Smart working: ha ragione Brunetta?

di Ciro Bilardi

Nel 1995 Jeremy Rifkin scriveva “La fine del lavoro”, un grande libro dedicato alla “terza rivoluzione industriale” nella quale computer e robot sostituiscono la forza lavoro umana creando masse crescenti di disoccupati.

Qual era la soluzione proposta da Rifkin di fronte a questa tendenza inarrestabile? In primo luogo una forte riduzione dell’orario di lavoro, il quale, per quanto lo si dimentichi, è tuttora fermo ai livelli del 1919, quando la prima convenzione dell’International Labour Organization (ILO) stabilì un massimo di 8 ore al giorno. Inutile dire che dal 1919 la produttività è aumentata decine, se non centinaia di volte, ma l’orario è sempre quello (anzi, in certi settori otto ore al giorno i lavoratori se le sognano).

In uno dei capitoli del libro, Rifkin raccontava che negli Stati Uniti anche il concetto di “ufficio” stava ormai irrimediabilmente tramontando. Già, in molte aziende, gli impiegati lavoravano da casa, e se avevano bisogno di una stanza per incontrare un cliente potevano chiederne la disponibilità il tempo necessario per la riunione. L’ufficio veniva prontamente allestito con scrivania, sedie e tutto l’arredamento di ordinanza compresa una foto (ovviamente farlocca) della famiglia dell’impiegato. Dopo la riunione tutto veniva di nuovo smantellato (stile “La Stangata”) fino a nuove esigenze. Tutto questo ovviamente per risparmiare i costi derivanti dall’utilizzo di spazi a uso ufficio, ma anche per rendere più produttivo ed elastico il lavoro del dipendente.

Più di un quarto di secolo dopo l’uscita di “La fine del lavoro” un oscuro ministro dell’ecumenico governo Draghi, tale Brunetta, affetto da una grave forma di monomania che lo spinge ad avversare tutto ciò che è pubblico e in particolare i lavoratori del settore, decide di azzerare le possibilità di lavorare in smart working che erano state introdotte a seguito dell’emergenza COVID e di far tornare in ufficio gli “statali”.

Quest’ultima è una parola che piace tanto ai media e ai politici, i quali non fanno differenza tra medici, poliziotti, infermieri, insegnanti, pompieri, tra chi è a contatto con il pubblico e chi no, tra dirigenza e lavoratori semplici ecc. Chi lavora nel settore pubblico è quindi per definizione uno “statale”, è un vagabondo e va castigato.

Che stare in ufficio aumenti la produttività rispetto a stare a casa è ovviamente una baggianata, lo capisce chiunque, inoltre c’è da considerare i costi degli spostamenti casa-lavoro (in particolare in caso di pendolarismo) in termini di inquinamento ambientale, spese (per i trasporti e non solo) per i lavoratori, rischi di trasmissione del virus e così via. Qualcuno dice che una delle ragioni fondamentali di questa decisione del ministro è proprio quella di cercare in questo modo di rivitalizzare l’economia. Auguri…

Nel mezzo di questa polemica, giorni fa, il Dipartimento della Funzione Pubblica faceva uscire sul suo sito, a evidente sostegno della decisione di Brunetta, un articolo anonimo (la firma è “Ugo Fantozzi”) che raccontava la surreale esperienza di un cittadino in un ufficio del Comune di Milano. Presentatosi di persona per richiedere dei documenti, gli veniva detto che l’ufficio – pur essendo presenti gli impiegati – è aperto al pubblico solo in determinati giorni e che quindi era necessario chiedere telefonicamente un appuntamento.

L’articolo ha sollevato un putiferio ed è stato rapidamente rimosso. Esce l’hashtag #brunettadimettiti e via di questo passo.

Lasciamo per un attimo da parte la solita polemica sui furbetti, gli assenteisti e i vagabondi (tra i quali ormai sono rientrati anche medici e infermieri dopo un breve periodo di popolarità in cui la gente gli dedicava striscioni con i cuoricini) e cerchiamo di allargare il discorso.

Il fatto è che la pubblica amministrazione è rimasta ai livelli del Regno di Sardegna, sia da un punto di vista strutturale che da un punto di vista organizzativo: attrezzature informatiche indecenti, connessioni da giungla amazzonica, software che sembrano fatti da un bambino dell’asilo, locali spesso inagibili, bagni indecorosi, parco macchine da rottamazione immediata e così via.

La creazione di “centrali d’acquisto” che avrebbero dovuto supportare gli enti pubblici nell’acquisizione di risorse materiali e umane ha allungato i tempi per le procedure di gare e concorsi ma non ha prodotto alcun risparmio (anzi queste centrali si sono dimostrate esse stesse uno spreco con centinaia di dirigenti inutili).

