Alcune note sulla vicenda dello sgombero del Leoncavallo
Solo alcune note a caldo sulla vicenda dello sgombero del Leoncavallo, sollecitato dagli amici di Codice Rosso, come ex abitante di Milano e vecchio militante degli Spazi sociali sin dagli anni ‘80.
Partirei da un dato apparentemente marginale, il fatto che le azioni della Finanziaria che possiede l’immobiliare l’Orologio dei Cabassi, che detiene l’ex Cartiera dov’era il Leoncavallo Spa, abbia fatto un balzo del 4% a Piazza Affari subito dopo lo sfratto: mi pare la migliore dimostrazione di come lo sgombero di questo spazio non sia che un episodio della lotta contro la socialità cittadina, condotta dall’Economia finanziaria che si sta mangiando Milano da diversi anni.
È una lotta che non fa prigionieri, perché vede non solo il profitto al centro di tutto, idea di tutta l’economia capitalista, ma come sua unica ragione di esistere quella di generare profitti mostruosi che non possono essere ottenuti se non devastando anche la società e l’economia reale, a costo di rendere invivibili luoghi fatti per la crescita sociale come la città. Questo progetto cementario/finanziario è stata perseguito in maniera paritaria, lo sappiamo dopo Palazzopoli, da tutte le giunte meneghine, da Albertini in poi a quella Moratti per la destra, da quella Pisapia alle due giunte Sala per la sinistra, che esprime i due responsabili del nefasto modello Expo: la sola differenza tra i due modelli è una “spruzzata di sociale”, per dirla con le parole di uno di questi banditi cementificatori; faccio notare, per dimostrare la verità di questo assunto, che la cosiddetta “sinistra” governa Milano dal 2011 e questo “problema” del Leo non lo ha mai voluto risolvere in maniera seria. Per quanto riguarda il livello nazionale è ovvio dover dire che questo sgombero – immotivato perché questa vicenda si stava avviando probabilmente a una conclusione di tipo pacifico come più o meno tutti sanno in città, c’era una data fissata per un altro viaggio del ufficiale giudiziario, ma c’era anche una trattativa per uno spazio comunale da prendere in gestione in San Dionigi – ovviamente però serviva alla destra fascista, che governa il paese e che ambisce anche a governare quella che è la sua capitale morale, lo sgombero forzoso come gesto simbolico, perché la politica è fatta anche di gesti simbolici: un po’ come uno scalpo da appendersi alla cintura.
In questo tipo di azione politica sono da notare le esternazioni del Pagliaccio Verde, quel personaggio che umilia la politica italiana dagli anni 90 e che all’epoca del precedente sgombero millantò di essere stato un frequentatore del Leoncavallo (cosa che, ci tengo a dire una volta per tutta, è assolutamente falsa, ma che qualcuno ogni tanto ritira fuori).
Un’altra questione che sarebbe lunghissima da trattare è quella della possibilità di fare cultura soprattutto nelle città, non solo a prezzi umani, ma anche in situazioni in cui ci sia un rapporto non solo di semplice fruitore, in una società in cui la cultura è solo merce, nel discorso generale del profitto smisurato di cui accennavo prima a proposito di Milano, una merce che non deve lasciare niente di estraneo a se stessa, perché deve massimizzare il suo ricavato.
Un aspetto di questa complessa questione è quello che riguarda gli spazi sociali, almeno quel che ne resta. Partiamo da due questioni che è bene chiarire: la prima è che il Leo è stato un luogo di produzione politica e culturale importantissimo, tutto quello che lì è stato fatto non sarebbe stato possibile farlo secondo le logiche di mercato, accessibile in tale modo, né questo spazio così grande sarebbe stato possibile gestirlo in un’altra maniera che rispondesse alle logiche di mercato e renderlo accessibile in tale modo. Deve essere chiaro altresì anche il fatto che il Leoncavallo del 2025 non era quello degli anni 70, e nemmeno quella degli anni ‘80 e ‘90, che negli ultimi decenni, quelli in cui ho vissuto tra l’altro a Milano, si può parlare per esso di una gestione da cooperativa sociale, con un discorso politico tutto sommato moderato (ci hanno fatto anche le primarie del Centro sinistra), difficilmente riconducibile alle originarie intenzioni, ma anche alla dimensione comunitaria degli anni 80-90 degli spazi, in una situazione comune a molti altri luoghi simili al Leoncavallo: quel modello lì, ovviamente, non esiste più da un pezzo, la riflessione sui motivi per cui si è estinto sono in corso da tempo e non sono facili da sintetizzare qui.
Quali sono gli scenari che apre un attacco così violento, così vigliacco, come al solito fatto di estate quando la città è vuota, un atto simbolico che a me ricorda il tipico gesto fascista, cioè farsi forti solo in situazioni di assoluta superiorità anche fisica, al di là del tutta la loro retorica “maschia” e della loro “virilità”?
Penso che sia difficile dirlo in questo momento, ma non mi aspetto niente di buono: che ruolo positivo può avere in questo brutto scenario la dimensione sociale delle città, sempre più blindate, coi loro spazi sempre più sottomessi al profitto, come si può vedere in qualunque città italiana compresa la nostra, in cui tutti gli spazi pubblici o quasi sono stati appaltati a privati e in cui buona parte della stessa sembra ridotta alla massima funzione di essere un enorme sala da pranzo o come scenario per baldorie sponsorizzate, con quello che resta identificato col “degrado”: mi sembra che anche tale dimensione stia diventando qualcosa in vendita come tutto il resto, per di più a caro prezzo, o sia ridotta a semplice scenografia, come nelle città d’arte più importanti.
Spero proprio che qualche tipo di reazione, specialmente da chi subisce più questa situazione di repressione, di privazione e di stimoli, cioè i giovani, smentisca il mio attuale pessimismo.
Per Codice Rosso Falco Ranuli

