Visioni

“Naza”: gli automi, l’umano e il disumano

Fra gli enormi palazzi di Tel Aviv, che si ergono come giganti ricoperti di luci sfavillanti nella notte, si discute di cosa è umano e cosa non lo è, di chi può vivere e di chi può morire; sono le interviste che vediamo in Naza (2026) di Yuval Abraham e Rachel Szor. Uno dei due registi (coautori anche di No Other Land del 2024) dialoga con tanti corpi oscuri nella notte cittadina, nascosti nell’anonimato, 24 tra soldati israeliani e membri dell’intelligence che, a distanza, utilizzano sistemi molto sofisticati di AI per identificare rapidamente i target per i bombardamenti a Gaza. I racconti sono agghiaccianti: in modo ‘tecnico’ e distaccato, i soldati e i funzionari affermano di inquadrare gli obiettivi da eliminare con sistemi a distanza, “come in un videogame”. Se si deve colpire un presunto terrorista di Hamas si distrugge tutta la casa o tutto il palazzo dove vive con la propria famiglia; sono questi i “danni collaterali” da cui deriva il titolo del film (“naza” significa infatti “danni collaterali”, civili che restano uccisi in azioni di guerra mirate), e i “danni collaterali” in questo caso sono lo sterminio di uomini, donne e bambini innocenti. Sono nazisti – ci si potrebbe chiedere, in un atroce gioco di parole – coloro che realizzano “naza”? Uno degli intervistati afferma di aver sempre considerato il nazismo, responsabile del genocidio di milioni di ebrei, come il male assoluto; poi si chiede: “e quello che faccio io? Che cos’è?” Già, che cos’è? Sono azioni da essere umano o da automa? E fin dove si può spingere il processo di disumanizzazione sia della vittima che del carnefice nell’utilizzo dell’AI per scopi bellici? È un essere umano chi, su uno schermo a distanza, compie delle azioni per sterminare dei bambini e, la sera stessa, esce con gli amici a bere come se niente fosse (lo affermano alcuni intervistati)? D’altra parte, George Steiner si chiedeva come un ufficiale delle SS potesse ascoltare Schubert o leggere Goethe la sera, piangendo per la bellezza della musica, e il mattino seguente mandare migliaia di persone nelle camere a gas a Birkenau.

Sono tanti automi, allora, coloro che rispondono alle interviste su quelle terrazze notturne, sui tetti di quei palazzi, automi prodotti dalla brutale, cinica e capitalistica società occidentale? Pensiamo alla scena di un film anch’essa ambientata sulla terrazza di un palazzo, con sullo sfondo lo skyline notturno di una città distopica e disumanizzata del futuro: Blade Runner (1982) di Ridley Scott. L’androide Roy Batty, un automa creato da una tecnologia capitalistica avanzatissima per svolgere lavori disumani nelle galassie, dopo una lotta serrata sul tetto di un palazzo, salva la vita al cacciatore di androidi Rick Deckard, che era lì per annientarlo. Roy appare come immensamente più umano di tutti quei funzionari nell’ombra che, pur possedendo un corpo di carne e d’ossa, sembrano essersi fusi con i meccanismi oggettivi dell’AI. Se gli anni Ottanta del Novecento immaginavano tecnologie abnormi e mostruose ma dalla profonda essenza umana, gli anni Venti del nuovo secolo forgiano macchine per uccidere senza alcuna parvenza di umanità. Quei funzionari sono il frutto di un lungo addestramento e di un lavaggio del cervello; gli è stato insegnato che gli uomini, le donne e i bambini di Gaza non sono esseri umani. Un vero e proprio processo di disumanizzazione del diverso formatosi in modo non troppo dissimile dalle dinamiche colonialiste del passato. Come ha osservato Edward Said nel suo fondamentale saggio Orientalismo. Un’immagine europea dell’Oriente, gli arabi, i palestinesi, gli esseri umani dalla pelle scura hanno rappresentato sempre un “problema” per l’Occidente; un “problema” che si è sempre cercato di eliminare con ogni mezzo. L’annientamento progettato di Gaza da parte di Israele, enclave occidentale in Oriente, rappresenta ancora oggi una delle risoluzioni di questo “problema”.

