Novelle

Alieni a Stonehenge

Da Londra, tutto a un tratto, mi sono ritrovato in un pullman zeppo di giapponesi diretto a Stonehenge. All’interno era tutto un intercalare continuo di parole incomprensibili, ripetute fino allo sfinimento, fra foto reiterate fatte fuori dal finestrino e all’interno, per mezzo di bracci meccanici per facilitare i cosiddetti “selfie”. Non ne potevo più, speriamo che alla fine la visione di Stonehenge mi ripaghi di questo viaggio stressante – pensavo. Il pullman si fermò in un parcheggio lontano e scoprii con orrore che dal luogo del ristorante e del negozio di souvenir era necessario prendere un altro pullman per recarsi al sito archeologico. Di nuovo un agghiacciante viaggio con turisti di tutto il globo. Mi sedetti vicino a un australiano che faceva il giro del mondo in solitaria in cinque giorni con un unico zaino. Finalmente giungemmo dinanzi alle pietre di Stonehenge. Rimasi un po’ deluso perché me le immaginavo più grandi: d’altra parte avevo visto recentemente un brutto film di fantascienza in cui un gruppo di turisti in visita al sito archeologico, tutto a un tratto, viene disintegrato da degli strani raggi emessi dalle pietre. Nel film, gli esseri umani vicino alle pietre sembravano delle formiche accanto a dei giganti. Poi si vedevano quegli incauti turisti che si muovevano in mezzo alle pietre e le toccavano, mentre nella realtà non ci si può nemmeno avvicinare perché sono recintate. Si possono soltanto vedere da lontano, me lo disse una guida turistica cinese di nome Cin Cian Lai, mentre mi avvicinavo: “gualdale da lontano, pelicolo di lovinale pietle”, ah ho capito, me ne sto alla larga. Mi avvicinai a un gruppo di frikkettoni con una specie di antenna radar che voleva captare messaggi dallo spazio profondo e scattai alcune foto. Feci il giro del sito e me ne tornai verso il ristorante: volevo assaggiare un panino farcito, tipico della vicina Cornovaglia (che si chiamava “corn” e qualcosa…).

Non avevo assolutamente voglia di farmela in pullman e, insieme ad altri arditi turisti, mi incamminai a piedi sulla via del ritorno. Dovevo andare in bagno (avevo bevuto un caffè lunghissimo a Londra e non potevo più) e mi allontanai un po’ dalla strada battuta per farla dietro una frasca. Mi sentii alquanto rinato dopo aver orinato e, fatto qualche passo per tornare sulla via, vidi un buffo ometto vestito di verde. Lì per lì pensai a qualche cosplay o ad un americano in vena di divertirsi ma ben presto venni circondato da un nutrito gruppo di omini verdi. Mi dissero di seguirli verso una grande balla di fieno che si ergeva solitaria nella campagna. Sotto il fieno vi era in realtà una avveniristica astronave e mi fecero accomodare al suo interno. Mi dissero che venivano dal pianeta Strinzo e che erano stati i loro progenitori, molti anni fa, a costruire l’insediamento di Stonehenge. Si dimostrarono contenti che le rovine delle loro case e dei loro templi fossero così ben custodite dai terrestri; assai meno contenti però del fatto che sulla Terra gli esseri umani non facevano altro che farsi la guerra tra di loro e opprimere i più deboli. Eh – dissi – se gli esseri umani derivano dai vostri progenitori del Pianeta Strinzo è però vero che fra di essi ci sono tanti stronzi!

Rimasero di stucco di fronte a questa parola, assai simile al nome del loro pianeta. Spiegai loro che di stronzi ce ne erano tanti, soprattutto i guerrafondai e coloro che opprimevano e falcidiavano intere popolazioni inermi, donne e bambini, come avveniva oggi nella striscia di Gaza. Dissero che sul loro pianeta non c’erano guerre perché non esisteva il denaro e neppure le ricchezze. Gli interessi privati erano banditi ed esisteva un unico bene condiviso per tutta la comunità. Io, che un po’ avevo letto i libri di Peter Kolosimo, non rimasi tanto stupito di fronte ai loro discorsi perché un po’ me l’aspettavo che un giorno o l’altro sarebbero venuti a palesarsi e a riprendersi i loro manufatti. Infatti, l’ometto verde che sembrava il capo mi disse: “Non è possibile lasciare una costruzione bella come Stonehenge alla follia degli umani, alla loro ansia di distruzione”. Mi fecero quindi uscire dall’astronave e mi abbandonarono in mezzo a un campo di grano. L’astronave uscì dalla balla di fieno e si sollevò lasciando una traccia circolare in mezzo ai campi (i famosi cerchi nel grano!).

Dopo aver svolazzato un po’ sopra la campagna inglese, l’astronave si diresse sopra le rovine e le agganciò con dei cavi metallici di origine sconosciuta. I turisti rimasero con tanto d’occhi nel vedere le rovine di Stonehenge che stavano volando via: i giapponesi non facevano altro che fare foto, i frikkettoni si misero tutti intorno al loro palo cadendo in deliquio e i guardiani spaventati scapparono via. La fame però non mi era passata (su quella benedetta astronave avrebbero almeno potuto offrirmi un aperitivo!) e mi diressi quasi correndo verso il ristorante. Nel frattempo vidi sfrecciare via l’astronave inseguita dai caccia della RAF. Cavoli loro.

Ripresi il primo pullman per Londra. Ne avevo abbastanza di turisti e di affollamenti. Non vedevo l’ora di tornare nella routine cittadina, tanto più che qualche ora prima il mio amico Bryant, ispettore di Scotland Yard, conoscendo il mio fiuto da segugio, mi aveva chiamato per aiutarlo a risolvere un nuovo misterioso caso che riguardava il ritorno nientepopodimenoche di Jack lo Squartatore.

gvs