Pasolini, il Sessantotto, gli studenti e la polizia

La mattina del 2 novembre 1975 veniva ritrovato il cadavere di Pier Paolo Pasolini all’Idroscalo di Ostia. Un delitto che, per lunghi anni, nell’immaginario collettivo è stato rivestito da una visione sessuocentrica: un delitto a sfondo sessuale, maturato negli ambienti omosessuali. L’ordine del discorso dominante si è incentrato su questa semplicistica e infamante narrazione: se Pasolini, spesso e volentieri, nelle sue serate e nottate, frequentava ‘ragazzi di vita’ e marchettari ai quali chiedeva sesso a pagamento, allora, in fin dei conti, ci dovevamo aspettare la fine che ha fatto. Questa narrazione che si era saldamente radicata soprattutto grazie a giornali e televisioni, è stata smentita nel 2005 dalle dichiarazioni del presunto assassino di Pasolini, Pino Pelosi: quella notte all’Idroscalo Pasolini e Pelosi non erano soli. Anzi, molto probabilmente Pelosi è stato solamente il tramite che avrebbe permesso al poeta di incontrare coloro che avevano rubato le bobine del film Salò, e che egli avrebbe riottenuto in cambio di un riscatto. Pelosi – stando alle sue dichiarazioni – sarebbe stato allontanato e minacciato mentre un gruppo di picchiatori appartenenti all’universo dell’estrema destra avrebbe ripetutamente colpito Pasolini fino ad ucciderlo. Un agguato in piena regola. È stato definitivamente messo a tacere uno scrittore e intellettuale antifascista che, in quel periodo, stava lavorando a Petrolio, un romanzo uscito postumo nel 1992, incentrato sugli oscuri intrecci fra politica e servizi deviati, su omicidi e stragi di stato. Un romanzo politico, insomma. Ebbene, anche Petrolio, quando è uscito, nel 1992, ha subito, da parte di noti critici e letterati, una lettura sessuocentrica: è stato analizzato come il frutto di una mente perversa, esclusivamente riconducibile a un sadomasochismo di impronta sadiana e non, invece, come quello che veramente è, un romanzo politico, frutto della mente lucida di un intellettuale che cercava di portare un po’ di luce nelle tenebre di un periodo sociale profondamente oscuro.

Questa introduzione ci permette di focalizzarci meglio sull’argomento che andremo a trattare per ricordare Pasolini oggi, e cioè la sua posizione riguardo al Movimento studentesco del Sessantotto. Come abbiamo visto, tutto ciò che riguarda le idee o la figura di Pasolini viene distorto da una forma di narrazione creata sia dai media che dall’immaginario collettivo (che da quegli stessi media viene plasmato). Cerchiamo di affrontare questo argomento con lucidità e senza giudizi preconfezionati. La posizione pasoliniana è legata alla poesia Il PCI ai giovani!! uscita sul n. 10 di “Nuovi Argomenti” (aprile-giugno 1968), che commenta gli scontri di Valle Giulia, alla facoltà di Architettura, a Roma, avvenuti il primo marzo 1968. Di questa poesia sono stati letti sempre e soltanto questi famigerati versi: “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte / coi poliziotti / io simpatizzavo coi poliziotti”. Tra l’altro, un brano della poesia contenente tali versi, era stato pubblicato da “l’Espresso” il 16 giugno 1968 col titolo, “Vi odio, cari studenti”. Pasolini si arrabbiò molto per questa pubblicazione decontestualizzata, ma ormai il danno era stato fatto. È stato dato l’avvio a un utilizzo improprio di questi versi, manipolati dalla destra e da personaggi delle istituzioni e della stampa, ripetuti come un mantra fino a oggi. Come ha scritto Wu Ming 1 in un eccellente articolo (Pasolini contro la polizia, la polizia contro Pasolini), “con quel mantra si è giustificato ogni ricorso alla violenza da parte delle forze dell’ordine. Bastonate, candelotti sparati in faccia, gas tossici, l’uccisione di Carlo Giuliani, l’irruzione alla scuola Diaz di Genova, la solidarietà di corpo agli assassini di Federico Aldrovandi eccetera”. Nel corso della poesia Pasolini specifica: “Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia” per poi giungere alla conclusione che, probabilmente, la scelta migliore è quella di scendere in piazza insieme agli studenti: “Oh Dio! che debba prendere in considerazione / l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile / accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?”. Commentando i brani della poesia pubblicati da “l’Espresso”, Pasolini così scrisse: “questi brutti versi, e cioè non chiari, io li ho scritti su più registri contemporaneamente: e quindi sono tutti “sdoppiati” cioè ironici e autoironici. Tutto è detto tra virgolette. Il pezzo sui poliziotti è un pezzo di ars retorica, che un notaio bolognese impazzito potrebbe definire, nella fattispecie, una captatio malevolentiae: le virgolette sono perciò quelle della provocazione”.

Certo, si tratta di una provocazione. Pasolini, da intellettuale raffinato, amava molto l’uso della provocazione che, nei travestimenti letterari, si traduce spesso nelle figure dell’ossimoro (il definire per opposizione) e dell’antitesi (l’accostamento di termini dai significati opposti). Anche le sue famigerate dichiarazioni contro l’aborto e contro i cosiddetti “capelloni” avevano un intento provocatorio: da una parte, criticare l’asservimento della nascita e della morte all’universo dei consumi, criticandone la falsa libertà, dall’altra, attaccare il conformismo dettato, ancora una volta, dalla falsa libertà della società dei consumi. Se ci pensiamo bene, non siamo poi troppo lontani dalle idee della Scuola di Francoforte, di Adorno e di Horkheimer, ma soprattutto di Herbert Marcuse (ricordiamo soprattutto Eros e civiltà e L’uomo a una dimensione) che Pasolini conosceva bene. L’errore di Pasolini, semmai, è stato quello di non essersi reso conto fino in fondo di avere davanti un pubblico e dei media di massa che avrebbero frainteso le sue parole, non essendo in grado di carpirne interamente le sottigliezze retoriche.

