Visioni

Sirāt: un film da ascoltare, ora più che mai

Sirāt è un film di Óliver Laxe uscito nel 2025, arrivato nelle sale italiane all’inizio del 2026.

Le musiche, o meglio i suoni, che costituiscono una parte fondamentale del film, sono di Kangding Ray.

Il film segue un padre, Luis, che insieme al figlio dodicenne Esteban parte per il deserto del Marocco alla ricerca della figlia scomparsa durante un rave clandestino.

Non trovando tracce della ragazza, i due si uniscono a un gruppo di raver nomadi che attraversano il deserto con camion e furgoni, diretti verso un’altra festa illegale. Il viaggio si trasforma progressivamente in un’odissea fisica e spirituale, in cui la ricerca della figlia diventa anche un confronto con il dolore, le differenze e l’amicizia.

Il film utilizza la struttura del road movie, quasi un passaggio estremo tra Easy Rider e Mad Max: Fury Road, per raccontare una ricerca che è insieme concreta e spirituale. Il viaggio del padre e del figlio tra rave itineranti e paesaggi desertici diventa una metafora dell’attraversamento di una soglia, richiamata dal titolo stesso: il “sirāt”, il ponte sottile della tradizione islamica che separa salvezza e perdizione.

Alcune recensioni parlano di un film egocentrico, con una trama debole e attori non all’altezza, ma ciò che mi interessa mettere in evidenza non riguarda la critica specialistica.

In questo particolare momento storico, Sirāt diventa un viaggio psichedelico oltre il cinema e oltre la musica: un invito intenso a riflettere su guerra e dolore, comunità e impossibilità, terra e futuro. Il deserto si presenta come spazio estremo, ma anche come luogo di riflessione profonda e luce infuocata verso una fine del mondo già in atto.

Quasi un “magic bus” che si trasforma in un suono tribale e ipnotico, accompagnando un viaggio dell’anima e di ciò che rimane delle generazioni e dei movimenti di protesta dei decenni trascorsi: dei sentimenti, dell’amicizia, del dono, delle comunità inconfessabili. È soprattutto un viaggio dentro la guerra — le guerre reali che ci circondano: quelle africane, Gaza, l’Iran, il Libano, l’Ucraina — e tutto ciò che non avrebbe dovuto più accadere nel ventunesimo secolo.

Il suono diventa il vero protagonista del film: le casse pulsanti dei rave, il motore dei bus utilizzati dai viaggiatori, lo scroscio improvviso della pioggia, le gomme che stridono, il linguaggio essenziale dei viaggiatori.

La musica, linguaggio sociale o canto tragico, appare ovunque e sembra mostrare quel legame intenso e misterioso che unisce il suono allo spazio della vita e al tempo che scorre.

Il suono nel film sembra invitarci ad un ascolto profondo: richiama spazi e tempi, ci libera dai nostri luoghi confezionati e sorvegliati; mostra, unisce, slega, si annoda su se stesso. È vortice inquieto, radura improvvisa, LSD puro, sentore dell’anima, cuore intenso, e molto altro ancora che la macchina da presa da sola non riesce a evidenziare.

In Sirāt possiamo intravedere la fine del mondo, intesa come fine assoluta, in cui non ci sarà più spazio per il genere umano. Tuttavia, nella scena finale, il film mostra un treno merci in cui gli unici superstiti di questo viaggio allucinante stanno insieme ad alcuni profughi scampati alla guerra. In questo senso, il finale potrebbe rappresentare una speranza flebile, oltre un mondo basato su guerre, potere, miseria e sangue, come scriveva l’antropologo Ernesto De Martino, in attesa di un nuovo mondo a venire.

Se potete, andate a vedere Sirāt. O meglio, andate ad ascoltarlo.

Qui un video significativo del film: https://www.youtube.com/watch?v=I1Z7mSDxh9E&list=RDI1Z7mSDxh9E&index=1

Coltrane59