Burning Dreams: intervista a Carolina Rapezzi

Com’è nata la passione per la fotografia e quali sono i motivi che ti hanno portato, passando da Livorno a Londra, a fotografare le periferie del mondo, come il Ghana per esempio?

La passione per la fotografia nasce da piccola sfogliando riviste come Life e National Geographic che riempivano gli scaffali in casa. Ero incuriosita e affascinata da quante cose, soprattutto quelle lontanissime dalle nostre culture, si potessero vedere e scoprire attraverso delle riviste. La passione e l’impegno con il fotogiornalismo nasce invece tra un periodo di residenza a San Francisco nel 2011, dove iniziai con la street photography e un viaggio, di qualche anno successivo, in Palestina. Qua scoprii come fosse possibile raccontare le storie che incontravo, con la fotografia.Il trasferimento a Londra avviene nel 2013, un po’ per caso, senza grandi aspettative se non quella di perfezionare l’inglese e iniziare a mettermi in gioco maggiormente con la fotografia.Per la scelta delle tematiche da fotografare non sono mai partita da motivazioni geografiche, ma piuttosto, ho sempre seguito il senso di urgenza dei confronti di eventi o condizioni sociali, umanitarie o ambientali che ritenevo necessario mettere in evidenza. Agbogbloshie infatti, il quartiere di Accra, Ghana, è stata una scelta derivata da una ricerca sul tipo di inquinamento derivato da rifiuti elettronici, al momento il più grande flusso di rifiuti prodotti a livello globale, con un focus sul processo di smaltimento.

Sono davvero originali le fotografie del fiume Odaw, che mostrano qualcosa che va oltre la semplice discarica dove computer, pc, tv e frigoriferi sembrano far parte di un paesaggio devastante e oscuro. Cosa può fare l’arte, in particolare la fotografia di fronte a tutto questa barbarie e degrado?

Credo che l’arte e la fotografia possano avere un fortissimo impatto sociale, arrivando a influire su piccole scelte del nostro quotidiano. Dobbiamo insistere in mostrare che c’ è ancora molto da fare e che ogni piccola scelta a favore del rispetto dell’ambiente ha ripercussioni su scala globale. Un esempio banale: eliminare il bagnoschiuma a favore di saponette vuol dire una netta diminuzione di utilizzo di plastica, così come avere più cura dei nostri elettrodomestici, telefoni, scegliere prodotti eco sostenibili ecc.
Il paesaggio devastante e oscuro deve esser visto non solo come un distretto della capitale di Accra, ma come anche casa nostra, visto che nella catena di smaltimento e nella diffusione di inquinamento non esistono confini. È nostro dovere informarci, pensare a cosa e come consumiamo. L’arte e la fotografia, basate su principi etici, hanno il potenziale per puntare i riflettori verso tematiche che, come quella ambientale, necessitano di attenzione continua per mantenere un alto livello di urgenza nel trovare soluzioni.

Nella foto della giovanissima venditrice d’acqua seduta in una carriola in mezzo ad una discarica vengono mostrati insieme, in maniera naturale e immediata, il problema ecologico  ed il problema della condizione minorile e femminile del terzo mondo; eppure nel suo sguardo sembra esserci intensità, profondità e carattere. Come è nata questa foto e che cos’è il progetto Burning Dreams?

La prima volta che vidi Rashida fu il primo giorno di scatti ad Agbogbloshie e mi colpirono subito l’eleganza, le movenze e la delicatezza che la distinguevano. Purtroppo non riuscii a scattare foto di lei in quell’occasione, poiché stavo scattando con altre persone. Per due settimane non riuscii a rivederla, fino al giorno in cui ho scattato la foto di lei che riposa sulla carriola nell’area in cui vengono bruciati i rifiuti elettronici. Rashida è una venditrice d’acqua che lavora principalmente tra la discarica di Agbogbloshie e il mercato che si trova proprio lì vicino. Le sacchette d’acqua che vende sono utilizzate sia per dissetare i lavoratori della zona, che per spengere il fuoco e raffreddare i dispositivi elettronici che vengono incendiati con lo scopo di estrarre materie prime come rame, ferro e alluminio. Il guadagno è equivalente a pochi dollari al giorno, una sacchetta d’acqua costa 0,15 centesimi di euro. La maggior parte delle persone che lavorano ad Agbogbloshie vengono dal Nord del paese, dalla parte più rurale del paese, in cerca di lavori che possano contribuire a un miglior sostentamento della famiglia. Rashida rappresenta la condizione di molti giovani che, una volta arrivati ad Agbogbloshie, si trovano a lavorare in condizioni misere, con la totale incertezza sul guadagno giornaliero, spesso non possono proseguire gli studi elementari, specialmente le femmine. A peggiorare la situazione ovviamente c’è il contesto ambientale. I rischi dell’esposizione prolungata a fumi tossici e sostanze nocive emesse dalla combustione di apparecchi elettronici sono devastanti: malattie respiratorie, neurologiche, danni al sistema riproduttivo, rischio di cancro e danni cerebrali permanenti.
Burning Dreams è un progetto che mira a raccontare proprio queste vite, le vite di giovani come Rashida che pagano le conseguenze di sistemi di smaltimento di rifiuti elettronici inesistenti, aggravati da una normativa (Convenzione di Basilea 1992) che purtroppo sembra non essere poi così efficiente.

Ritieni che il mezzo fotografico, in questa società digitale e tecnologica, possa essere inserito in programmi scolastici e ministeriali, con mostre e performance on line, e possa far crescere le nuove generazioni verso una maggiore consapevolezza dei problemi della terra e delle ingiustizie della società?

Senza ombra di dubbio il mezzo fotografico è diventato parte integrante della vita quotidiana di tutti noi ormai. A prescindere che sia uno smartphone o una macchina fotografica più o meno professionale, scattare una fotografia è sicuramente un’azione frequentissima. Inserire un’educazione al mezzo fotografico in programmi scolastici e ministeriali aiuterebbe enormemente a insegnare le potenzialità, capire le proprie intenzioni, ma soprattutto le responsabilità nel divulgare immagini. Uno degli aspetti che più mi affascina della fotografia è proprio il processo di riflessione e di ricerca, che sfocia poi nella visualizzazione, arrivare a scattare una foto che racchiuda non solo informazioni, ma anche emozioni, domande, dubbi, denunce e provocazioni. Ritengo quindi lo studio e l’educazione fondamentali sia per poter arrivare alla trasmissione di messaggi socialmente impegnati, nel caso di chi decida poi di scattare, ma fondamentali anche per i lettori, per i fruitori di queste immagini, perché possano avere un’educazione tale da essere in grado di saper valutare potenziali utilizzi manipolatori.

 

Carolina Rapezzi è una fotografa che vive a Londra e che si occupa di questioni sociali, politiche e ambientali. Attualmente lavora sulle conseguenze del commercio e dello sviluppo dei rifiuti elettronici in Africa occidentale e su un progetto in corso a lungo termine su genere e identità a Londra. Ha seguito la crisi dei rifugiati in Sicilia concentrandosi sui minori, il processo di sgombero del campo profughi di Calais Jungle, le proteste politiche a Londra dopo il referendum sulla Brexit, le celebrazioni del centenario della Rivoluzione russa. Ha vinto alcuni premi tra cui il 1 ° posto, al LensCulture Art Photography Award, Shortlisted per per il Sony World Photography Award 2019 e il World Water Day Photo Contest 2020 Climate Change e Storytelling.

Qui il suo sito dove poter approfondire i suoi progetti e vedere alcune delle sue foto: http://carolinarapezzi.com/

 

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