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Una scatola sempre più vuota: il caso giovanili US Livorno

Nella nostra inchiesta di questo autunno sulla proprietà del Livorno, abbiamo definito Polimeta, la microsocietà di diritto inglese che controlla l’Unione, come una scatola vuota, fatta con 10 mila euro di capitale sociale e con una sede che è semplicemente una casella postale di un portone di una via londinese. A distanza di mesi le difficoltà del Livorno non sembrano risolte e, nel frattempo, se Polimeta è una scatola vuota, il club è una scatola sempre più vuota: dimissioni, contratti scaduti, abbandoni e caselle vuote nell’organico prefigurano una nuova, difficile stagione tra i professionisti. Cerchiamo di capire quali sono le prospettive del Livorno attraverso una analisi della crisi del modello tipo di società di serie C, focalizzandoci poi sulla questione del settore giovanile, essenziale sia per il futuro del Livorno che come contributo per tenuta sociale del territorio.

  1. Il modello in perdita della serie C e il Livorno

I dati ufficiali del Report Calcio FIGC 2025 indicano che la perdita media per ciascuna società è di circa 2.7 milioni di euro stagionali.  La C è un serbatoio di voti per l’elezione di cariche nella Figc ma produrre sistematicamente perdite favorisce un’ economia del debito (fallimenti pilotati, distrazione di beni) genera forte sospetto riciclaggio (secondo gli schemi investigativi della guardia di finanza)  o fabbrica saldi negativi  che hanno senso in una logica di consolidato fiscale di gruppo, che possiede la società calcistica, per il quale si generano minori imposte. I continui fallimenti di società, anche a campionato avviato, in questi anni hanno mostrato che il modello è comunque insostenibile e non a caso la Lega Pro ha provato a far partire riforme e nuove normative per regolare il settore.

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Ma come è messo il Livorno in questo contesto? Abbiamo fatto una simulazione del bilancio 2025-26 che verrà consegnato tra qualche settimana tenendo conto sia delle cifre dichiarate (es. ingaggi) e quelle che rappresentano le spese medie per un club di serie  C delle dimensioni del Livorno.

I costi sono cresciuti notevolmente rispetto alla D,. Il monte ingaggi è salito a 2,6 milioni di euro, una cifra tipica per un club medio della Serie C. Oltre agli stipendi, sono compresi premi e diritti di immagine.

Le entrate faticano a tenere il passo. I ricavi da biglietti e abbonamenti, che rappresentano la principale voce di entrata per un club di questo livello, sono stimabili intorno a 1 milione di euro (inclusi gli abbonamenti e i paganti). Gli sponsor e i diritti TV, pur essendo importanti, hanno un peso minore nel bilancio totale (stimati tra i 500.000 e i 700.000 euro).

La forbice tra costi e ricavi si allarga. Con costi del personale che da soli superano i 2,6 milioni e altre spese gestionali (trasferte, manutenzione stadio, utenze, etc.) che possono facilmente superare il milione di euro, il totale dei costi si aggira intorno ai 3,9-4,0 milioni di euro.

Per contro, i ricavi stimati (botteghino + sponsor + diritti TV + merchandising) difficilmente superano i 2,0 milioni di euro.

Nella simulazione la perdita presunta complessiva è di circa 2,2 milioni di euro, è molto lontana dal passivo effettivamente sostenuto negli anni precedenti (tra 370 mila e 570 mila l’anno, vedi bilanci depositati), e rappresenta un salto significativo. Tuttavia, è inferiore rispetto ai 4,0 milioni di costo complessivo perché i ricavi (1,6 milioni stimati) coprono una parte del totale. Si tratta di una perdita complessiva che è in linea con la media delle perdite della C considerando che questa è alzata dal debito monstre della Salernitana (più di 30 milioni, oltre 10 volte la media). La realtà della stragrande maggioranza dei club è rappresentata da perdite medio-grandi come il Livorno. I costi del lavoro in rapporto al valore della produzione sono schizzati all’89,1% , il patrimonio netto aggregato della categoria è addirittura negativo (-1,8 milioni), e la perdita aggregata accumulata dal 2007 al 2024 per la C ammonta a 1,277 miliardi di euro.

