Disuguaglianze e crisi ambientale: alle origini del Covid-19

Traduciamo e pubblichiamo questa intervista al dottor Joan Beach, che parte dalla situazione in Catalogna e Spagna ma presenta dei dati e delle valutazioni estremamente interessanti anche per noi. In particolare questo approccio consente di uscire dalla polemica sterile tra autoritarismo sanitario e negazionismo, riportando al centro della discussione i veri temi delle disuguaglianze nella salute, della difesa della sanità pubblica e dell’ambiente (red.)

Èlia Pons | 31/10/2020 | Conocimiento Libre

Parliamo con Joan Benach, ricercatore in sanità pubblica all’Università Pompeu Fabra e direttore del Gruppo di Ricerca sulle Disuguaglianze nella Salute – Employment Conditions Network, sull’impatto della pandemia nei gruppi più vulnerabili della popolazione, le carenze del sistema sanitario pubblico e l’effetto del capitalismo e delle attività umane nell’emersione di pandemie.

Qual’è la situazione e l’evoluzione attuale della pandemia? Conosciamo davvero tutti i sui effetti?

In realtà ignoriamo come sarà l’evoluzione della pandemia a breve e medio termine. È prevedibile che la situazione peggiori in inverno, ma invero sono tutte speculazioni. Abbiamo ancora una visione superficiale e molto incompleta dei cambiamenti e degli effetti della pandemia sulla salute collettiva e le disuguaglianze nella salute. A metà ottobre il numero ufficiale globale di morti nel mondo ha superato il milione di persone, delle quali ufficialmente circa 34.000 sarebbero morte in Spagna. Ma sappiamo che c’è un “eccesso di mortalità” (cioè il numero di decessi che ci saremmo aspettati di vedere in condizioni ‘normali’ rispetto agli anni precedenti) che si avvicina ormai a 60.000 decessi (la situazione appare molto peggiore in Paesi come Russia, Perù o Ecuador). Questo non vuol dire che tutti i decessi siano per covid-19 però molti si verificano per il contesto sociale e sanitario in cui sono inseriti: malati diagnosticati e trattati tardivamente con malattie oncologiche, polmonari, di salute mentale o altre. In mancanza di una valutazione profonda, credo che ci siano tre temi importanti che bisogna considerare: la debolezza dei sistemi informativi e di vigilanza epidemiologica e di sanità pubblica esistenti, che rende molto difficile confrontare gli indicatori tra i paesi e al loro interno; l’uso di parte e poco trasparente che molte istituzioni e governi fanno dei dati e degli indicatori come dimostra il caso della Comunità di Madrid per esempio; e la stessa difficoltà scientifica di comprendere tutti gli impatti psicosociali e sanitari (decessi, malattie, problemi cronici, sofferenze ecc.), in gruppi e luoghi diversi. Credo che ci vorrà molto tempo per sapere gli effetti interconnessi delle molteplici ondate sanitarie che si estendono e si rafforzano reciprocamente insieme agli impatti economici, lavorativi e sociali, in ondate di breve e lungo termine. In ogni caso, credo che al momento vediamo solo la punta dell’iceberg di quello che sta succedendo.

Ma crede che si siano affrontate adeguatamente le varie fasi della pandemia? È rimasta indietro molta gente? Si sono commessi errori?

