Internazionale

L’accordo con Israele di Google e Amazon

Yuval Abraham, 01/11/2025

Nel 2021 Google e Amazon hanno firmato un contratto da 1 miliardo e 200 milioni di dollari con il governo israeliano per fornirgli servizi informatici avanzati su cloud e di intelligenza artificiale (IA). Questi strumenti sono stati utilizzati durante i due anni di massacri nella Striscia di Gaza. I dettagli del lucrativo contratto, noto come Progetto Nimbus, sono stati tenuti segreti.

Ma un’indagine realizzata da +972 Magazine, Local Call e The Guardian ha scoperto che Google e Amazon hanno accettato “controlli” poco ortodossi che Israele ha inserito nell’accordo, in previsione di problemi legali per il suo utilizzo di questa tecnologia in Cisgiordania e Gaza.

Documenti trapelati dal ministero delle finanze israeliano ottenuti da The Guardian –compresa una versione finale del contratto– e fonti vicine alle trattative rivelano due rigide condizioni che Israele ha imposto ai giganti tecnologici come parte dell’accordo. La prima proibisce a Google e Amazon di limitare la forma in cui Israele utilizza i loro prodotti, anche se questo violasse le loro clausole di servizio. La seconda obbliga le compagnie ad informare in segreto Israele nel caso in cui tribunali stranieri ordinassero loro di consegnare i dati del Paese immagazzinati nelle piattaforme sul cloud eludendo così i loro obblighi legali.

Il Progetto Nimbus, con una durata iniziale di sette anni e possibilità di proroga, è stato concepito per permettere a Israele di trasferire grandi quantità di dati delle sue agenzie governative, servizi di sicurezza e unità militari nei server sui cloud di Amazon Web Services e Google Cloud Platform. Tuttavia, anche due anni prima del 7 ottobre, i funzionari israeliani che hanno redatto il contratto prevedevano già la possibilità che fossero presentate delle denunce contro Google e Amazon per l’uso della loro tecnologia nei territori occupati.

Una possibilità che preoccupava particolarmente i funzionari era che un tribunale di qualcuno dei Paesi in cui operano ordinasse alle imprese di consegnare dati di Israele alla polizia, i pubblici ministeri o alle agenzie di sicurezza per supportare un’indagine; ad esempio, se l’uso che Israele faceva dei loro prodotti fosse associato con abusi contro i diritti umani dei palestinesi.

La legge CLOUD del 2018 permette alle forze di sicurezza statunitensi di obbligare i fornitori di servizi in cloud con sede negli USA a consegnare dati, anche se sono immagazzinati in server all’estero; nell’Unione Europea, le leggi sulla dovuta diligenza possono obbligare le imprese a individuare e contrastare le violazioni dei diritti umani nelle loro catene di fornitura globali, e i tribunali possono intervenire se non si rispettano questi obblighi.

È importante sapere che alle imprese che ricevono l’ordine di consegnare dati di solito viene proibito da parte del tribunale o della polizia richiedenti di rivelare i dettagli della richiesta al cliente interessato. I documenti trapelati rivelano che per superare questo potenziale punto debole, i funzionari israeliani hanno preteso di includere una clausola nel contratto secondo la quale le imprese dovrebbero avvertire segretamente Israele se vengono obbligate a cedere i dati anche se questo sarebbe proibito per legge.

Secondo The Guardian, questo avvertimento verrebbe attuato secondo un codice segreto, parte di un accordo che sarebbe noto come “il meccanismo dell’ammiccamento”, ma che nel contratto figura come “compensazione speciale”. Questo obbligherebbe le imprese a inviare alle autorità israeliane pagamenti a quattro cifre in valuta israeliana (NIS la sua sigla in inglese) che corrispondano al prefisso telefonico internazionale del Paese pertinente seguito da zeri.

Per esempio, se Google o Amazon si vedessero obbligati a condividere dati con le autorità statunitensi (prefisso telefonico: +1) e un tribunale statunitense proibisse loro di rivelare questa azione, trasferirebbero 1000 NIS a Israele. Se si producesse una richiesta simile in Italia (prefisso telefonico: +39), manderebbero 3900 NIS. Il contratto dispone che questi pagamenti debbano essere effettuati “entro le 24 ore seguenti al trasferimento dell’informazione”.

Se Google o Amazon ritengono che i termini di un’ordine di silenzio gli impediscano anche di indicare quale Paese ha ricevuto i dati, esiste una salvaguardia: devono pagare al governo israeliano 100.000 NIS (30.000 dollari).

Esperti legali, tra cui diversi ex procuratori statunitensi, hanno dichiarato a The Guardian che questo accordo è estremamente insolito, perché i messaggi cifrati potrebbero infrangere gli obblighi legali delle imprese negli Stati Uniti di mantenere segreta una citazione giudiziaria. “Sembra una tattica molto ingegnosa e se il governo statunitense o, per meglio dire, un tribunale, si accorgesse della sua esistenza, dubito che la vedrebbe di buon occhio”, ha dichiarato un ex avvocato del governo USA.

Altri esperti ritengono che il meccanismo sia un “abile” sotterfugio che potrebbe servire a rispettare la lettera della legge ma non il suo spirito.

Sembra che i funzionari israeliani se ne siano resi conto. Secondo i documenti esaminati, hanno fatto presente che le loro pretese su come dovrebbero rispondere Google e Amazon a un’ordine emesso dagli Stati Uniti “potrebbero contrastare” con la legge statunitense, nel cui caso le imprese dovessero scegliere tra “violare il contratto o violare i loro obblighi legali”.