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Per il Livorno questo scenario significa che la società, da sola, non è in grado di coprire i costi con i propri ricavi. Quindi l‘azionista di riferimento (Joel Esciua) deve necessariamente coprire questa perdita per evitare il fallimento, trovando nuovi soci, iniettando nuovi capitali o rinunciando a crediti. Il modello di business qui è sostenibile solo in funzione della promozione: l’obiettivo è raggiungere la Serie B, dove i diritti TV e i ricavi complessivi sono di gran lunga superiori. Se la promozione non arriva, l’azionista deve continuare a coprire le perdite.

Naturalmente quella sul Livorno è una stima basata su dati parziali e su medie di categoria. Il bilancio ufficiale, a termini di legge, deve essere ancora pubblicato. Queste stime ci indicano però la necessità del Livorno, come di altre società, di ristrutturare per cambiare modello evitando la paralisi finanziaria. Non a caso, nell’ultima conferenza stampa, il presidente Esciua ha parlato di sostenibilità come obiettivo per i bilanci del Livorno. In serie C la sostenibilità ha delle strade obbligate visto che la situazione è strutturale: il 60% delle società professionistiche italiane è in perdita, e il livello più colpito è proprio la Serie C. La sostenibilità, più volte chiamata in causa dal presidente del club, in C ha però percorsi di riduzione di ingaggi e di taglio delle spese piuttosto rigidi. Ecco alcuni esempi.

Secondo il ReportCalcio FIGC 2025, nella stagione 2023-2024 solo il 15% dei club ha chiuso il bilancio in attivo.

Alcune delle società più virtuose in questo senso sono:

Folgore Caratese (modello low cost): La neopromossa ha eliminato le figure di Direttore Sportivo e Direttore Generale, con il presidente che si occupa direttamente del mercato. Questa scelta, unita a un’attenta programmazione, le ha permesso di risparmiare 70-80.000 euro l’anno evitando anche le commissioni ai procuratori, risultando forse l’unica società professionistica senza queste figure dirigenziali.

Carpi (gestione oculata): È considerata un modello di gestione finanziaria virtuosa sotto la famiglia Lazzaretti. Il suo monte ingaggi (esclusi premi e diritti d’immagine) è di 795.000 euro, appena un settimo di quello della Ternana, di fatto fallita, che “domina” il girone B con 5,7 milioni di euro.

Giugliano (potenziale small cap): Negli ambienti finanziari si è ipotizzato che il club possa rappresentare una “small cap” calcistica, ovvero una società con bilanci in ordine sebbene con volumi di affari ridotti. Non è un colosso, ma rappresenterebbe l’antitesi di un sistema in perdita cronica.

Casertana e Torres (alti margini): Secondo un’analisi di Capology basata sui bilanci 2023-2024 , sono due delle poche a mostrare un margine operativo lordo superiore al 30% (positivo rispettivamente del 33% e del 48%), segno di una gestione corrente particolarmente rigida che tiene sotto controllo i costi.

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Si tratta di modelli molto difficili da realizzare, specie quando si parla di una piazza con grandi ambizioni come Livorno, con una società che deve intervenire su un’ecosistema calcistico e cittadino complesso per realizzare ristrutturazioni. Ogni modo tutto questo, per ipotesi, regge solo se il settore giovanile comincia ad entrare a regime. Ma il settore giovanile del Livorno è ben lontano da uno stato di salute in grado di supportare la sostenibilità finanziaria della società.  E non dimentichiamo qui che, oltre alla legge Zola, che presto imporrà un numero alto di giovani formati dalla società in rosa, la mancata crescita di asset finanziari (leggi giovani calciatori promettenti) condanna ogni società come il Livorno ad uno stato di crisi di bilancio permanente. Parlano i numeri e le previsioni di bilancio della società e del settore: senza la crescita del settore giovanile, la società può tagliare quanto vuole, manca il motore della crescita del valore degli asset (i giovani calciatori) visto anche che i ricavi da calciomercato sono ormai scarsi. In poche parole, senza la crescita del settore giovanile, la politica di taglio dei costi ad un certo momento tocca il punto di non ritorno.