Ci hanno ripetuto che “nessuno sarebbe rimasto indietro” ma parlando in generale, dato che il modo di agire delle comunità autonome che sono quelle che hanno le competenze sanitarie è stato differente, bisogna dire che molta gente stava già indietro, e non si sono adottati sufficienti strumenti, mezzi o volontà politica perché questo potesse cambiare. La prima fase della pandemia si è caratterizzata per lo sconcerto. Si sapeva che poteva succedere, molta gente aveva avvisato: scienziati, istituzioni, rapporti dell’OMS, della CIA, del Pentagono, Bill Gates, Obama… Ma non ci si è fatto caso. Ci hanno ripetuto che avevamo un sistema sanitario molto buono ed è vero se lo paragoniamo con molti Paesi del mondo, ma è un sistema molto insufficiente per far fronte ai problemi sanitari della gente e a una pandemia complicata come quella che stiamo vivendo. Per molti anni le politiche neoliberiste, l’azione congiunta di governi ed imprese a favore di quest’ultime, i tagli della crisi del 2008, e altri fattori hanno precarizzato la sanità pubblica (soprattutto l’assistenza primaria e i servizi sociali), mentre si dava sempre più peso agli ospedali, le tecnologie e i farmaci senza investire in sanità pubblica (vigilanza, prevenzione, pianificazione, educazione, ecc). Con la pandemia, non si è pianificato né coordinato a sufficienza, c’è stata una mancanza di previsione e capacità di anticipo, è mancata la leadership e la partecipazione comunitaria, non è stato previsto lo scenario peggiore, e non si è investito abbastanza in sanità, salute pubblica e servizi sociali. Di fronte a questo, la soluzione “finale”, con confinamenti che contribuiscono a frenare la sua espansione, e la restrizione di attività commerciali e quotidiane non possono essere un’alternativa ad avere una sanità pubblica con i mezzi adeguati a pianificare, vigilare, educare, prevenire e agire con diligenza ed efficacia.

Neanche nella seconda fase il modello di comportamento è stato buono; penso che si caratterizza per tre elementi: la quasi “assenza” della sanità pubblica, la produzione di segregazionismo e discriminazione, e la “normalizzazione” di una pandemia che ormai è cronica. Quanto alla salute pubblica, sembra chiaro che non si è dato abbastanza priorità all’investimento in risorse e ad ottenere un servizio sufficientemente potente ed efficace di tracciatori, né si sono fatti sufficienti test, né si sono impiegati tutti i fondi necessari per rafforzare sostanzialmente l’assistenza primaria, i servizi sociali o le attività di sanità pubblica. Gli scioperi e le proteste sono la prova. Invece si è scelto di stabilire restrizioni dell’attività lavorativa, del consumo, o dell’ozio in modo reattivo e non troppo efficace, senza far leva a sufficienza sulla restrizione di attività al chiuso, la promozione del maggior numero possibile di attività controllate all’aria aperta, e il miglioramento del trasporto pubblico. Credo che possiamo dire che non si è pianificato per tempo né si sono previsti gli scenari peggiori, che non si è fatta una campagna educativa comunitaria, pedagogica, con messaggi chiari e forti alla gioventù e alle persone anziane, e neppure è stata realizzata una campagna di intensa partecipazione comunitaria. Il segregazionismo ha a che fare con un controllo della pandemia quasi “militare”, per “sconfiggere” il virus in una “guerra” dove si dà più peso sui fattori citati e sulla responsabilità individuale, in attesa che ci sia un vaccino sicuro ed efficace. I quartieri operai avevano già ogni tipo di problema di segregazione sociale e i peggiori indicatori socioeconomici, ma anziché investire massicciamente in servizi sanitari, sociali ed educativi, arriva la polizia per fare controlli. Il terzo punto è normalizzare una pandemia ormai cronica che ricade su una sanità pubblica collassata cronicamente con professionisti esauriti, precarizzati… e contagiati. Quando la popolazione non può accedere né ricevere i servizi sanitari di cui necessita, si può dire che il sistema è collassato. Non si può minimizzare e “normalizzare” una situazione che uccide, crea sofferenza e disuguaglianze in così tanta gente. Dedicando le risorse disponibili per assistere i malati di covid-19, non si possono assistere altri casi di malattia e problemi di salute. Pertanto non possiamo continuare con misure intermittenti, solo reagendo agli eventi, bisogna fare una volta per tutte investimenti profondi in sanità e salute pubblica e cambiare una situazione pandemica che potrebbe durare a lungo.

I dati indicano che le fasce più impoverite della popolazione sono più esposte e che c’è un maggior impatto del virus nei quartieri operai e a reddito basso. Possiamo dire, pertanto, che il coronavirus distingue tra classi sociali? Anche le pandemie sono un problema di disuguaglianza sociale e sanitaria?