Da un punto di vista organizzativo, nonostante anni di chiacchiere sulla trasparenza, sulla customer care, sulla semplificazione amministrativa, ecc. ecc., peggio che andar di notte: si dovevano evitare gli atti pubblici inutili (“basteranno delle lettere, come nel privato”) ma sempre di più si pretendono decreti e delibere anche per le cose più banali. E in più il vecchio principio della segretezza amministrativa ha trovato nelle assurde normative sulla privacy un insperato supporto che ha riportato il sistema almeno cinquant’anni indietro. Poi arrivi a casa e ti telefonano dieci volte al giorno call center a cui qualcuno ha girato il tuo numero. Altro che privacy…

Nell’epoca della “transizione al digitale” i vari enti non dialogano e non sono in rete, per cui è prassi comune richiedere al cittadino documenti e certificazioni già in possesso della pubblica amministrazione. Gli Uffici per le Relazioni con il Pubblico, nati per favorire l’applicazione della normativa sulla trasparenza, si sono trasformati in patetici Uffici Marketing dove anziché supportare il cittadino si fa da megafono ai vertici. Non esistono uffici che supportano realmente le persone che ne hanno bisogno, come gli anziani ricoverati in ospedale, o chi richiede una dichiarazione di invalidità, o chi ha – a buona ragione – difficoltà di comprensione delle astruse procedure in vigore. Paesi interi sono stati desertificati dalla chiusura degli uffici comunali, delle poste, dei servizi sanitari e sociali.

E poi c’è la qualità dei vertici delle amministrazioni pubbliche. Sembra che esistano dei meccanismi di selezione all’incontrario, per cui i peggiori vanno avanti. Le selezioni vengono fatte con criteri nozionistici (tralasciamo il fatto che spesso sono truccate) e non si tiene conto né della capacità di risolvere i problemi, né dell’idoneità a gestire un gruppo di lavoro. La valutazione dei risultati è solo un eterno slogan per cui personaggi improbabili e psicologicamente instabili vanno avanti fino alla pensione scaldando poltrone e devastando interi settori.

Dirigenti che prendono decine di migliaia di euro per gli “obiettivi” e per la “responsabilità” hanno paura anche della propria ombra e pretendono timbri e firme dei vertici anche per andare al cesso. E questo vale per la scuola, la sanità, gli enti locali e così via.

In questo quadro era inevitabile che anche lo smart working diventasse una farsa: molti sono spariti dai radar e se va bene li trovi una volta la settimana (“ma gli puoi mandare una mail, vedrai che ti risponde”). Naturalmente gli enti non hanno potuto fornire un cellulare a tutti e figuriamoci se usano quello personale. Ma non c’è nessuna verifica perché i primi a sparire sono stati i dirigenti. Molti uffici sono chiusi “causa COVID” oppure gli orari al pubblico sono diventati talmente risicati che è praticamente impossibile arrivarci (come in quella vecchia gag in cui l’ufficio era aperto dalle 8 alle 8). Una catastrofe… Ed è ovvio che la gente maturi ancora più avversione per il settore pubblico di quella che si è prodotta in trent’anni e più di martellamento su quanto è bello il privato. E così si fa presto anche a dimenticare quanto fa schifo la gestione delle reti autostradali, telefoniche o elettriche. E che Fantozzi lavorava in una ditta privata, non in un ente pubblico…

Il problema, purtroppo, è che la pubblica amministrazione è esattamente come Brunetta la dipinge. Certo, omette di dire che se la realtà è questa è colpa dei politici di tutti gli schieramenti che per favorire gli amici imprenditori hanno tagliato l’impossibile e l’hanno riempita di incompetenti raccomandati che hanno infettato l’intero sistema. Ma nel Paese dell’analfabetismo funzionale, dove milioni di persone per risolvere i loro problemi ricorrono ai maghi, questo discorso è fuori portata.

E allora sì, torniamo tutti in ufficio, con i bagni intasati, il software che si impalla, i PC di Ms. Pacman, le decine di delibere inutili. Almeno consumando benzina contribuiremo anche noi alla ripresa del PIL.

Nel frattempo, in Asia anchorman virtuali presentano i telegiornali, mentre negli Stati Uniti è in vendita a un prezzo che si aggira intorno ai 20mila dollari il robot Samantha, che è soprattutto un partner sessuale ma non solo: a quanto si legge, è “capace di comprendere le barzellette e conversare di filosofia, scienze e animali”. Chissà come riderebbe se gli raccontassero di Brunetta.

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