 

2. Giovanili come scatola vuota, un problema serio per il Livorno

 

Il fatto che la stampa locale parli di nuovi possibili allenatori del Livorno mettendo accanto al loro nome il monte ingaggi gestito è indice delle intenzioni della società: trovare persone in grado di massimizzare un investimento ridotto. E’ una strategia che, se ben gestita, può anche avere senso nel breve termine. Nel medio viene fuori il problema dei tagli che, se hanno investito anche il settore giovanile, fanno mancare asset strutturali, la crescita dei giovani, che davvero costituiscono la sostenibilità.

C’è quindi un passaggio, apparso sulla stampa cittadina che merita di essere preso sul serio, perché arriva direttamente dal presidente, la voce della proprietà. «abbiamo fatto il passo più lungo della gamba» e si sta parlando proprio del settore giovanile. È una frase che, da sola, basterebbe a spiegare molte delle cose che stanno accadendo nel settore giovanile e nella scuola calcio del Livorno. Il problema fondamentale è che, mentre questa consapevolezza viene espressa pubblicamente, la realtà quotidiana racconta qualcosa di molto più profondo di un semplice errore di valutazione: racconta una crisi strutturale.

Attorno al progetto del settore giovanile erano state costruite grandi aspettative, con dichiarazioni ambiziose e prospettive presentate come imminenti. Alla prova dei fatti, tuttavia, sono emerse carenze organizzative profonde, una cronica mancanza di risorse adeguate e una gestione spesso affidata all’improvvisazione. Nel corso della stagione2025-26  si sono moltiplicate le tensioni interne e i momenti di forte attrito della società con gli staff, esasperati da ritardi, incertezze e condizioni di lavoro precarie.

In questo quadro occorre provare a chiarire l’investimento economico reale: secondo quanto filtra, il presidente Joel Esciua avrebbe sostenuto una spesa complessiva vicina ai 100mila euro per il comparto giovanile, a fronte però di circa 90mila euro incassati attraverso le quote versate dalle famiglie della scuola calcio. Si tratta di un dato evidente, che restituisce l’esatta dimensione di un progetto partito con ambizioni molto superiori rispetto alla reale capacità organizzativa e finanziaria necessaria per sostenerlo.

In questo contesto, il caso Banditella è emblematico. Mercoledì 7 maggio 2025, con un’offerta al rialzo di circa 700mila euro, il presidente amaranto Joel Esciua si era infatti assicurato per i prossimi 20 anni i campi ex Picchi, di proprietà comunale. Successivamente, il 4 settembre 2025 — ultimo giorno utile — è stato depositato il saldo di 660mila euro necessario per concludere l’acquisto della struttura. La società pensava di rendere operativo il centro in una sola settimana: un’ingenuità clamorosa.

L’intenzione di base era senza dubbio positiva. Ma nel calcio — e soprattutto quando si parla di settore giovanile — le intenzioni contano fino a un certo punto. Contano i tempi. Contano le condizioni. Contano i fondi, conta la capacità di programmazione.

Il centro di Banditella, presentato in pompa magna come una conquista strategica, è stato effettivamente aperto solo il 13 marzo 2026, dopo aver costretto per ben otto mesi le 13 squadre giovanili a vagare per i campi di mezza Livorno, con presunti costi per la società superiori ai 20.000 euro.

Per fare in modo che la prima squadra di giovani amaranto varcasse i cancelli di Banditella, la società è dovuta intervenire d’urgenza sugli impianti idraulici ed elettrici, pulire in modo energico gli spogliatoi e rispettare alcuni vincoli stringenti legati alla sicurezza. Ma l’apertura formale non ha affatto coinciso con la funzionalità a pieno regime della struttura. Banditella, ad oggi, rimane un contenitore incompleto.

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Sulla carta il centro comprende un campo centrale con erba naturale, omologato per ospitare partite di Serie D, dotato di una tribuna coperta e spogliatoi. Nel complesso sono inoltre presenti un campo di calcio a 11 in erba sintetica, un campo per partite a otto e due gabbioni, anch’essi in erba sintetica, oltre a un altro blocco spogliatoi, uffici, un bar e una foresteria.

