Virus e potere: la didattica a distanza e i corpi senza corpo
Con il Decreto Scuola approvato lo scorso 6 aprile la didattica a distanza, di fatto, diventa obbligatoria. La ministra Azzolina la definisce come la “chiave di volta del sistema educativo del momento” (Dl Scuola, Azzolina: Didattica a distanza chiave di volta e non opzionale). Anche un docente, consulente digitale del MIUR, afferma che, “come ha scritto Baricco, stiamo facendo pace con il Game. Fare Dad non significa riprodurre staticamente quello che si faceva in classe in presenza. Occorre cambiare metodologie, lavorare sulle interazioni a distanza e su minilesson efficaci, stalkerare gli studenti che si nascondono o non partecipano, registrare, documentare, includere, non generare altre ansie, fare cultura”. (Didattica a distanza: non è solo “l’unica scuola possibile”). Dopo la discutibile citazione di Baricco nell’ambito di un articolo sulla didattica che avrebbe anche la pretesa di essere serio, viene usata una espressione decisamente poco felice, “stalkerare gli studenti” (tra l’altro, poi ci dovranno spiegare come sia possibile “non generare ansie” stalkerando gli studenti). Ma di cosa stiamo parlando, precisamente, quando usiamo il termine “didattica a distanza” (contratto nel brutto acronimo DAD)? Essa rientra all’interno della pratica educativa della formazione a distanza, la quale prevede la non compresenza di docenti e discenti nello stesso luogo. Una prima fase di formazione a distanza, nel corso dell’ottocento (diffusa soprattutto in Inghilterra e in Svezia), è stata attuata per corrispondenza: basata quindi, su uno scambio di materiale per posta fra docenti e discenti. Una seconda fase, nel novecento, vede l’utilizzo di tecnologie audiovisive: telefono, televisione, commercializzazione delle videocassette. La formazione a distanza di terza generazione conosce, infine, l’uso delle tecnologie informatiche ed è divisibile in due parti: se la prima può essere definita “offline”, cioè senza connessione (quindi mediante l’utilizzo di floppy disk e CD Rom), la seconda, invece, si caratterizza per il suo essere online, cioè, connessa alla rete Internet. Per chi non ha perduto definitivamente la capacità di pensare è del tutto evidente che, dietro l’utilizzo di queste pratiche di formazione a distanza, in tutte e tre le fasi, ci sono stati interessi di carattere economico da parte di aziende che ne curano la produzione, la pubblicità e la diffusione. Anche adesso, con la propagazione virale della didattica a distanza nelle scuole, le lobby finanziarie e i giganti dell’informatica mirano solo ai propri interessi, trasformando la scuola a loro immagine e somiglianza, vale a dire in una grande azienda dove gli esseri umani, per di più dei giovani alunni, possono essere – ahimè – stalkerati senza pietà.
Da più parti, dall’universo del Potere, si cerca quindi di cavalcare l’emergenza scatenata dal coronavirus per normalizzare procedimenti che dovrebbero sussistere soltanto a livello temporaneo: la didattica a distanza, insieme alle sempre più diffuse pratiche di controllo, è una di queste. Essa rientra all’interno di un programma di digitalizzazione dell’esistenza: se prima, anche in tempi ‘normali’, la digitalizzazione diffusa esisteva già (e comunque continua ad esistere) per quanto riguarda la sfera ludica e della comunicazione, adesso si allarga sempre di più alla sfera del controllo degli individui: smart working (al quale appartiene anche la didattica a distanza), tracciamento per mezzo dei cellulari, utilizzo di droni ecc. Il potere politico ed economico impone quindi l’utilizzo della didattica a distanza anche in un periodo successivo all’emergenza legata alla diffusione del virus, “approfittando” perciò della propagazione dello stesso per allargare la sua longa manus. Inutile, qui, stare a ricordare come anche le tante decantate APP per tracciare i contatti tra le persone e contenere così la pandemia di coronavirus possano trasformarsi in un sistema per raccogliere le informazioni: ci hanno già pensato 300 esperti, i quali ci mettono in guardia contro un loro uso sbagliato nel futuro da parte dei governi, un modo sicuro per controllarci e per annientare qualsiasi tipo di privacy (Coronavirus, lettera aperta di 300 scienziati: “Attenzione alla raccolta dati delle app anti pandemia”). Il virus viene così trasformato in un vero e proprio strumento di potere. Del resto, fin dalla letteratura antica, le epidemie erano considerate come una punizione divina, quindi inflitte quasi da un potere pervasivo e diffuso: basti ricordare la pestilenza scatenata da Apollo nell’accampamento greco nel libro I dell’Iliade o la terribile peste che si diffonde a Tebe a causa della presenza di Edipo nell’Edipo re di Sofocle. La peste, poi, grazie a Edgar Allan Poe, si trasforma in una delle più significative personificazioni del potere, un re. Un racconto dello scrittore statunitense si intitola infatti Re Peste: la pestilenza, come un crudele tiranno, si impadronisce della città di Londra. L’orrore e la paura scaturiti dal Potere verranno sconfitti da due allegri marinai ubriachi che, di notte, dopo essere penetrati nella zona ‘appestata’ della città violando le leggi, riusciranno a fuggire facendosi beffe del re e di altri orrendi personaggi. Nella nostra realtà quotidiana Re Covid ci controlla, ci allontana, ci chiude in casa, trasforma i nostri corpi in essenze digitali che viaggiano nella rete e nelle strade deserte rimangono solo i nostri sogni.
