Novelle

Un lupo mannaro pisano a Londra

Era una sera buia e tempestosa e me ne stavo, insieme al mio amico Bryant, ispettore di Scotland Yard, a fumare una deliziosa pipa di schiuma nel suo magnifico appartamento di Lamb Conduit, a Londra. Eravamo entrambi immersi nel silenzio, seduti su due comode poltrone, e ci stavamo godendo una meditazione quasi perfetta, aiutata dalle dolci volute di fumo che si levavano dalle nostre pipe. Solo una piccola lampada era accesa nel salotto e la pioggia che batteva sui vetri in modo impetuoso ci faceva sentire appagati di stare in un luogo caldo e confortevole. A un certo punto, la porta si aprì improvvisamente e comparve il commissario Sherlock, il superiore del mio amico Bryant, con un’aria visibilmente preoccupata. Il commissario era intabarrato in un impermeabile grigio completamente bagnato. Bryant si alzò e lo invitò ad accomodarsi su un’altra poltrona presente nel salotto. Il commissario però non riusciva a rilassarsi e disse che aveva urgentemente bisogno dell’acume da segugio del mio amico per poter risolvere un caso assai strano.

Cominciò a raccontarci i fatti: “Recentemente si sono verificate numerose aggressioni notturne nel centro della città, soprattutto nei pressi del famoso Big Ben. I testimoni parlano di una bestia o, comunque di un essere bestiale, ricoperto di fitta peluria, che avrebbe aggredito i passanti notturni senza alcun motivo apparente. Tutte le aggressioni sono avvenute in notti di luna piena”. “Se permettete” – dissi “se posso intromettermi e dire la mia riguardo a un caso di cui voi sarete sicuramente più competenti di me, dal momento che sono un appassionato di cinema, la presenza dell’essere bestiale e delle notti di luna piena mi fa pensare a un classico horror movie come L’uomo lupo, del 1941, con Lon Chaney Jr e Bela Lugosi, oppure ad un altro grande film, Un lupo mannaro americano a Londra, di John Landis”. “Cosa vorrebbe insinuare” – disse il commissario – “che il colpevole che cerchiamo è un lupo mannaro?” “Potrebbe essere” – risposi. “Non diciamo sciocchezze, signori. Piuttosto, ispettore Bryant, domani mattina venga presto in ufficio, dobbiamo fare il punto della situazione!”. Dopo che Sherlock se ne fu andato, il mio amico disse che probabilmente non avevo tutti i torti e che purtroppo uomini come il commissario si erano totalmente consacrati a una rigida razionalità che non gli lasciava vedere al di là del proprio naso. La pioggia si era un po’ calmata e decisi anche io di raggiungere la mia umile dimora che non era distante dalla casa di Bryant. Per fortuna aveva smesso di piovere e, soprattutto, non era una notte di luna piena.

Non avevo più avuto notizie dall’ispettore e mi ero rituffato nel mio solito tran tran londinese quando, alcuni giorni dopo, suonò il mio telefono: era Bryant che mi chiedeva di accompagnarlo in una perlustrazione che avrebbe avuto luogo quella notte stessa, a caccia del famigerato essere, dal momento che era prevista luna piena. Accettai di buon grado e sul far della sera mi recai a casa sua, in Lamb Conduit. Lo trovai sotto casa che mi stava aspettando; il modo più veloce per girare per Londra era inforcare due biciclette elettriche e lasciarsi trasportare per strade e quartieri, e così facemmo. Da Lamb Conduit ci dirigemmo verso Piccadilly Circus: era una bella serata limpida e vi era molta gente in giro. Per fortuna, nel cuore della movida londinese non incontrammo il misterioso e pericoloso essere. Ci spostammo successivamente verso il Tamigi, nella zona dove erano stati più numerosi gli avvistamenti, cioè vicino alla torre dell’orologio del Palazzo di Westminster, noto altrimenti come Big Ben. La luna piena brillava nel cielo e illuminava in modo suggestivo l’imponente palazzo. All’improvviso vedemmo arrivare una specie di gigantesco cane che, a salti, si diresse verso il Big Ben. In modo molto strano, esso, con la sua la sua enorme mole si appoggiava al torrione, cercando quasi di abbatterlo: saltava continuamente andando a sbattere contro il muro del palazzo. Non appena ci vide, invece di aggredirci, scappò via spaventato. Era impossibile stargli dietro con le biciclette elettriche. Ci dirigemmo verso il Tower Bridge e incontrammo un testimone oculare che dichiarava di averlo visto passare rapidamente, diretto verso la Torre di Londra. Poi, se ne persero le tracce.

