La morte di Fares: non è questa la città che vogliamo

Quello che è successo a Livorno nella notte di sabato 24 aprile è un fatto molto grave. Fares, immigrato tunisino di 25 anni, è morto annegato nei fossi dopo un inseguimento da parte della polizia. Non vogliamo entrare nel merito della dinamica dell’avvenimento ma soltanto mettere in rilievo che, qualunque fosse stata la dinamica, non si può morire così, in solitudine, a 25 anni, nel centro di una città. Non si può morire così, nel silenzio generale, quando questo stesso silenzio pone le basi per un clima di odio. La città in cui, da solo, senza essere aiutato, è morto Fares, non è quella che vogliamo. Non è una città degna di essere chiamata ‘civile’, non è una città in cui, come diceva Vittorio Arrigoni, ancora si può “restare umani”. Di fronte a una tragedia come questa avremmo dovuto, come minimo, restare umani proclamando il lutto cittadino, dandole il giusto peso sulla cronaca locale. Restare umani avrebbe voluto dire, almeno, partecipare lunedì scorso al dolore di altri compaesani di Fares, al lutto dei suoi amici e dei suoi parenti, come lui al centro di episodi di razzismo e di odio semplicemente perché sono immigrati, considerati ‘pericolosi’ da una buona parte della popolazione locale. Restare umani avrebbe voluto dire astenersi dai commenti razzisti sui social, commenti del tipo: “se ne devono tornare a casa”; “sono tutti dei delinquenti”; “se l’è cercata”; “se scappava, certo, non aveva la coscienza a posto”. Restare umani avrebbe voluto dire, prima di giudicare, comprendere ed essere vicini a un giovane come Fares, capire che, un ragazzo nella sua condizione, di fronte a un controllo della polizia, può spaventarsi, può scappare, magari perché per sopravvivere è costretto, per qualche motivo, a infrangere la legalità (non tutti abbiamo il culo coperto) senza per forza avere dei crimini sulla coscienza. Comprendere prima di giudicare. Se Fares avesse ricevuto comprensione, aiuto, solidarietà, affetto da questa città, probabilmente adesso sarebbe ancora vivo. Non sarebbe morto annegato solo come un cane.

Certo, il coprifuoco che ancora incombe su questo paese, davvero, non lo ha aiutato a sopravvivere: senza coprifuoco, forse, qualcuno lo avrebbe soccorso o magari non sarebbe fuggito dove è fuggito, chissà. Ma il coprifuoco è ancora un’arma a doppio taglio che lo fa apparire doppiamente criminale: “certo” – ci aspettiamo ancora da quei commenti di odio – “se c’era il coprifuoco perché non se ne stava a casa? Se l’è davvero cercata”. Solo, abbandonato dalle istituzioni di questa città anche dopo morto; una tragedia passata sotto silenzio, alla quale è stato dedicato solo un trafiletto sul quotidiano locale. Come cantava Francesco Guccini (in relazione a una vicenda di stupro), si tratta di “una piccola storia ignobile che non merita nemmeno due colonne su un giornale, che non merita nemmeno l’attenzione della gente”. La canzone si concludeva, in modo amaro, “se tu te la sei voluta, cosa puoi mai farci adesso, e i politici han ben altro a cui pensare”. La tragedia che investe chi è in una condizione di minorità, sia una ragazza stuprata o un giovane immigrato, “non merita nemmeno l’attenzione della gente”. E così è stato: “una piccola storia ignobile” che ha reso ignobile un’intera città.

 

 

Foto presa dal Manifesto.

Print Friendly, PDF & Email

In questo sito usiamo cookie tecnici, anche di terze parti, per consentire al sito di funzionare correttamente e per generare rapporti sull’utilizzo della navigazione. Abilitando questi cookie, ci aiuti a offrirti un’esperienza migliore .

Privacy policyCookie policy.