I fatti recenti nel Rojava: cronaca, analisi e valutazioni

Il 7 Ottobre il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia il
ritiro delle truppe americane dal Nord Est della Siria dove si trovavano
di istanza in forza di un’alleanza anti ISIS coi curdi. Questa decisione,
già ventilata a dicembre scorso dallo stesso tycoon, che poi aveva
desistito grazie alle pressioni della comunità internazionale, arriva
dopo mesi di richieste da parte del presidente turco Recep Tayyp
Erdogan. Il premier, da sempre impegnato nella crociata contro curdi e
forze democratiche di sinistra che ne sostengono le legittime istanze
(HDP), non aveva infatti preso bene la sconfitta del suo partito (AKP)
alle ultime amministrative quando il voto popolare fece perdere al
sultano città come Ankara, Istanbul, Izmir-Smirne, Altalya e Adana. Da
qui la caccia alle streghe si intensifica, vengono dapprima annullate le
elezioni a Istanbul e poi rimossi forzatamente tre sindaci filo-curdi
dell’HDP nelle città di Dyiarbakir, Van e Mardin con l’accusa di
terrorismo per i loro rapporti con membri del PKK, considerato da
Erdogan un gruppo terroristico al pari dell’Isis. Già nel 2014 il
parlamento turco aveva approvato una mozione governativa per
inviare truppe in Siria e Iraq allo scopo di eliminare l’Isis e “altri gruppi
terroristici” sul territorio, impegno rinnovato dal parlamento fino al
2020 proprio alla vigilia dell’invasione l’8 Ottobre.
Dal 2015 al 2018 Erdogan guida contro il cantone curdo della Siria
ben quattro operazioni con il dichiarato scopo di impedire la
formazione di una qualsiasi entità statale curda, l’ultima delle quali
(operazione “Ramoscello d’ulivo”) viene tristemente ricordata con il
massacro di Afrin, occasione in cui le truppe russe si comportarono
esattamente come i marines oggi, ritirandosi dalla loro postazione
senza mai ostacolare l’aviazione turca.
Quando il 7 Ottobre del 2019 Erdogan telefona a Trump chiedendo il
ritiro delle forze USA dalle postazioni strategiche di Ras al-Ayn e Tel
Abayad, la volontà è quella eliminare fisicamente i curdi siriani per
poter ricollocare in quella zona un milione e mezzo di profughi siriani
di etnia araba presenti nel territorio turco. Una sostituzione etnica
annunciata e fortemente voluta da Erdogan durante tutta la sua
carriera politica.
Ma perchè proprio quella zona? Da ben otto anni esiste e resiste nel
Nord-Est della Siria l’Amministrazione Autonoma del Rojava, una
comunità costruita secondo la filosofia di Abdullah Ocalan del
confederalismo democratico, unico esempio al mondo di socialismo
libertario dove le donne e gli uomini che vi abitano hanno dato vita a
una rivoluzione ecologista, femminista e democratica, basata sul
cooperativismo e sulla democrazia diretta , una società libera dalla
violenza del patriarcato e dello stato. Mentre in Siria combattevano
una guerra per la libertà contro lo Stato Islamico, le comunità curde di
tutto il mondo hanno lavorato con metodo e capillariamente per far
conoscere i principi e la portata enormemente innovativa della
rivoluzione del Rojava tanto da contagiare le pratiche di movimenti e
forze politiche in tutto il pianeta.
Il 9 Ottobre parte l’ennesima offensiva turca (operazione “fronte di
pace”) contro l’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Sira
condotta da subito via terra lungo tutta la frontiera da mercenari
islamisti, come rendono noto le FDS, e inizialmente respinta
nonostante i pesanti bombardamenti turchi condotti indistintamente su
militari, convogli di civili sfollati, ambulanze, ospedali e campi profughi,
provocando in pochi giorni altri 200mila sfollati e decine di morti tra
civili e militari.
Si moltiplicano fin da subito le insorgenze di cellule dormienti di Daesh
nelle principali città del Rojava, alcuni infatti fuggono grazie ai
bombardamenti turchi al centro operativo delle Yat (squadre speciali
antiterrorismo delle YPG) e alle prigioni dove erano detenuti.
