“Zoo”: un “infilzamento” di avventure tra pandemia animale e complottismo

La serie TV statunitense Zoo, tratta dall’omonimo romanzo di James Patterson e andata in onda per la prima volta in Italia nel 2015 su RAI 4 (adesso riproposta da Netflix), al di là di una insistente spettacolarità tipicamente ‘americana’ e di una volontà di individuare sempre i ‘buoni’ e gli ‘eroi’ che lottano contro i ‘cattivi’, propone alcune tematiche e situazioni interessanti. Alla base della storia c’è una vera e propria rivolta degli animali – contagiati da una presunta pandemia – contro gli esseri umani. Dapprima cominciano a interessarsi al caso due zoologi che si occupano di safari in Africa, lo statunitense Jackson Oz (James Wolk) e l’africano Abraham Kenyatta (Nonso Anozie). Successivamente, viene creata una vera e propria “squadra” formata da una giornalista indipendente, Jamie Campbell (Kristen Connolly), un patologo animale, Mitch Morgan (Billy Burke), un’agente dell’intelligence francese, Chloe Tousignant (Nora Arnezeder).

La “squadra” si muove da una parte all’altra del mondo per cercare di fermare la pandemia e far tornare gli animali alla normalità. La prima stagione della serie è sicuramente la migliore; la seconda (2016) e la terza (2017) risentono di una maggiore spettacolarizzazione, realizzata grazie alla presenza di un improbabile e futuristico aereo elettronico e super accessoriato per mezzo del quale i personaggi si spostano rapidamente da un capo all’altro del mondo. La velocità è infatti l’elemento essenziale della trama, la quale appare intessuta da una serie ipertrofica di eventi che succedono l’uno all’altro ai quattro angoli del globo. Il motivo trainante della storia è quello del viaggio. Se ci pensiamo bene, la velocità narrativa tenuta insieme dal motivo del viaggio è una caratteristica pregnante della modernità letteraria, a partire dal Viaggio sentimentale (A sentimental Journey trough France and Italy, 1768) di Laurence Sterne. Lo stesso inizio del viaggio del protagonista di Sterne, Yorick, stravolge l’esordio lento e calibrato della classica narrazione del Grand Tour in quanto è innescato da una semplice battuta sulla Francia svolta in una conversazione con un amico. Una velocità narrativa e di viaggio molto simile a quella utilizzata dalla struttura di Zoo, nel cinema, è poi ravvisabile in Rapporto Confidenziale (Mr. Arkadin, 1955) di Orson Welles, in cui il protagonista, il mio omonimo Guy van Stratten (Robert Arden), si sposta da una parte all’altra del mondo per tentare di scoprire la verità sul mefistofelico miliardario Mr. Arkadin.

La struttura narrativa di Zoo è architettata mediante un continuo “infilzamento” di avventure, per dirla con Viktor Šklovskij: per mezzo di questo procedimento, “una novella-motivo, a sé stante, viene aggiunta a un’altra, e l’una viene collegata all’altra tramite il protagonista comune”[1]. Un’avventura, una nuova situazione viene continuamente “infilzata” all’interno di quello che potrebbe apparire come il regolare svolgimento della trama. Se la complicazione dell’intreccio è comunque già di per sé una prerogativa della narrazione avventurosa, nella serie in questione, come accennato, tale complicazione assume accenti iperbolici. C’è sempre una nuova situazione imprevista, dai caratteri più o meno catastrofici, a ‘rompere’ una qualsivoglia regolarità narrativa verso qualsiasi forma di happy end. Tale struttura a incastro, probabilmente, prevedeva la prosecuzione della serie anche dopo la terza stagione in quanto ci troviamo di fronte a un finale aperto, assolutamente in linea con la velocità narrativa che ci ha accompagnato in tutte le puntate precedenti.

Il primo tema interessante messo in campo da Zoo è sicuramente quello legato alla presunta ‘rivolta’ degli animali. Uno dei motivi conduttori che ritorna sovente nel pensiero dei personaggi è legato appunto a una sorta di hybris, di tracotanza degli esseri umani nei confronti del mondo animale, sfruttato, schiavizzato, rinchiuso e utilizzato per esperimenti genetici di ogni tipo. Non a caso, a partire dalla seconda serie, emergerà il concetto di “ibridi”, cioè nuove specie di animali resi più feroci grazie appunto all’ibridazione con altre specie. Ci troveremmo quindi di fronte a una sorta di rivalsa degli animali nei confronti degli uomini: non sono solo gli animali selvaggi a diventare più aggressivi ma anche quelli più familiari e domestici, a cominciare dai cani e dai gatti. Il tema della tracotanza dell’uomo nei confronti del mondo animale risulta di gran lunga più interessante alla luce dell’emergenza Covid. Molto probabilmente, a causare lo scatenamento della pandemia, insieme a svariati altri fattori, è stato il commercio indiscriminato di carne di animali, nonché l’altrettanto indiscriminato smaltimento di molte carcasse di animali invenduti, soprattutto negli allevamenti intensivi. Quindi, sicuramente, a monte della pandemia c’è un cattivo rapporto degli esseri umani con il mondo animale, fino al famigerato pipistrello di Wuhan. Durante il lockdown abbiamo poi assistito al ritorno della fauna animale in spazi ormai antropizzati: delfini che invadevano i porti, cervi, daini e cinghiali che arrivavano a percorrere le vie deserte di molti paesi e cittadine. Quando l’uomo arretra, si allontana, sparisce, allora gli animali si rendono più presenti e visibili. Il rapporto uomo-animale, basato su presupposti sbagliati, è quindi uno dei temi principali della serie.