Una delle dinamiche che, in ogni tempo, si sono create di fronte al potere è sempre stata la disuguaglianza sociale. L’imposizione della didattica a distanza e di qualsiasi altra forma di smart working accentua in modo significativo la disuguaglianza sociale: solo chi possiede una buona connessione o un buon dispositivo riesce ad avere la possibilità di svolgere al meglio queste pratiche lavorative. Se poi la scuola deve essere sempre considerata una pratica inclusiva, aperta a tutti, come possiamo giustificare il fatto che molti alunni sono esclusi dalla possibilità di accedere alla didattica a distanza online semplicemente perché le loro famiglie non hanno una connessione internet o un personal computer o un tablet? Il Ministero della Pubblica Istruzione, appunto perché si tratta di istruzione “pubblica”, dovrebbe sapere che esistono famiglie con difficoltà economiche rilevanti. A maggior ragione, il problema si presenta nei corsi serali dei CPIA per adulti: come faranno alunni stranieri, spesso immigrati con enormi problemi economici, a seguire in modo appropriato le videolezioni (il che presuppone almeno il possesso di un PC)? E, appunto perché si tratta di pubblica istruzione, il Ministero non dovrebbe appoggiarsi a piattaforme private che ‘rubano’ e utilizzano tutti i nostri dati come Google, Microsoft e Amazon. Se volete imporre la didattica a distanza, create almeno delle piattaforme pubbliche e mettete tutti nelle condizioni di poterne usufruire. Altrimenti non ha alcun senso parlare di scuola pubblica.
La didattica a distanza e lo smart working normalizzati andrebbero a creare inoltre una situazione veramente inaccettabile: un allargamento della dimensione del lavoro anche nella sfera del cosiddetto tempo libero. Il lavoro diventerebbe in modo ancora più pesante l’appendice di un potere sempre più pervasivo che si estende anche alla vita privata. Quello domestico, che dovrebbe essere uno spazio liberato dalle dinamiche del lavoro, finirebbe per trasformarsi in una sorta di appendice dell’ufficio. E sarebbe comunque una situazione diversa dallo svolgere normalmente il lavoro a casa come, per un insegnante, può essere lo studio, la correzione dei compiti o la preparazione delle lezioni. Si tratterebbe di dover rendere conto del proprio tempo e del proprio spazio a una macchina che ha reso incorporei e spettrali i nostri stessi corpi. Lo stesso vale anche per gli studenti: chiusi nelle loro abitazioni, si troverebbero in una interazione spesso passiva con l’oggetto digitale come di fronte a un videogioco o a uno smartphone.
Sembra quindi che il Potere tenga particolarmente a ‘decorporeizzarci’, a rendere spettrale e inconsistente la dimensione del corpo, a trasformarci in corpi senza corpo. La progressiva digitalizzazione del mondo della scuola è il colpo di coda di una progressiva, tecnologica destrutturazione della dimensione corporea. Al posto di corpi e di spazi autentici vengono creati spazi virtuali: gli stessi che vediamo in molti film nei quali le persone, in luoghi irreali e in futuri più o meno catastrofici, interagiscono fra loro come tanti simulacri digitali, da eXistenZ (1999) di David Cronemberg fino a Ready Player One (2018) di Steven Spielberg. In quest’ultimo film, ambientato nel 2045, le persone si immergono nel mondo virtuale di Oasis per sfuggire alla decadenza delle loro città oppresse dall’inquinamento. La loro vita vera si svolge per mezzo di avatar incorporei: adesso, nel 2020 stiamo già imboccando la via di un sempre maggiore annientamento della dimensione corporea. Sembra proprio che il potere politico ed economico imponga la digitalizzazione tecnologica di sempre nuove sfere del quotidiano per allontanare e neutralizzare la dimensione del corpo. Come afferma Michel Foucault parlando di “utopie e eterotopie”, “il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano, il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo, immagino, percepisco le cose al loro posto e anche le nego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino” (M. Foucault, Utopie Eterotopie, trad. it. Cronopio, Napoli, 2011). Il corpo ha il “potere infinito” – da contrapporre al Potere con l’iniziale maiuscola – non solo di generare utopie ma anche di generare nuovi spazi reali liberati dal predominio pervasivo del controllo. Ecco perché il Potere ha paura dei corpi e li vuole annientare; ecco perché ora più che mai c’è bisogno di un sapere e di una scuola che ponga al suo centro il corpo e che lo valorizzi come uno strumento di libertà e di resistenza a sempre più diffuse e spettrali dinamiche di controllo e di coercizione.
Guy van Stratten
In copertina: Ready Player One di Steven Spielberg

