Taranto, Venezia. E il futuro di Livorno?

Nelle ultime settimane è emerso di nuovo agli occhi di tutto paese quel disastro senza fine che si chiama Taranto. Un disastro occupazionale, perché il territorio tarantino perde sempre più posti di lavoro mentre l’acciaieria e l’indotto contraggono gli effettivi. Ma anche un disastro ambientale e umano in assenza di un modello di sviluppo praticabile e sostenibile. Una tragedia  ambientale e sanitaria che viene da lontano, almeno dagli anni ‘80, e che, anche se la bonifica cominciasse oggi, a lungo non cesserà di scaricare effetti sulle generazioni future. Basti pensare che, al momento, Taranto produce l’ottanta per cento delle diossine presenti su tutto il territorio nazionale. E’ un dato che dovrebbe far riflettere i sostenitori dell’acciaieria a tutti i costi anche se, lo sappiamo benissimo, la situazione è molto più complessa del semplice chiudere o non chiudere.

Subito dopo Taranto è riemersa la questione Venezia. Qui tra cambiamento climatico e predazione da grandi opere la città lagunare sta affondando, nel senso stavolta letterale della parola, in un modo tale da rappresentare la metafora del paese. Non ci sono dubbi che si tratti di cambiamento climatico: mai, come quest’anno, era avvenuto che l’acqua alta venisse a più ondate e non una volta sola, in fase di picco, come nel passato anche recente. Come non ci sono dubbi che la predazione da grandi opere sia parte delle cause del disastro veneziano: non solo perchè, dopo sei miliardi di fondi spesi tenendo conto dei tempi delle tangenti e delle necessità di gonfiare gli appalti, Venezia non ha ancora la grande opera promessa. Non solo perchè questa grande opera, ancora oggi, non dà garanzie di salvare davvero  Venezia ma anche perchè i fondi del Mose, mangiati pure dalla corruzione, sono stati creati togliendo i finanziamenti alle opere di messa in sicurezza del territorio.

Allora, pur essendo in stato di  massima confusione, lo stesso Conte davanti agli operai di Taranto ha detto “non ho ancora un piano”, il governo ha cominciato a pensare allo stanziamento di fondi di emergenza per Taranto e Venezia. Una ipotesi di 10-15 milioni per il tessuto urbano tarantino, cifre dai 5 ai 20 mila euro di sostegno immediato, a seconda dei casi, per I cittadini di Venezia. Non è molto, nel caso di Taranto quasi nulla, ma è qui che la Livorno politica dovrebbe inserirsi invece di farsi le foto di gruppo e i selfie di fronte all’entrata della mostra su Modigliani. Livorno deve inserirsi, nelle richieste di fondi, subito indicando le proprie emergenze. La serie attuale serie di eventi alluvionali in Toscana può essere l’occasione in più per farsi sentire perché a Livorno lo stato del suolo è emergenza tra le emergenze.

Infatti, Livorno dopo Taranto è la seconda provincia più inquinata d’Italia, ha subito una recente alluvione, ha una alta incidenza di morti per tumore, un tessuto demografico troppo vecchio per potersi riprendere senza immissioni di immigrazione giovane (italiana e non), una serie impressionante di criticità ambientali, sociali, urbanistiche. E, intendiamoci, con un sistema finanziario locale asfittico, il tessuto produttivo di Livorno, oggi come oggi, è quasi andato, la città è uscita da tempo da un flusso consistente investimenti pubblici. Lo stesso sistema portuale, la maggiore industria cittadina e il vero grande presidio tecnologico territoriale, rischia un serio ridimensionamento sia occupazionale, per l’immissione massiccia di AI nei processi lavorativi portuali negli anni ‘20, che industriale per la concorrenza e I processi di modernizzazione di altri scali.