Nelle città di Serekaniye e Tel Abayad i civili si uniscono alla
resistenza al fianco delle YPG e delle FDS, mentre il Consiglio militare
siriaco, che riunisce la popolazione cristiana della Siria del Nord e
dell’Est, lancia un appello per la mobilitazione delle comunità cristiane
della regione a imbracciare le armi e opporsi all’aggressione turco-
jihadista al fianco di curdi, arabi e armeni. Le donne di varie culture e
fedi autorganizzatesi in quegli antichi territori della Mesopotamia
scrivono una lettera al mondo dove si legge “Come donne siamo
determinate a combattere fino a quando otterremo la vittoria della
pace, della libertà e della giustizia. Per ottenere il nostro obiettivo
contiamo sulla solidarietà internazionale e sulla lotta comune di tutte le
donne e dei popoli che amano la libertà.”
La macchina solidale si attiva: in poco tempo crescono le donazioni
alla Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus e in centinaia di città nel
mondo si registrano manifestazioni di piazza e iniziative di boicottaggio
verso prodotti e turismo made in Turchia. L’attenzione mediatica
sull’attacco ai protagonisti della lotta all’Isis è alta, e l’Unione europea
tenta malamente di nascondere miliardi di euro in accordi con Ankara
sotto un velo di indignazione.
Il consiglio affari esteri dell’UE riesce infatti ad essere unanime solo
sulla ferma condanna a parole senza però giungere ad un accordo
sulla necessità di un embargo militare demandando ai singoli governi
la decisione in merito. Germania, Francia, Finlandia e Svezia
annunciano subito lo stop, l’Italia, dato il miliardo e mezzo di euro
fruttato negli ultimi quattro anni nella vendita di armi opta per un
blocco dei soli accordi futuri. Peccato che, per quanto dovuti, questi
provvedimenti risultino pressoché inutili. Non è infatti dal vecchio
continente che Ankara prende gran parte dei suoi fornimenti militari: i
veri giri miliardari riguardano l’export, le auto e i migranti. Sarebbe
stato più incisivo infatti parlare dell’enorme guadagno che la Turchia
ricava concorrendo liberamente sui mercati comunitari, o dei 13
miliardi di euro investiti dai costruttori europei nell’automotive turca
piuttosto che dei 6 miliardi di euro appena versati per tenere lontani 3
milioni e mezzo di profughi dai confini europei.
Dal fronte siriano intanto si apprende la notizia dell’uccisione Hevrin
Khalaf , segretaria generale del Future Sirian Party ed esponente
politica della rivoluzione in quanto protagonista determinante
nell’opera di cooperazione tra diverse etnie e fedi nella lotta al
tribalismo, al superamento del patriarcato e della società semi-feudale,
non solo in Siria del Nord ma anche in Iraq e Turchia.
Nel frattempo gli Usa si ritirano dalle postazioni di Kobane, mentre
Erdogan continua a assediare città e bombardare obbiettivi civili
permettendo ai miliziani Daesh di fuggire dalle carceri per
riorganizzarsi. Al termine di giorni difficili che hanno visto violentissimi
scontri soprattutto a Serekniye e Tel Abayad, le FDS rendono noto un
accordo con Damasco attraverso le dichiarazioni del loro portavoce
Mazloum Kobani “Tra il compromesso e il genocidio, scegliamo il
nostro popolo”. Parole, queste, che rivelano tutta la consapevolezza
che un popolo, per potersi autodeterminare deve in primis poter
esistere e che le radici della rivoluzione confederale sono ormai
andate troppo a fondo per poter essere intaccate dall’occupazione
militare, sia essa turca, russa o siriana.
In forza dell’intesa il regime resta fuori dalle città di Ayn Issa, Til Temir,
Taqba e Manbij mentre si pone in prima linea davanti a Manbij e
Kobane e lungo il confine, il controllo politico della regione resta nelle
mani dell’amministrazione autonoma.
A Serekaniye intanto le truppe turco-jihadiste, non riuscendo da una
settimana a sfondare frontalmente le linee della resistenza,
accerchiano la città chiudendo le principali tre vie di accesso per i
rifornimenti alle YPG/FDS. E’ proprio da qui che negli ospedali iniziano
a arrivare i primi feriti da armi chimiche che Ankara usa sui civili, le foto
di bambini ustionati dal fosforo fanno il giro del mondo senza però
riuscire a smuovere l’immobilismo ONU e europeo. A Tel-Abayad le
FDS si sono dovute ritirare, Manbij e Kobane sono presidiate dall’SAA
e protette da linee di sicurezza russe per evitare lo scontro diretto.
Putin infatti, come vedremo, giocherà un ruolo fondamentale nella
nuova cartina geopolitica del Rojava in quanto alleato sia della
Turchia che della Siria.