Nemmeno qui abbiamo una visione sufficientemente precisa ma sappiamo che il virus non colpisce allo stesso modo tutta la popolazione e che ci sono gruppi sociali colpiti in modo molto diseguale dalla pandemia. Per esempio, nella prima ondata della pandemia, circa il 70% dei decessi si sono verificati nelle residenze geriatriche. Per molti anni non si è investito in servizi pubblici, si sono esternalizzate le residenze a imprese, compagnie assicurative e fondi speculativi che hanno trovato un mercato profittevole per fare affari e parassitare senza controllo democratico il settore pubblico. Con totale impunità hanno precarizzato il personale, hanno risparmiato sui materiali di base e sulla manutenzione, hanno ridotto la qualità dei servizi e hanno peggiorato l’assistenza, le condizioni igieniche e di alimentazione. Un altro caso sono i lavoratori e le lavoratrici “essenziali” (all’inizio chiamati “eroi ed eroine”) di settori produttivi e di cura precarizzati e femminizzati, che sono localizzati nei quartieri operai. La pandemia ha amplificato le disuguaglianze nella salute già esistenti in alcuni quartieri e gruppi sociali con molti problemi e bisogni preesistenti. Il discorso egemonico dei media si focalizza sul virus, la biologia, i cosiddetti “stili di vita” e la responsabilità individuale, e l’assistenza medica specializzata ospedaliera (soprattutto le UCI) e le terapie e i vaccini per “risolvere” biomedicamente il problema. È una visione miope, erronea e falsa, perché i fattori decisivi che spiegano l’origine e l’evoluzione della pandemia e il suo impatto in termini di disuguaglianze sono, in gran parte, i determinanti sociali della salute come la precarizzazione lavorativa, la povertà, il problema della casa o le ingiustizie ambientali, e quant’altro relazionato con le politiche pubbliche e la distribuzione disuguale del potere. Così le azioni di chi ha più potere e decide le politiche sono decisive per salvare vite o anche per uccidere in modo disuguale la gente. Per ridurre le disuguaglianze ci sarebbe da fare politiche radicali, profonde e sostenute, come stabilire una fiscalità molto più progressiva, riformare il modello di welfare nella sanità e nella salute pubblica, i servizi sociali e le cure, investire in educazione, ridurre l’orario di lavoro, introdurre il reddito di base universale, fare una transizione ecologica ed energetica rapida e molto profonda, e cambiare un sistema produttivo, finanziario, di consumo e culturale, che contrasti la grave crisi sociosanitaria ed ecosociale che stiamo affrontando.

In un articolo recente ha segnalato che bisogna creare un Servizio Sanitario Nazionale in Catalogna. Che caratteristiche dovrebbe avere? Che fare per rafforzare il sistema sanitario pubblico della Catalogna?

Il segregazionismo è connesso a un controllo della pandemia quasi “militare”, per “sconfiggere” il virus in una “guerra” dove si mette l’accento sulla responsabilità individuale.

La salute collettiva non dipende fondamentalmente –come spesso si crede– dalla biologia e dalla genetica, dagli stili di vita e dall’assistenza sanitaria, ma dalla politica, dalle politiche pubbliche e dai determinanti ecosociali della salute. La salute della gente dipende anche dalla “salute pubblica”, la disciplina che ha come obiettivo prevenire la malattia e proteggere, promuovere e ripristinare la salute di tutta la popolazione. Questo include, per esempio, migliorare la salute lavorativa e ambientale, costruire una potente rete di vigilanza epidemiologica, sviluppare la partecipazione comunitaria o pianificare interventi a lungo termine per migliorare la salute e aumentare l’equità. Attualmente le risorse della salute pubblica sono infime (meno del 2% del bilancio della sanità) e la sua visibilità sociale è quasi inesistente. Sappiamo dell’importanza della salute pubblica, ma disgraziatamente questo non fa ancora parte del sapere egemonico della maggioranza della gente, o anche dei molti professionisti sanitari e dei servizi sociali.

Quanto alla sanità, il modello egemonico non è il più efficace, né il più efficiente, né il più equitativo, né il più umano. È un modello biomedico e riduzionista che frammenta il corpo e dimentica l’integrità psico-bio-sociale umana. Un modello che accentua la biomedicina, gli ospedali e i servizi specialistici, la tecnologia e l’utilizzo massiccio di farmaci, e che produce una ricerca più focalizzata sul pubblicare su riviste ad alto impatto e ricercare profitti economici che sulla salute collettiva.