Un altro tema sicuramente non trascurabile è quello dello strapotere delle lobby, emerso già a partire dai primi anni Ottanta in molto cinema di fantascienza. Ad esempio, in Blade Runner (Id., 1982) di Ridley Scott, il potere globale è in mano alle corporation che commercializzano ogni parte del corpo umano per i “replicanti”, mentre in Alien (1979), dello stesso Scott, la Compagnia preferirebbe la sopravvivenza del mostro alieno piuttosto che quella dell’equipaggio della nave Nostromo. Si tratta di un mondo in cui le conquiste tecnologiche – come afferma Nicholas Mirzoeff citato da Gioacchino Toni in un interessante saggio sul tema uscito su “Carmilla” (qui) – “hanno permesso di emergere a una cultura aziendale globale, motivata esclusivamente dal profitto”[2]. Il mondo tratteggiato in Zoo appare succube di una multinazionale della chimica farmaceutica, la Reiden Global che, secondo la giornalista Jamie Campbell, avrebbe provocato la pandemia animale per mezzo di una fantomatica “cellula madre”. Non si tratta di un’idea complottista, venuta in mente al personaggio, ma di una situazione ben delineata all’interno della narrazione: la Reiden Global è in qualche modo responsabile del mutamento degli animali e si presenta addirittura più potente dell’FBI e dei servizi segreti nel muovere le sue pedine intorno al mondo.

E il complottismo allora? Quello emerge a partire dalla fine della seconda serie e per tutta la terza, con l’inserimento nel racconto del misterioso gruppo dei “Pastori”, una sorta di società segreta formata da scienziati che ha la sua base sull’isola di Pangea (un’isola semisconosciuta e popolata da una fauna inconsueta, simile a quella dove viene ritrovato King Kong) e che trama per la riconquista della Terra da parte degli animali. Allora si scopre che, molto probabilmente, sotto la pandemia animale, insieme alla Reiden Global, c’è proprio la società segreta dei “Pastori” che sta creando geneticamente nuovi “ibridi” per invadere il mondo. La multinazionale chimica Reiden Global, nella terza stagione, diviene poi la principale artefice di una vera e propria narrazione tossica: l’idea che l’unico modo per scongiurare la catastrofe sia l’eliminazione degli animali infetti, causando di conseguenza un vero e proprio sterminio di tutte le specie animali. L’idea, gonfiata sui media e dagli organi di potere, viene fatta passare come l’unica che possa salvare l’umanità e, per questo, accettata da tutti gli abitanti del pianeta. Tra i pochi che si battono contro questo piano messo in atto dalla multinazionale (che, tra l’altro, senza rivelare troppo sulla trama, causerebbe danni irreparabili anche agli esseri umani) c’è appunto la “squadra” dei protagonisti, all’interno della quale sono nel frattempo subentrati nuovi personaggi.

Infine, last but not least, c’è l’idea della pandemia. Qualcosa di completamente diverso, è chiaro, da quella che ci ha colpiti. Comunque, in tempi non sospetti (o sospetti comunque, perché le epidemie non sono certo una novità), è interessante che gli sceneggiatori abbiano messo in campo la trovata di una pandemia (limitata agli animali, ma non solo: se guarderete la serie vi aspettano inedite sorprese) che sconvolge il precario equilibrio globale. E in questo precario equilibrio, il sistema capitalistico, con lo strapotere delle sue lobby, cavalca e manovra in qualche modo la situazione pandemica.

Se, come accennato, nella serie è presente la dinamica classica che vede da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, tale meccanismo non si presenta comunque eccessivamente rigido. Alcuni ‘buoni’ possono, in determinate occasioni, diventare ‘cattivi’ e, al contrario, alcuni ‘cattivi’ non apparire, alla fine, così negativi come potevano sembrare all’inizio. Insomma, nonostante molte ingenuità e stereotipi, Zoo si presenta per certi aspetti sicuramente interessante e godibile, capace di tenere in diversi momenti lo spettatore con il fiato sospeso. Vale la pena provare.

Guy van Stratten

 

[1] V. Šklovskij, Teoria della prosa, trad. it. Einaudi, Torino, 1976, p. 95.

[2] N. Mirzoeff, Introduzione alla cultura visuale (a cura di Anna Camaiti Hostert, prefazione di Giancarlo Grossi), Meltemi, Milano, 2021, p. 306.

Print Friendly, PDF & Email

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.