regionale. Il clamoroso fallimento del tanto decantato “modello lombardo” di fronte all’emergenza coronavirus, con lo scandalo dei camici di Fontana e le colonne dei camion militari che portano via i morti dagli ospedali bergamaschi, dovrebbe essere un argomento molto convincente per cercare di tenere il più lontano possibile i fascioleghisti dalla stanza dei bottoni della sanità regionale.

Tuttavia è difficile considerare Giani un alternativa credibile alla destra. Tempo fa la stampa ha parlato addirittura di un accordo tra i renziani e i leghisti sulla scelta del candidato del PD alle regionali: promotore dell’accordo sarebbe stato il massone Verdini, sponsor di Renzi e ora vicino anche a Salvini visto che la figlia è l’attuale fidanzata del caporione della Lega. Fantapolitica? Può darsi… Certo che a destra non sarebbero molti a strapparsi i capelli se venisse eletto Giani.

In questo quadro, il “voto utile” sarebbe tale solo per i dinosauri della politica, per le lobby del cemento e dei rifiuti e per quelle che puntano a una privatizzazione strisciante della sanità in corso ormai da anni anche in Toscana.

L’augurio quindi è che chiunque vinca trovi poi nelle città toscane un movimento di opposizione in grado di contrastare una politica di distruzione del territorio, appropriazione dei beni comuni e smantellamento dei servizi pubblici che entrambi i contendenti condividono.

Ciro Bilardi per Codice Rosso

 

Nota:

1.  Il riferimento è ad Antonio Mastrapasqua, ex direttore dell’INPS e vicepresidente di Equitalia, che il Fatto Quotidiano descrive come: “collezionista di poltrone con 25 incarichi simultanei ed in conflitto di interesse”.

Foto tratta da http://www.firenzeviolasupersportlive.it/

 

 

 

 

 

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