Abbiamo bisogno di cambiare radicalmente le priorità. Abbiamo bisogno di un modello sanitario pubblico, di qualità e non precarizzato, basato sull’assistenza primaria, comunitaria e i servizi sociali, che potenzi la fabbricazione pubblica di farmaci e materiali sanitari, e che potenzi la ricerca applicata per risolvere i problemi di salute reali di cui soffre la popolazione. Un modello demedicalizzante della salute, che utilizzi in modo moderato la tecnologia, che tratti persone malate e non malattie o organi malati… e che sia partecipativo e democratico. Per fare tutto questo è imprescindibile aprire un gran dibattito sociale cambiando la cultura della salute, rafforzare le agenzie sanitarie pubbliche, sviluppare la legislazione e investire massicciamente in sanità pubblica, in servizi sociali e in salute pubblica. Tutto questo vuol dire che è necessario creare un Servizio Sanitario Nazionale pubblico, ben finanziato, di qualità e democratico al servizio del popolo. E abbiamo bisogno anche, non dimentichiamolo, che questo nuovo modello sia in sintonia con la crisi di civiltà nella quale ci troviamo (di salute, cure, economica, ecologica e politica) dove avremo servizi con meno energie e risorse.

Si presenta la ricerca del vaccino come una grande speranza, ma il sistema internazionale di ricerca biomedica e farmaceutica sembra organizzato al servizio degli interessi dei grandi laboratori multinazionali internazionali. Che ruolo giocano i brevetti farmaceutici nella determinazione dell’orientamento della ricerca? Crede che ci sarà qualche meccanismo che renda accessibili i vaccini e che possano essere distribuiti a tutti?

Non sono uno specialista in questo campo, ma mi pare che si sia creata una visione distorta sui vaccini che genera false impressioni e speranze. Anche se in pochi mesi i progressi nella conoscenza sono stati molto grandi, credo che si debba avere molta umiltà in rapporto al virus e sullo sviluppo di vaccini. La prima cosa è avere vaccini sicuri senza (o con pochi) effetti nocivi per poi guardare la loro efficacia, ma come succede in altri casi, questa può essere variabile. Il vaccino per l’influenza ha per esempio una bassa efficacia, mentre quello per il morbillo costa poco ed è efficace. Oggi non sappiamo quale sarà l’efficacia dei vaccini per la covid-19, né veramente la conosceremo del tutto nei prossimi mesi, come neanche sappiamo se il livello di immunità sarà sufficiente per evitare nuove reinfezioni. Questo vuol dire che, prevedibilmente, i vaccini non permetteranno di farla finita con la pandemia in modo immediato così come dicono i media. Pertanto dobbiamo tenere in considerazione l’incertezza esistente e i prevedibili limiti della loro efficacia.

Le azioni di chi ha più potere e decide le politiche sono decisive per salvare vite o al contrario uccidere in modo diseguale la gente.

Credo che sul tavolo ci siano molte domande che non hanno ancora una risposta chiara. Chi produrrà il vaccino? Chi lo controllerà? Gran parte della ricerca biomedica è pagata con fondi pubblici, ma il controllo, la produzione e la commercializzazione del vaccino è in mano privata. Per ottenere un modello che favorisca l’umanità nel suo insieme avremmo bisogno di farmaci e vaccini di proprietà e gestione pubblica, con un elevato controllo democratico e comunitario. Ci saranno brevetti? Si produrranno vaccini generici perché tutte le persone possano proteggersi (sicuramente in modo limitato)? Cosa faranno gli Stati? Se non possono comprare i farmaci, produrranno i generici? Anche se avremo un vaccino efficace, si distribuirà a tutta l’umanità? Come e chi lo farà? Questo può essere un processo che dura molti mesi se non anni. Ci sono molti fattori sociali, economici, tecnici e politici che determineranno la sua distribuzione e il suo impatto. In definitiva, anche se avremo vaccini sicuri ed efficaci, tutto fa pensare che non sarà la panacea che risolverà la situazione che abbiamo. A breve o lungo termine, come con qualsiasi altra pandemia precedente, risolveremo la situazione. Il problema sarà quale sarà il suo costo sociale e su chi ricadrà.