L’investimento iniziale, però, non ha esaurito il fabbisogno economico; al contrario, lo ha solo anticipato. Il campo sintetico a 11, dopo varie deroghe, deve essere infatti integralmente rifatto e messo in sicurezza: un intervento che nel calcio professionistico può arrivare a costare diverse centinaia di migliaia di euro. Allo stesso tempo, il campo in erba richiede una manutenzione continua con costi non marginali, e le strutture accessorie necessitano di profondi adeguamenti. Perfino il bar, che potrebbe garantire entrate giornaliere costanti, è tutt’ora chiuso.

Ma soprattutto, a mancare è una visione. Ad oggi non è stato presentato un progetto strutturato o un rendering di quello che Banditella dovrebbe diventare, sia a livello funzionale, sia come luogo di aggregazione e formazione dei giovani amaranto. Esistono infatti modelli virtuosi che trasformano i centri sportivi in veri e propri luoghi identitari, spazi in cui si respira la cultura profonda di un club attraverso l’architettura, la comunicazione visiva e i simboli. A Banditella, oggi, tutto questo non esiste. Non c’è nessun segno distintivo, nessuna narrazione, nessuna costruzione del senso di appartenenza. Si nota solo un’insegna provvisoria che restituisce l’idea di qualcosa di temporaneo, e non di una “casa”. E nel calcio giovanile, la casa è tutto.

Lo sfaldamento degli staff e il nodo economico

Poi c’è il cuore del problema: l’espansione del settore giovanile oggi viene riconosciuta come eccessiva dalla stessa dirigenza. «impossibile gestire tutto con una struttura così snella», viene ammesso dietro le quinte. È esattamente qui che il cortocircuito diventa evidente. Perché il tema non è solo aver fatto “il passo più lungo della gamba”, è averlo fatto senza le fondamenta necessarie. Senza una struttura adeguata, senza personale sufficiente e senza coperture economiche certe. Mancando, in questo modo, di garantire un futuro di sostenibilità al Livorno.

E i segnali di questo cedimento sono ovunque. Da inizio anno gli staff tecnici si sono ridotti all’osso. Figure professionali fondamentali — come preparatori atletici e allenatori dei portieri — stanno progressivamente abbandonando l’ambiente perché non vengono retribuite. Si parla apertamente di contratti promessi e poi, dopo vicissitudini ai limiti del grottesco, saltati definitivamente; di rimborsi spese — su cui ci si era accordati inizialmente pur di non far cessare l’attività — fermi da mesi, e di una malcelata volontà da parte della dirigenza di non proseguire a corrisponderli.

La conseguenza è inevitabile: oggi nel Livorno praticamente tutto si regge quasi esclusivamente sulla disponibilità personale. Diversi allenatori hanno già lasciato, altri continuano a stringere i denti solo per senso di responsabilità verso i ragazzi. Si è arrivati al punto in cui sono le famiglie a dover contribuire economicamente per coprire spese che dovrebbero essere a totale carico della società, a partire dai kit d’abbigliamento della Macron, mai arrivati, fino alle trasferte. Un sistema che si sposta, lentamente ma inesorabilmente, dal professionismo all’autogestione.

Eppure, nelle dichiarazioni iniziali, l’orizzonte tracciato era ben più ambizioso. Si è parlato apertamente della volontà di costruire un modello ispirato ai migliori settori giovanili italiani, prendendo come riferimento Empoli e Atalanta. Quest’ultimo, in particolare, è un modello che negli ultimi dieci anni ha generato centinaia di milioni di euro attraverso la valorizzazione dei giovani, ma è stato costruito su investimenti continui, strutture all’avanguardia e una programmazione pluriennale rigorosa. Il confronto attuale, però, non è semplicemente prematuro: è totalmente fuori scala. Perché tra l’ambizione dichiarata e la realtà attuale esiste uno scarto profondo che non può essere colmato solo con le buone intenzioni. Servono risorse. Servono competenze. Serve tempo. E, soprattutto, serve coerenza tra ciò che si annuncia e ciò che si è realmente in grado di sostenere.

