Il Neocalcio. Filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network
Nel catalogo contemporaneo della saggistica sportiva italiana, Il Neocalcio (Rogas Edizioni, collana «Mané», 2026) di Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò rompe un’abitudine consolidata: quella di oscillare tra operazione nostalgia e celebrazione manageriale senza mai nominare le criticità e gli interessi che sono alla base della trasformazione del gioco. Gli autori—Bartolozzi, noto per le inchieste su Calciopoli, e Currò, storico giornalista—non si limitano a evidenziare il degrado globale del football ; costruiscono un’anatomia materiale del Neocalcio inteso come dispositivo dove la finanziarizzazione non è parassita esteriore, ma la grammatica costitutiva del gioco contemporaneo.
La prefazione di Walter Casagrande, figura emblematica della democrazia corinthiana, fissa il nodo cruciale: il legame radicalmente sociale, liminale, con la maglia è stato sistematicamente sostituito dall’amore per il conto bancario. Ma il libro—e qui sta la sua forza analitica—non cede alla tentazione del rimpianto per un “calcio romantico”. Invece, affronta una domanda più rigida: come il capitale ha trasformato il calcio da infrastruttura di significato condiviso a dispositivo di estrazione, praticamente pura, di valore.
Bartolozzi costruisce la prima parte muovendo da una riscrittura di Nietzsche: la “morte del calcio” non come decadenza morale, ma come sterilizzazione di un caldo, planetario, rito collettivo che nel Novecento aveva funzionato come fatto sociale totale. Il calcio domenicale, inoltre, produceva una temporalità alternativa al ciclo lavorista del tempo industriale—non tanto un’evasione, ma un elemento di esuberanza della collettività che consentiva al proletariato di rovesciare le tensioni materiali e di classe attraverso la catarsi dionisiaca della partita. Lo stadio operava come spazio dove la coralità della partecipazione al comportamento della squadra permetteva allo spettatore di abitare un conflitto sul campo in modo liminale: uno spazio creativo, dionisiaco senza barriere emotive o di senso.
Quel dispositivo è stato metodicamente smantellato. Il Neocalcio decompone l’opera totale del match in frammenti atomizzati: l’evento-partita si polverizza in clip desemantizzate, consumate su schermi individuali, a continuo rischio di circolarità tossica. Qui gli autori evocano Benjamin e la decadenza dell’aura con la riproducibilità tecnica, ma vanno oltre: nel Neocalcio la piattaforma digitale non semplicemente documenta la partita—la pre-dirige. Il VAR, la goal-line technology, i replay non registrano l’evento; lo prescrivono. Il gesto tecnico—dalla rovesciata di Ronaldo all’esultanza seriale—viene estratto dalla sequenza narrativa e ricircolato immediatamente come meme autonomo, di qui la sua peculiare violenza: il frammento non commemora l’evento totale, lo sostituisce e lo cancella. La spettacolarizzazione non coesiste con il racconto corale del calcio, lo elimina.
Currò radicalizza questa mutazione nei dispositivi economici concreti. L’indagine sugli stadi è spietata: le arene popolari—radicate nella topografia urbana, nel tessuto della memoria proletaria—si trasformano in luoghi del consumo permanente. Da San Siro al Maracanã fino alle cattedrali nel deserto qatarino e saudita, ai mondiali scanditi dall’ hydration break l’impianto viene sradicato dal contesto urbano per diventare centro commerciale perpetuo, dominato da skybox che materializzano la segregazione verticale: al proletariato resta la vista dall’esterno, al capitale finanziario la visualità dominante.