La crisi attuale della pandemia del coronavirus è esclusivamente un problema di origine sanitaria o invece ci sono altri elementi causali? Quali sono le condizioni economiche e ambientali specifiche che hanno favorito l’emersione del virus e la sua espansione?

I media offrono una visione troppo superficiale sulla pandemia senza parlare quasi mai delle cause sistemiche che l’hanno generata. Ci sono sempre state –e sempre ci saranno– pandemie nella storia umana, a volte con effetti spaventosi, ma l’aumento globale delle malattie infettive degli ultimi decenni ci dovrebbe far pensare che le cause della pandemia sono legate al modello economico e alla crisi eco-sociale che stiamo vivendo, che a loro volta si associano alla dinamica propria del capitalismo. Questo lo mostrano gli studi scientifici quando li integriamo con una visione critica e transdisciplinare. Per esempio, il biologo Rob Wallace spiega che la comparsa del virus è molto legata all’alterazione globale degli ecosistemi, la deforestazione e la perdita di biodiversità, il modello agroindustriale, il tipo di produzione animale e la ricerca del profitto a qualsiasi costo da parte delle corporazioni multinazionali. E il biologo Fernando Valladares commenta che il miglior antidoto contro il rischio di pandemie sarebbe preservare la natura e proteggere la biodiversità degli ecosistemi e la genetica, ricordandoci che interporre specie tra i patogeni e l’essere umano è il miglior antincendio per proteggerci. Se a questo aggiungiamo la rapida urbanizzazione e crescita massiccia del turismo e dei viaggi aerei, e la mercantilizzazione e la debolezza dei sistemi di sanità pubblica abbiamo la “tempesta perfetta” per una o molte pandemie. Dietro tutto questo troviamo il capitalismo e la sua consustanziale logica di accumulazione, crescita economica, ricerca di profitti e disuguaglianza che si scontra con i limiti biofisici planetari. In definitiva, le circostanze nelle quali le mutazioni virali possano minacciare la salute e la vita dipendono dalla società e in definitiva in gran misura da una logica capitalista estrattiva e predatrice.

Anche se con l’inizio della pandemia si parlava di un cambio di paradigma, sembra che siamo tornati alle stesse dinamiche economiche e ambientali di sempre. Crede che abbiamo realmente imparato qualcosa dalla pandemia?

Disgraziatamente non mi pare che stiamo imparando troppo. La pandemia ha mostrato la nostra fragilità come individui e come società. In piena crisi, per diversi mesi, siamo diventati un po’ più consapevoli che senza il lavoro essenziale di molti lavoratori che è sempre stato disprezzato non possiamo vivere. E molti hanno capito –forse per la prima volta– che la sanità pubblica e il lavoro di cura è fondamentale. Tuttavia, le inerzie economiche, politiche e culturali del mondo che viviamo fanno sì che cambiare non sia per niente semplice. Inoltre, viviamo in un mondo così veloce, con così tanti impatti, che non ci resta tempo per riflettere, ricordare ed essere coscienti delle cose. Durante questa pandemia sono morte milioni di persone di fame, sono morti milioni di bambini per malattie diarroiche … Si dice che bisogna tornare alla “normalità” o una “nuova normalità”. Però la “normalità” nel mondo è che due terzi della popolazione sopravvive con meno di 5 dollari al giorno, che 2 miliardi e mezzo di persone non hanno una casa per vivere in condizioni adeguate, che bevono acqua potabile contaminata, e che molta gente respira, beve e si alimenta con tossici che danneggiano la vita e la salute. E la “normalità” in Catalogna e Spagna è che una persona su quattro è a rischio di povertà ed esclusione, e più della metà della popolazione ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Non ci possiamo “adattare” a questa realtà e tornare alla normalità. Mi piace ripetere la nota citazione del filosofo indú Jiddu Krishnamurti quando disse: “Non è segno di buona salute essere ben adattati a una società profondamente malata”.