E poi, c’è da dire che la polemica provocatoria non era rivolta tanto agli studenti del Sessantotto, quanto ai loro ‘padri’. Questi ultimi, infatti, si sono lasciati cogliere impreparati dall’ideologia del consumo quando, nella prima metà degli anni Cinquanta, l’Italia veniva ricostruita grazie all’aiuto del Piano Marshall, il quale ha incentivato l’esplosione del boom economico. I ‘padri’ degli studenti sessantottini hanno permesso che l’ideologia del consumo prendesse piede e chi un po’ conosce Pasolini sa bene che, nella sua ottica, il consumismo è addirittura peggiore del fascismo. Se quest’ultimo, nonostante la sua ferocia, non era riuscito minimamente a scalfire l’interiorità degli italiani, il consumismo ne ha addirittura provocato un mutamento antropologico in negativo. E comunque, chi continua a credere che Pasolini fosse apertamente schierato contro il Sessantotto, dovrebbe leggere questo passo di una sua “Lettera al Presidente del Consiglio” uscita su “Tempo” il 21 settembre 1968: “Ha mai vissuto, il popolo italiano, non dico un momento di democrazia reale, ma il desiderio di una democrazia reale? Ebbene… sì. Nel ’44-’45 e nel ’68, sia pure parzialmente, il popolo italiano ha saputo cosa vuol dire – magari solo a livello pragmatico – cosa siano autogestione e decentramento e ha vissuto, con violenza, una pretesa, sia pure indefinita, di democrazia reale. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratiche-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”.

Inutile ricordare che, nel Sessantotto, Pasolini ha anche partecipato in prima persona alla lotta e alla contestazione. Alla mostra del cinema, il regista presenta Teorema e si schiera dalla parte dei contestatori dell’ANAC (Associazione nazionale autori cinematografici) nei confronti della direzione della mostra contro i vieti meccanismi di competizione, i criteri di selezione e giudizio dei film previsti dallo statuto della Biennale (stilato in epoca fascista), la riduzione del Festival a un costosissimo appuntamento mondano a detrimento del livello culturale della manifestazione. La Sala Volpi è utilizzata come luogo assembleare dagli occupanti e la polizia ordina lo sgombero portando fuori di peso dalla sala i cineasti rimasti in assemblea: fra di essi vi sono Francesco Maselli, Cesare Zavattini e Pasolini. Portati fuori dalla sala, rischiano il linciaggio da parte dei facinorosi di destra. Nonostante l’opposizione di Pasolini, Teorema partecipa comunque al concorso e vince il premio OCIC (Organisation Catholique Internationale du Cinéma) ma il regista, per protesta, lo restituisce. Uscito nelle sale, Teorema viene sequestrato e processato per oscenità. Gli strascichi giudiziari dureranno fino al 1970.

Pasolini aveva fatto suo un motto che aveva ripreso dalla “New Left” americana: “gettare il proprio corpo nella lotta”. Quel corpo ostinatamente gettato nella lotta, sempre e comunque, all’alba del 2 novembre 1975 giaceva straziato sul litorale di Ostia. E, come sempre nota Wu Ming 1, di fronte a quel corpo è ben evidente l’irrisione di un poliziotto (“Pasolini continuava a essere contro la polizia e la polizia continuava a essere contro Pasolini”). Per descrivere la scena si possono prendere in prestito le parole del critico cinematografico Roberto Chiesi, uno dei massimi esperti di Pasolini: “Se guardate tra le terribili foto del ritrovamento del cadavere di Pasolini, ce n’è una, forse la più terribile, che mostra il corpo rovesciato e martoriato, con intorno alcuni inquirenti e poliziotti seduti sulle ginocchia. In particolare c’è un poliziotto, seduto accanto al cadavere di Pasolini, che sorride. La foto lo mostra in maniera inequivocabile: è un sorriso di scherno, di disprezzo. Questa immagine può essere presa a campione di tutta un’Italia deteriore, da rifiutare, condensata in quell’immagine in bianco e nero, apparsa sulle prime pagine di tanti giornali dell’epoca”.

Accanto al poeta, allo scrittore, all’intellettuale ucciso, il volto peggiore dell’Italia si atteggiava ad un sorriso di scherno. Un intellettuale che aveva fatta sua l’arma della lucidità e della razionalità contro l’irrazionalità e l’ambiguità che caratterizzavano il periodo oscuro delle stragi di stato. Nell’articolo degli Scritti corsari dal titolo Il romanzo delle stragi, aveva scritto, con il piglio di un antico parresiastes (cioè di colui che, secondo Michel Foucault, praticava la parresìa, il dire la verità a rischio della propria vita), di sapere i nomi degli esponenti del potere politico ed economico responsabili dei tentativi di golpe e delle stragi di stato: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Una razionalità e una lucidità di pensiero che non possiamo che fare nostre, oggi, per affrontare “l’arbitrarietà” e la “follia” che dominano questi tempi bui che malauguratamente ci troviamo ad affrontare.

Guy van Stratten

In copertina: Pasolini in una rielaborazione grafica di K 8 (Stefano Ottaviani)

 

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