Passarono diverse settimane e l’ispettore Bryant non era riuscito a venire a capo della faccenda. Nonostante la luna piena, brancolava nel buio. Io ero sempre più convinto che si trattasse di una specie di licantropo, un lupo mannaro. Una sera, però, trovammo degli indizi decisivi. Bryant mi aveva invitato a cena al celebre pub “The Lamb”, che si trovava praticamente sotto casa sua. Di fronte a due belle pinte di birra riuscimmo finalmente a rilassarci, quando l’oste si rivolse all’ispettore dicendo che, nelle notti di luna piena, quando era a fumare una sigaretta davanti al pub nei momenti di pausa, vedeva sempre passare una strana figura, una specie di animale che si dirigeva verso un palazzo di Lamb Conduit. Ci mancava nientemeno che il lupo mannaro fosse un vicino di casa di Bryant! “Non ero ubriaco quando l’ho visto, giuro” – disse l’oste – “reggo bene la birra ma quando lavoro non bevo quasi mai”. Ci facemmo indicare il palazzo: per fortuna era dotato di portiere, il quale dormiva in un piccolo appartamento al piano terra. Ci disse di non aver mai visto strani esseri che rincasavano (probabilmente dormiva) ma che spesso, nelle notti di luna piena, vedeva sempre uscire di casa un integerrimo inquilino del primo piano, il signor Maiali, noto altrimenti come Mr. Pigs, un italiano che lavorava presso la National Gallery. Il giorno dopo, di buon mattino, l’ispettore andò a fare una visitina a questo integerrimo italiano.

“Caro Guy” – mi disse alcuni giorni dopo Bryant nel suo lungo racconto – “Ho conosciuto finalmente l’italiano e ti posso assicurare che avevi ragione tu. Il caso è stato risolto. Chiederò di farti assumere a Scotland Yard” – aggiunse sorridendo. “Ebbene, il signor Maiali, grande conoscitore d’arte, era strettamente legato soprattutto alla sua città di provenienza, Pisa, in Toscana. Talmente legato che voleva ricreare qualcosa di Pisa anche a Londra: ecco perché colpiva ripetutamente il Big Ben, per renderlo simile alla famosa torre pendente della sua città causandogli una pendenza! Mi sono documentato: non sapevo che il Big Ben pendesse già leggermente, un fenomeno visibile anche a occhio nudo. Il signor Maiali voleva aumentare la sua pendenza per avere anche nella sua città d’adozione, Londra, qualcosa che assomigliasse alla sua amata Pisa. Ah, però non ti ho ancora detto la cosa principale: il signor Maiali e il lupo mannaro sono la stessa ehm… persona! Il povero Maiali era stato colpito dall’incantesimo di un crudele mago che lavorava come cuoco in un ristorante italiano di Lamb Conduit (proprio vicino al pub), dove egli stesso spesso si recava. Il mago era pisano come Maiali e rimase profondamente offeso dal fatto che il suo concittadino, una sera, avesse scelto come pietanza le triglie alla livornese, data la tradizionale rivalità tra Livorno e Pisa! Non poteva accettare che un pisano prendesse le triglie alla livornese e così riversò su di lui un incantesimo (che lo trasformava in lupo mannaro nelle notti di luna piena) imparato diversi anni prima da una fattucchiera dell’Europa dell’est, una girovaga che risiedeva a Coltano, vicino Pisa. Riuscimmo a rompere l’incantesimo facendo mangiare al povero Maiali una pizza alla pisana e un etto di “cecìna”, una variante pisana della famosa “torta” livornese, parola che nella città labronica nessuno osava pronunciare (chiunque l’abbia fatto non ha avuto poi la possibilità di raccontarlo). Una tale farcitura di pisanità ruppe l’incantesimo di cui il disgraziato era vittima. Se devo pur ringraziarti per lo spunto iniziale, è grazie alla mia bravura che abbiamo trovato l’antidoto per rompere l’incantesimo!”

E così il mistero del lupo mannaro pisano a Londra venne risolto. Ci recammo entrambi al “The Lamb” a festeggiare: ci aspettavano cinque pinte di birra scura e un bel piatto di triglie alla livornese ordinate al vicino ristorante. Dopo tanti anni di fish and chips per me furono un toccasana e, a dire la verità, erano più buone di qualsiasi pietanza londinese (e pisana) che avessi mai assaggiato.

gvs