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Interrogativi sul futuro e il silenzio delle istituzioni

Resta poi aperto il grande nodo del futuro. L’ipotesi di separare economicamente la gestione della scuola calcio e del settore giovanile da quella della prima squadra — soluzione considerata da alcuni addetti ai lavori come necessaria per dare stabilità e autonomia al progetto — non ha mai trovato una reale condivisione da parte di Esciua. Non è chiaro se, alla luce delle pesanti difficoltà emerse in questa stagione, questa posizione del patron possa cambiare. Le alternative, a quel punto, sarebbero davvero poche: ridimensionare drasticamente il settore limitandosi alle sole categorie obbligatorie, oppure rilanciare seriamente attraverso nuovi investimenti e una struttura societaria molto più solida. Nel frattempo, però, l’incertezza continua a produrre un altro effetto concreto e dannoso: gravissimi ritardi nella programmazione della prossima stagione.

C’è poi un livello che finora è rimasto ai margini del racconto collettivo: quello delle responsabilità intermedie. Qual è oggi il ruolo effettivo dei direttori? Che tipo di rapporto hanno correntemente con Esciua? E quanto incidono realmente per garantire il rispetto degli accordi sul funzionamento del settore giovanile e della scuola calcio? Perché, osservando e ascoltando ciò che accade quotidianamente sul campo, la sensazione netta è che ci si limiti spesso a gestire l’emergenza giorno per giorno, senza mai affrontare i nodi strutturali, mentre il peso di tutte le criticità continua a ricadere soprattutto sugli staff tecnici (che, giova ricordarlo, non vengono pagati).

Sono domande che, al momento, restano senza alcuna risposta. Così come resta drammaticamente poco esplorata la voce di chi questa situazione la vive e la subisce ogni giorno sulla propria pelle: allenatori, collaboratori, famiglie. Un patrimonio umano straordinario, che rappresenta il vero capitale del settore giovanile e che oggi si trova pericolosamente esposto e senza tutele.

Perché il punto centrale è anche questo: danneggiare una scuola calcio non è solo un problema strettamente sportivo. È, prima di tutto, un problema sociale. Significa colpire centinaia di famiglie del territorio, mettere in seria difficoltà i percorsi educativi dei ragazzi e interrompere spazi di aggregazione fondamentali per la comunità locale. È un tema di ampio respiro che dovrebbe riguardare da vicino non solo la società calcistica, ma anche la politica locale, gli assessori competenti e le istituzioni cittadine. Eppure, finora, su questo tema il silenzio istituzionale è stato quasi totale.

Un silenzio assordante che coinvolge purtroppo anche la stampa cittadina, la quale raramente è entrata nel merito di queste dinamiche interne, lasciando che il racconto pubblico restasse confinato alle dichiarazioni ufficiali e a una superficie che non restituisce in alcun modo la reale complessità e gravità della situazione.

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A questo punto, la questione non è più capire se ci siano stati degli errori. Quelli, ormai, sono stati ammessi. La vera questione è capire se esista o meno un piano reale, concreto e attuabile per uscirne. Perché “rimettere ordine”, come è stato dichiarato, non può restare un obiettivo astratto o uno slogan: significa, nei fatti, ripristinare immediatamente i pagamenti sospesi, ricostruire e valorizzare gli staff tecnici, garantire strutture adeguate e funzionanti, e ristabilire un minimo di credibilità perduta.

E soprattutto, significa fare una scelta di campo netta e definitiva: ridimensionare davvero, oppure investire davvero. Tutto il resto — dalle conferenze stampa annunciate e mai convocate, alle promesse continuamente rinviate, fino alle giustificazioni cercate a posteriori — rischia di restare pericolosamente dentro quella zona grigia che ormai accompagna ogni singolo passaggio di questa tormentata vicenda.

E’ comprensibile che l’attenzione  centrale sia sui risultati della prima squadra ma se guardiamo il Livorno al di là dei risultati se Polimeta è una scatola vuota, la scatola Livorno è sempre più vuota. La crisi del settore giovanile del Livorno, economicamente parlando, ha un significato ben preciso: la società non è in grado di produrre quegli asset  indispensabili, quali sono i giovani,  per tenere in piedi quella sostenibilità finanziaria che è la politica dichiarata. Al momento la gloriosa Unione viaggia verso il punto di non ritorno.

Codice Rosso, redazione