In patria Erdogan prosegue la sua propaganda di guerra: mentre
circolano false notizie mediatiche circa la conquista turca di alcune
città di confine, si moltiplicano gli arresti e le denunce per
“propaganda terrorista” nei confronti di chi si permette di solidarizzare
con popoli colpiti dalla guerra. La censura di regime si abbatte
duramente anche sulla solidarietà internazionale, in particolare in Italia
vengono chiuse decine di pagine Facebook, dai quotidiani
indipendenti con centinaia di migliaia di utenti alle piccole realtà
solidali di provincia, l’ambasciatore turco scrive lettere di sdegno ai
comuni che negli anni precedenti hanno riconosciuto a Abdullah
Ocalan la cittadinanza onoraria, e a quelli che hanno votato mozioni di
sostegno alla causa del popolo curdo. E’ tutto molto chiaro: questa
non è una crociata contro i confini sovrani della Siria, ma contro il
Rojava, unico faro che, nel mezzo del medioriente devastato dalla
“guerra infinita” e dalle sue conseguenze (prima fra tutte l’ISIS), ha
saputo indicare un via fatta di socializzazione dei mezzi di produzione,
piena emancipazione femminile e ecologismo, piena messa in
discussione dei vettori del dominio capitalista quali patriarcato,
psichiatria, stati-nazione. Elementi teorici, questi, che hanno arricchito
la tradizione rivoluzionaria europa-centrata nello scenario in cui era più
difficile farlo e dei quali deve essere impedita la diffusione con ogni mezzo
Il 18 Ottobre gli Usa, spinti unicamente dalla nuova minaccia Isis, si
accordano con la Turchia per una tregua di 5 giorni, al termine dei
quali cesserebbero le sanzioni Usa ad Ankara a patto che il “cessate il
fuoco” diventi definitivo. 120 ore di tempo quindi, perché le YPG e FDS
si ritirino da Serekaniye e Tel-Abayad che, garantiscono gli Usa, non
saranno poi occupate dall’esercito Turco. In merito all’accordo le
milizie di autodifesa curde e le Forze Democratiche Siriane dichiarano
di non essere state consultate e che, pur accettando di ritirarsi, non
avrebbero permesso l’occupazione turca e la sostituzione etnica delle
città di confine.
Al termine della giornata si contano comunque 30 morti uccisi dai droni
e dall’aviazione Turca a Serekaniye, verso la quale il Kurds Freedom
Convoy (almeno 80 vetture e 400 civili) si sta muovendo allo scopo di
creare un corridoio umanitario che permetta ai chi è intrappolato in
città di poter uscire.
Il 20 Ottobre grazie all’impegno e la resistenza dei convogli di civili,
YPG e FDS senza più cibo, medicinali, né acqua, annunciano il ritiro
da Serekaniye sotto assedio da 11 giorni. Durante le 120 ore di tregua
le FDS denunciano almeno 37 violazioni da parte della Turchia,
testimonianze dai villaggi occupati raccontano di esecuzioni sommarie,
torture, trasferimenti forzati di civili e saccheggi, a Tel-Abayad le forze
turco-jihadiste hanno imposto il velo alle donne. La fine delle 120 ore
si avvicina e gli sfollati salgono a 300mila, per la prima volta si
registrano sforzi congiunti di Damasco e FDS nei villaggi fuori da
Serekaniye nel respingere l’avanzata Turca e i russi si schierano fuori
da Quamishlo e Derik come deterrente in virtù di un accordo raggiunto
tra Mosca e Ankara poche ore prima della scadenza della tregua. Il 23
Ottobre si rendono noti i termini della nuova intesa: pattugliamenti
congiunti lungo i 550km di confine tra gli eserciti dei due paesi, una
nuova tregua di 150 ore per permettere il ritiro completo di FDS/YPG
dai 32 km di territorio siriano pretesi da Ankara, annessione de facto
dalla Turchia di Tel-Abayad/Gire Spi e Serekaniye/Ras-al-Ayn (da
dove arrivano testimonianze di imposizione della shaaria e violenze
sulla popolazione), ingresso russo nei principali centri curdo-arabi sul
confine con l’eccezione di Quamishlo. Intanto Daesh si è ricompattato
e attacca con kamikaze e autobombe proprio nella zona di Baghuz
dove lo Stato Islamico aveva capitolato a marzo grazie a
un’operazione di YPG e FDS nella quale aveva perso la vita il
compagno Lorenzo Orsetti, nei giorni successivi saranno attaccate
dalle forze jihadiste anche Quamishlo, Raqqa, e al-Hol. L’unica
certezza è che l’invasione Turca e i successivi accordi presi senza la
partecipazione delle forze territoriali YPG e FDS, hanno fruttato all’Isis
l’occasione di una nuova rinascita facilitata dall’enorme indebolimento
dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est.