La pandemia è stata una catastrofe e una rottura generale (ha modificato e fermato un po’ il sistema produttivo e la crescita economica che le élites ricercano e di cui necessitano come una droga) che ha messo la società sottosopra, ma questo non vuol dire che oggi stesso esista la capacità di cambiare il mondo in meglio. In ogni caso, anche se non è semplice cambiare la situazione attuale, lo si dovrà fare, si dovrà cambiare radicalmente mediante una lotta organizzata, intelligente e persistente dove si sappia unire molte forze locali e globali. Come ha detto il filosofo coreano Byung-Chul Han, il virus di per sé non abolirà il capitalismo, e nemmeno lo farà con un neoliberismo che infetta le menti e distrugge le vite.

Quali sono le future sfide chiave che ci mette di fronte questa crisi di civiltà a cui prima faceva riferimento?

Noi esseri umani non solo abbiamo bisogno della natura, ma “siamo natura”. Concepirci come qualcosa di superiore alla natura si liga in buona parte alla crisi di civiltà di cui soffriamo. Qualsiasi azione che danneggi ciò che ci circonda danneggia noi stessi, che siano le sostanze chimiche che introduciamo nell’ambiente, l’aria inquinata che produce otto milioni di morti annuali, o la distruzione della biodiversità. Da un punto di vista globale, è necessario comprendere con la profondità necessaria la crisi climatica che sta già producendo così tanti problemi (ondate di calore, aumento del livello del mare, inquinamento dell’aria, macroincendi, ecc.) che colpiscono la salute umana e gli animali, ma bisogna anche essere coscienti della crisi ecologica in un senso più ampio. I Paesi, le imprese e i gruppi sociali ricchi sono i grandi responsabili. O riusciamo a ridurre e cambiare il tipo di produzione industriale di massa (anche migliorando la sua efficienza), cambiando contemporaneamente le nostre vite quotidiane con meno consumo, la produzione dei beni di consumo più essenziali e vicini, e la creazione di un’economía solidale e omeostatica, che utilizzi molta meno energia e adatti il metabolismo ecosociale ai limiti biofisici della Terra, o non avremo futuro. Nel 2019, per esempio, si sono superati (la “extra-limitazione”, overshooting in inglese) i limiti biofisici del pianeta il 29 di luglio; nel 2020 con la pandemia e la frenata economica questo ha rallentato un po’ e si è prodotto nella terza settimana di agosto. Questo non è sostenibile. Per fare un esempio, è come se si tagliassero gli alberi di un bosco ad una velocità maggiore della sua capacità di rigenerarsi, e lo facessimo in modo sempre più accelerato e con un legno che va a finire nelle mani di pochi privilegiati. Il capitalismo si moltiplica costantemente come se fosse un virus. Funziona come una macchina inarrestabile che si organizza con una struttura finanziaria e sociale attorno all’imperativo dell’accumulazione per cercare di raggiungere una crescita permanente e accelerata del PIL in modo esponenziale, con tutto ciò che questo comporta in termini di spesa energetica, di materiali e risorse. Per quanto dipingiamo l’economia o le imprese di verde, o per quanto usiamo parole come ‘sostenibilità’ o ‘resilienza’, questo non può continuare all’infinito. Dovremo decrescere selettivamente, con le buone o con le cattive, come spiega benissimo il fisico e divulgatore della crisi energetica Antonio Turiel nel suo ultimo libro Petrocalipsis. Prima o poi supereremo in qualche modo il virus biologico, supereremo la pandemia, ma il virus dell’accumulazione, crescita illimitata e saccheggio su cui si fonda il capitalismo è in guerra contro l’umanità e sta distruggendo la vita.

Questa intervista è stata pubblicata originariamente in catalano nel Diari de la Sanitat.

Fuente: https://ctxt.es/es/20201001/Politica/33862/Elia-Pons-entrevista-Joan-Benach-sistema-nacional-salud-inversion-primaria-coronavirus.htm

Tratto da www.rebelion.org, traduzione per Codice Rosso di Nello Gradirà

Immagine tratta da www.teleambiente.it

 

 

 

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