Né Google né Amazon hanno risposto alle domande se avessero fatto uso del codice segreto dal momento dell’entrata in vigore del contratto Nimbus.

«Seguiamo una procedura globale rigorosa per rispondere a ordini legali e vincolanti per richieste relative a dati di clienti», ha detto il portavoce di Amazon. «Non abbiamo predisposto nessuna procedura per eludere i nostri obblighi di riservatezza su ordini legalmente vincolanti».

Un portavoce di Google ha detto che era «falso» «insinuare che in qualche modo siamo stati coinvolti in attività illegali, il che è assurdo». Il portavoce ha aggiunto: «L’idea che evaderemmo gli obblighi legali che abbiamo con il governo degli Stati Uniti come impresa statunitense, o con qualsiasi altro Paese, è categoricamente sbagliata».

Un portavoce del Ministero delle Finanze di Israele ha dichiarato che “l’insinuazione dell’articolo secondo cui Israele obbliga le imprese a infrangere la legge è priva di fondamento”.

“Uso accettabile”

Secondo i documenti trapelati e le fonti a conoscenza delle discussioni interne, i funzionari israeliani erano preoccupati anche che gli fosse limitato o negato l’accesso ai servizi nei cloud di Google o Amazon, sia come risultato della sentenza di un tribunale straniero, sia per decisione unilaterale delle stesse compagnie in risposta a pressioni dei dipendenti o degli azionisti.

La maggior preoccupazione dei funzionari era che gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani potessero far leva sulle leggi di certi Paesi europei per denunciare le imprese e fare pressione per porre fine ai loro legami commerciali con Israele, in special modo se i loro prodotti erano associati a violazioni dei diritti umani.

Il mese scorso, dopo che +972, Local Call e The Guardian avevano rivelato che Israele aveva violato le clausole di servizio della Microsoft utilizzando la sua piattaforma sul cloud per immagazzinare un immenso tesoro di chiamate telefoniche intercettate a palestinesi, il gigante tecnologico ha revocato l’accesso dell’esercito israeliano ad alcuni dei suoi prodotti.

Al contrario, i documenti trapelati indicano che il contratto Nimbus proibisce espressamente a Google e Amazon di imporre sanzioni simili a Israele, anche se le politiche dell’impresa cambiano o se l’uso che Israele fa della tecnologia infrange le sue clausole di servizio. Secondo i documenti, farlo non solo darebbe luogo ad azioni legali per mancato rispetto del contratto, ma porterebbe anche a forti sanzioni economiche.

Stando a quanto è stato riportato, la disponibilità delle due imprese ad accettare queste condizioni è stata in parte la ragione per cui hanno vinto il contratto Nimbus di fronte alla Microsoft, la cui relazione con il governo e l’esercito di Israele è regolata da contratti separati. In realtà, fonti di intelligence hanno informato The Guardian che Israele progettava di spostare il suo arsenale di sorveglianza dal cloud di Microsoft alla piattaforma di Amazon dopo che la prima aveva bloccato il loro accesso.

A quanto pare Google era consapevole che stava rinunciando in grande misura al controllo sull’uso che Israele avrebbe fatto della sua tecnologia, nonostante affermasse ripetutamente che i suoi prodotti sono utilizzati solo dai Ministeri del Governo israeliano che “accettano di rispettare le nostre clausole di servizio e la nostra politica di uso accettabile”.

L’anno scorso The Intercept ha informato che Nimbus si regge su un insieme di politiche “adattate” concordate tra Google e Israele, anziché sulla politica generale delle condizioni del servizio in cloud dell’impresa. La pubblicazione ha citato una mail trapelata da un avvocato di Google nella quale avvisava che, se se lo fosse aggiudicato, “avrebbe dovuto accettare un contratto non negoziabile con condizioni favorevoli al Governo”.

Le politiche di “uso accettabile” di entrambe le imprese tecnologiche stabiliscono che le loro piattaforme sul cloud non devono essere utilizzate per violare i diritti legali di altri, né per partecipare o promuovere attività che causino “danni gravi” alle persone. Tuttavia, una fonte vicina ai redattori del contratto ha affermato che questo chiarisce che non ci possono essere “restrizioni” sul tipo di dati immagazzinati nelle piattaforme del cloud di Google e Amazon.

Un’analisi dell’accordo realizzato dal Ministero delle Finanze di Israele afferma che il contratto Nimbus permette a Israele “di utilizzare qualsiasi servizio” a suo piacimento, purché farlo non infranga la legge israeliana, non violi i diritti d’autore né rivenda la tecnologia delle imprese. I termini dell’accordo a cui ha avuto accesso The Guardian stabiliscono che Israele “ha diritto a far migrare sul cloud o generare sul cloud qualsiasi contenuto che desideri”.

Un memorandum del Governo distribuito diversi mesi dopo la firma dell’accordo affermava che il fatto che i fornitori di servizi su cloud avessero accettato di “subordinare” le loro stesse clausole di servizio a quelle del contratto indicava che “comprendono la sensibilità del Governo israeliano e sono disposti ad accettare i nostri requisiti”.

 

Fonte: https://rebelion.org/asi-es-el-acuerdo-de-israel-con-google-y-amazon/

Tradotto per Rebelión da Paco Muñoz de Bustillo

Articolo originale: https://www.972mag.com/project-nimbus-contract-google-amazon-israel

Tradotto per Codice Rosso da Andrea Grillo

Foto: Migliaia di persone protestano contro il contratto di Google con Israele che fornisce riconoscimento facciale e altre tecnologie di fronte agli uffici di Google a San Francisco, dicembre 2023. (Santiago Mejia/San Francisco Chronicle vía AP)]