Ma è sul terreno della finanza che l’analisi tocca vertici da evidenziare. Il crollo del mecenatismo novecentesco non ha aperto la via a una semplice gestione aziendale, un processo di razionalizzazione delle spese ; ha spalancato le porte all’invasione predatoria del private equity e dei fondi sovrani (Oaktree, RedBird, Elliott, Brookfield, PIF saudita). Il club smette di essere un’istituzione sociale per diventare un asset cartolarizzato, intrappolato in catene offshore, vendor loans a tassi insostenibili, scatole cinesi opache. La vittoria sul campo si subordina al parametro reale: il ROIC del club, il valore di bilancio, l’estrazione di rendita immobiliare attraverso i progetti dei nuovi stadi—indifferente all’esito sportivo (si veda squadre come il Leicester che hanno generato profitti nonostante insuccessi e fallimenti strutturali). Le multiproprietà transnazionali (City Group, Red Bull, Ineos) trasformano i campionati in mercati captive, dove i club minori fungono da satellite estrattivo, e il sistema calcistico nazionale diviene mera appendice di logiche transnazionali.
Un altro pilastro del libro riguarda ciò che gli autori chiamano il “Settimo Potere”: l’avvento dei social network e la mutazione dell’atleta in imprenditore mediatico di sé medesimo. Sotto la promessa della disintermediazione—il campione che parla direttamente al tifoso—si forma un dispositivo di controllo più stringente: la relazione altro non è che interazione simulata, pilotata da apparati di pubbliche relazioni che prescrivono ogni gesto, ogni dichiarazione, ogni emozione, monetizzandola grazie agli algoritmi. Il giornalismo sportivo, dal canto suo, non abdica passivamente all’inchiesta per ridursi a cassa di risonanza aziendale: gestisce piuttosto una contraddizione irrisolvibile, dove la sua legittimazione informativa dipende esattamente dall’accesso ai club e dalle strutture che dovrebbe controllare criticamente.
Su questo terreno si innesta la razionalizzazione biotattica. Tramite la sabermetrica e gli analytics inaugurati dai Moneyball adattati al calcio , il corpo del calciatore viene tradotto in matrici biometriche e indici predittivi. Scompare quell’eccedenza non-manageriale del talento naturale, quella anarchia che i campetti di periferia producevano; il calciatore si trasforma in funzionario docile dei fondi di rischio, conformato per abbattere l’imprevisto e proteggere il capitale investito—un nuovo “Beamter adorniano” che Trawny evoca, figura del burocrate razionalizzato incapace di vitalità autentica. Questo dispositivo si completa nell’industria del betting, nuovo pilastro finanziario del Neocalcio. Nelle scommesse non si punta più sull’esito complessivo della partita, bensì sulla dissezione molecolare dell’evento: corner, cartellini, passaggi singoli, tiri in porta. Il dato numerico estrae valore dall’evento spolpato, separando il gioco dalla sua matrice vitale e trasformandolo in pura variabile quantificabile ingoiata dalle dinamiche del capitalismo ad alto rischio.
Un merito importante de Il Neocalcio consiste nell’aver saldato una strumentazione concettuale di alto livello (Benjamin, Foucault, Simondon, Warburg) con un’aderenza spietata ai fatti materiali: bilanci societari, rogatorie giudiziarie, concessioni urbanistiche, relazioni di vigilanza finanziaria. Il volume dimostra persuasivamente che il calcio non è un terreno separata dal capitalismo contemporaneo, ma un suo modello anticipatore—il laboratorio dove il capitale testa forme innovative di governo tecno-finanziario.
Eppure è qui che la precisione della diagnosi impone un’ammissione scomoda: il Neocalcio non può essere “restituito” a nulla. La nostalgia per il rituale perduto del Novecento non è critica, ma fantasma di una modernità che il capitale ha già incorporato. Persino le pratiche di resistenza—l’autogestione ultras, gli spazi alternativi, la ricerca di “autenticità”—rischiano di essere assorbite nel ciclo di accumulazione, dove la commodificazione della resistenza e l’estetizzazione del conflitto si adattano persino alle forme di governance contemporanea.
La questione che il libro lascia irrisolta—e forse deve lasciare irrisolta—è se un’analisi così spietata possa mai trasfigurarsi in prassi trasformativa, o se sia destinata a rimanere sul terreno della critica.. Il Neocalcio fornisce strumenti per comprendere la gabbia; non offre la chiave per uscirne. Forse nemmeno dovrebbe provarci perché è il fare rizoma con altri testi, altre pratiche, altre tecnologie che rappresenta la strada da percorrere.
per Codice Rosso, nlp