Insomma Livorno, inserendosi in queste emergenze di Taranto e Venezia, dovrebbe urlare,  fare qualcosa di eclatante chiedere fondi, supporto, investimenti ben più cospicui di quelli di oggi. Semplicemente perchè deve provare a risalire dal punto che ha toccato. Punto che somiglia molto a quello del non ritorno. Tanto più che, in un bilancio pubblico condizionato dall’austerità, è solo alzando la voce,  contribuendo a moltiplicare le emergenze territoriali oltre Venezia e Taranto,  che c’è qualche speranza concreta che, premendo su governo e Ue, l’emergenza venga, in qualche modo, finanziata. Se Livorno non fa valere l’”emergenza Livorno” inutile illudersi il territorio è destinato a lunghi anni di serie sofferenze fino alla dispersione finale. Se la città non si coordina con altri territori facendo saltare i vincoli di spesa , senza impaludarsi in organismi sovracomunali come l’Anci -che stanno a metà tra I servizi e la governance ma non sono vertenziali-  siamo di fronte a un grosso problema. E lo diciamo sapendo cosa significa allargare la spesa pubblica in presenza di mercati finanziari internazionali in grado di creare enormi criticità al paese. Ma la strada è questa: una serie di scommesse allo scoperto per provare a salvare il nostro territorio. A questo siamo arrivati mentre la politica ufficiale vive in un mondo a parte. Ed è una serie di scommesse allo scoperto con al centro il tema del governo dell’economia sul luogo. Qualcuno, dopo tanta aria soffritta, vuol sapere cosa è il municipalismo? E’ governare lo sviluppo di Livorno dal territorio non facendolo fare, col copiaincolla, da Invitalia. Senza un governo dell’economia non c’è municipalismo. Anche perché servono fondi, per provare a far ripartire sul serio la città.  ben oltre la questione ambientale e ben oltre processi di governance barocchi e quasi inutili come gli accordi di crisi complessa.

Il punto è che oggi sia sinistra e centrosinistra locali, se consideriamo la portata a questi problemi, vivono nell’universo accanto.

Ad esempio, come abbiamo letto sul Corriere Fiorentino l’assessore al bilancio parla della nostra città come qualcosa dove sono i fondi privati a poter essere l’elemento decisivo di rilancio del territorio. Se si conosce un attimo l’economia di oggi, e di domani, si sa che questo è possibile giusto nella Silycon Valley. Già in Europa, in territorio molto più avanzati del nostro, l’impegno finanziario istituzionale robusto e la regolazione pubblica sono essenziali su questi temi. Ma da noi è sovrana l’ignoranza: un altro assessore ha parlato di dover creare un bacino dove le PMI investono quando la realtà è l’esatto contrario ovvero sono le PMI a cercare finanziatori. Per non parlare di chi, ancora oggi, spaccia i fondi europei per il piano Marshall. E la sinistra? Non entriamo in polemiche, non facciamo il contropelo a nessuno, ma lo diciamo chiaro: l’esistenza o meno di una sinistra livornese, la sensatezza o meno di sostenerla passano dalla sua capacità di saper far fare alla città la voce grossa, in modo serio e incisivo, sull’emergenza Livorno in Italia e in Europa. Il prossimo anno vorremmo vedere il sindaco, visto che non può più andare a Sanremo, essere a Bruxelles a battersi per Livorno. Invece non ci risulta nemmeno una agenda europea del primo cittadino su questi temi e neanche i più banalmente promozionali. Con una giunta di stanziali Livorno non la salvi. Queste sono le cose serie: il resto è una serie di mozioncine di convergenza in consiglio tra centrosinistra e sinistra che è un gioco pasticciato troppo logoro, e scoperto, per far ridere e una cosa troppo noiosa, dall’esito scontato, per far piangere. Meglio quindi, nel caso continui questa routine, quello che esiste oggi muoia e, detto francamente, senza rimpianti. In modo che, senza condizionamenti, il nuovo possa nascere. Perchè la nostra città si è infilata da tempo in un dramma perverso dal quale si esce solo con coraggio, credibilità e visione innovativa. Nel frattempo Taranto muore, Venezia affoga, la Toscana è alluvionata e Livorno vive una lenta dissolvenza nel silenzio.

la redazione

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