Lo strumento dell’AI appare a sua volta come quello più disumano e disumanizzato possibile. Come scrive Irene Doda nel suo interessante saggio dal titolo Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i TECNOFASCISTI stanno plasmando il nostro futuro, lo stato di Israele (una Startup Nation) utilizza sistemi molto sofisticati di intelligenza artificiale, come Lavender e The Gospel, per identificare rapidamente i target per i bombardamenti. Se la sperimentazione di queste tecnologie avviene sulla pelle dei palestinesi, sono sempre le popolazioni più fragili (migranti, cittadini e ancora di più le cittadine del Sud globale) a subire gli effetti più devastanti della stretta alleanza fra guerra e hi-tech. Lo stato israeliano appare strettamente legato a Microsoft, a Amazon e a Alphabet, la società madre di Google (cfr. qui). Il dual use, cioè il doppio utilizzo civile e militare, sembra investire pressoché tutti i colossi industriali della tecnologia. Strumenti diventati ormai indispensabili alla nostra vita quotidiana si configurano come conglomerati che traggono profitto dalla violenza genocidaria. Mentre si Utilizzano Amazon per gli acquisti, le funzioni di Google per la scuola e l’istruzione o altre piattaforme per la medicina e la salute è difficile pensare che il loro dual use può prevedere uccisioni indiscriminate in un contesto bellico. Nello stesso momento in cui si utilizza uno strumento di AI per il più banale uso quotidiano, quello stesso strumento, da un’altra parte, può annientare indiscriminatamente uomini donne e bambini.

Da un’altra parte, ma dove? Lo spazio virtuale e digitale appare come un tutto unico, indivisibile e indistinguibile. Bastano 60 chilometri di spiaggia – la distanza che separa Tel Aviv da Gaza – per creare spazi disumanizzati: da una parte i palestinesi, disumanizzati dallo sguardo “orientalistico” dell’Occidente, dall’altra una popolazione di stampo occidentale, trasformatasi in cinico automa come i suoi funzionari che giocano su atroci videogames. Quegli spazi oscuri e notturni sulle terrazze e sui tetti di Tel Aviv dove avvengono le interviste sono la tenebra oscura dell’Occidente, il cuore di tenebra della disumanizzazione delle coscienze. Quei palazzi che si stagliano tutt’intorno, i palazzi occidentalizzati di Tel Aviv, sono i lembi alienati della coscienza di un’intera civiltà, così sicuri, così tranquilli e placidi nonostante siano troppo vicini all’orrore che essi stessi provocano (“Voi che vivete sicuri / nelle vostre tiepide case…”, scriveva Primo Levi in versi pesanti come macigni). In essi, forse, oscuri e tenebrosi automi manovrano videogiochi infernali che creano baratri inumani. Il traffico di automobili sulle strade, le persone che passeggiano e corrono sul lungomare, gli schermi delle TV che si intravedono dalle finestre sono frammenti di disumanizzazione. Lo spazio notturno cittadino è distopico, apocalittico, infernale perché è troppo normale nonostante sia vicino all’apocalisse e all’inferno. Di contro, gli ultimi minuti del documentario mostrano altri palazzi disumanizzati, quelli distrutti di Gaza e non vediamo maxischermi nella notte, traffico di automobili, luci di locali o persone che fanno jogging ma vediamo uomini e donne che urlano perché hanno perduto i figli, massacrati sotto le macerie dei bombardamenti. Se Tel Aviv è immersa nella tenebra notturna, Gaza appare illuminata da una luce e da un sole atroci. Se la tenebra è il rifiuto di guardare e di comprendere la realtà da parte del cinico mondo capitalista e arrogante, la luce del sole è quella stessa dura realtà dove i cittadini e le cittadine del Sud globale vengono massacrati, una luce che rappresenta soltanto il macabro doppio della razionalità occidentale.

Anche l’Europa, come Tel Aviv, è troppo vicina al massacro di Gaza e gira la testa dall’altra parte, preda della distopia infernale portata da una nuova “internazionale fascista” (secondo una definizione dello storico franco libanese Gilbert Achcar) che si dispiega ovunque. E se l’anno scorso, come avevamo scritto, molti dei registi e attori intervenuti alla Mostra del cinema di Venezia, di fronte alle proteste a favore di Gaza, “come stronzi erano rimasti a guardare” (qui), anche oggi, nonostante i venticinque minuti di applausi, la Mostra del cinema, come una stronza, ha preferito rimanere a guardare; probabilmente, un Leone d’oro a Naza sarebbe stato un gesto troppo ‘politico’ e ‘impegnato’. Meglio chiudere gli occhi o girare lo sguardo dall’altra parte. Naza, invece, più che mai, adesso ci costringe a guardare.

gvs