A conferma della convergenza di intenti tra Ankara e jihadisti, i media
curdi rendono noti 40 nomi di ex sostenitori Isis che stanno
combattendo nelle milizie filo-turche, tra loro Isma’il Firas al-Abbar,
comandante Isis a Deir-ez-Zor prima di diventare leader di brigata
appoggiato dalla Turchia ad Afrin; Basil Nayef al Shehab che ha
combattuto contro le YPG a Kobane prima di diventare comandante
della brigata Sultan Murad sostenuta da Ankara e attualmente
presente nell’occupazione di Afrin e Yaser Abdulrahim, capo dei
mercenari siriani al soldo di Erdogan che il 25 Ottobre hanno rapito la
compagna curda delle YPJ Cecik Kobani, lo stesso protagonista di
abusi, traffico di minori e torture presente ad Adana nel 1998 come
capo del Free Syrian Army durante l’accordo tra Turchia e Russia di
fatto rinnovato a Sochi il 22 Ottobre 2019.
Quella che i cronisti chiamano la pax russa altro non è che una pace
fondata sulla violazione dei territori dell’Amministrazione Autonoma, su
un progetto in fieri di ingegneria sociale basata sul trasferimento
forzato della popolazione al fine di cancellare l’esperienza curda del
confederalismo democratico. Il portavoce del Cremlino non tarda infatti
a minacciare i curdi dichiarando che se non si avrà il disarmo e il ritiro
delle forze di autodifesa del Rojava, Mosca e Damasco li lasceranno
soli “di fronte al peso dell’esercito turco” precisando che “saranno
asfaltati”.
Festeggiano tutti: vince Putin che con il ritiro delle forze Usa entra
finalmente in suolo siriano rimanendo l’Unico burattinaio del
medioriente, vince Trump che risparmia ai contribuenti il costo di una
guerra che l’opinione pubblica non è più disposta a sostenere e
annuncia quindi la fine delle sanzioni alla Turchia, vince Assad che
anche se costretto all’occupazione Turca di suolo siriano fa buon viso
a cattivo gioco dando “pieno supporto all’intesa”.
Perdono l’Amministrazione Autonoma del Rojava e le Forze
Democratiche Siriane sacrificate sull’altare della ragion di stato altrui,
costrette al disarmo e a vivere sotto occupazione Turca tra Tel-
Abayad e Serekaniye o ad andarsene per far spazio ai due milioni di
profughi siriani che la Turchia intende trasferire in quei 100km per 32
che la Russia gli ha unilateralmente riconosciuto. Non è dato sapere
chi siano, da dove vengano e se vogliano davvero trasferirsi in un
altro territorio, non sono d’altronde loro a decidere, al pari del popolo
del Rojava. Una cosa è certa, mentre i grandi attori geopolitici mondiali
si spartiscono territori millenari sulla pelle delle popolazioni che li
vivono, in quelle zone si continuerà a “organizzare la società
democratica come se lo stato non ci fosse” secondo uno degli assi
portanti della nuova prassi rivoluzionaria di Ocalan. Questo significa
continuare a lavorare sul piano politico e militare promuovendo a
livello locale assemblee che possano far fronte a ogni esigenza,
confederando l’autodifesa e l’autogoverno, senza cercare
direttamente rovesciamenti armati contro il potere locale che
porterebbero solo morte e sevizie sulla popolazione. Quando gli stati,
tra loro o internamente, collasseranno a causa delle guerre spinte da
interessi imperialisti , si aprirà una fase di “vuoto” dove le società
organizzate secondo il confederalismo democratico saranno in grado
di sostituirsi allo stato e dare vita alla pace. E’ già successo quando
nel 2003/2004 venne fondato il PYD, partito che ha guidato la
rivoluzione del Rojava, e le YPG. Agirono clandestinamente fino a
quando, nel 2011, si aprì una frattura nel sistema con l’inizio
dell’insurrezione contro Assad, a quel punto le forze rivoluzionarie
curdo-siriane erano pronte a prendere il controllo del Nord Est della
Siria rendendo pubbliche strutture politiche fino a quel momento
occulte. Il confederalismo democratico ha intrinsecamente tutti gli
elementi per continuare ad esistere e resistere “oltre lo stato, il potere
e la violenza.”

Gaia Puccini

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