Nuovo Ospedale: la parodia della partecipazione

“La tecnocrazia e la burocrazia hanno preso il sopravvento sugli istituti di partecipazione. Il controllo dei cittadini è svilito da un informazione scarsa e manipolata. Poche persone decidono della pace e della guerra, del benessere e del disagio di tutti. La moltitudine è assente” (Aldo Capitini Il potere di tutti).

Antefatto: il 24 luglio il primo cittadino di Livorno comunica in conferenza stampa l’avvio di un percorso partecipativo sul nuovo ospedale precisando che : “siamo aperti a qualsiasi suggerimento dettato dal buon senso, ma la destinazione è stabilita (?)”e affermando: “non credo che un percorso del genere sulle grandi opere sia mai stato fatto”. Prosegue “La condivisione arriva da un consiglio comunale (quale? Che delibera?) prima della firma dell’accordo di programma, in tempi non sospetti. Le lamentele dei cittadini sono opposizione politica (?)”. Nel proseguito della conferenza viene fuori che il percorso partecipativo sarà composto da focus group e laboratori tematici articolati in due fasi, a sua volta suddivise in cinque step, si partirà dal preliminare di fattibilità e il processo sarà seguito da una società privata specializzata nel settore. La prima fase, preparatoria, si concluderà il 31 agosto con l’apertura di una sito web dedicato al percorso partecipativo che permette la compilazione on-line di un questionario da parte dei cittadini. Successivamente a cavallo tra i mesi di settembre e ottobre, ci sarà un focus group di esperti “a porte chiuse”( la partecipazione richiede riservatezza e non inclusività?) per focalizzare aspetti da approfondire in un successivo laboratorio tematico (anche questo a Porte chiuse?). Alla fine di questa prima tappa la ASL Toscana Nord-ovest riceverà le conclusioni di cui avvalersi per la stesura dello studio di fattibilità definitivo. La seconda tappa prevede laboratori di divulgazione ed esposizione dello studio di fattibilità definitivo”a cui seguirà un fase detta di “nuovo Inizio”(?), dove si potranno comunque avanzare nuove proposte ( a che pro se è tutto già definitivo?). Nel processo partecipativo sono previste assemblee (plenarie? tematiche? di quartiere? In quale numero e con quali funzioni? Potranno incidere sul processo decisionale?) in spazi ancora da determinare, congiunte alla possibilità di partecipare anche per via telematica con l’invio di proposte. Tutto il processo dovrà chiudersi con un report finale entro il mese di dicembre p.v. (riferimento notizia: il Tirreno del 25 luglio pag IX cronaca di Livorno).
A questo punto occorrono delle chiarificazioni.
Il percorso definito come partecipativo lanciato dal comune di Livorno non è, né vuole essere un dibattito pubblico, cioè un processo di informazione, confronto pubblico e partecipazione su opere, progetti o interventi di particolare rilevanza per la comunità regionale, in materia ambientale, territoriale, paesaggistica, sociale, culturale ed economica. Nonostante che per le grandi opere sia obbligatorio per il dibattito pubblico per investimenti complessivi superiori a 50.000.000 euro, come prescrive la Legge Regionale n°46 del 2013 all’art.7, tale normativa non è stata applicata. In aggiunta, l’art. 22 del D.Lgs n°50 del 2016, ci menziona che lo strumento consultivo deve intervenire prima, cioè nella fase di elaborazione del progetto di fattibilità, in modo da rendere la partecipazione utile all’eventuali modifiche. Si ricorda a tal fine il pubblico dibattito svolto tra il settembre del 2015 e l’ottobre del 2016 sul porto di Livorno a riguardo della darsena Europa, la cui responsabile, nominata con delibera del 21.12.2015 era Sophie Guilain. L’agenzia di facilitazione e di consulenza dei servizi che predispose la logistica degli incontri pubblici, è la stessa utilizzata dal comune per l’attuale processo partecipativo del Nuovo Ospedale. Si ricorda il pubblico dibattito sulla gronda di Genova, quello sulle attività estrattive del Comune di Gavorrano e quello concesso dalla regione toscana per la costruzione di un nuovo ponte sul fiume Arno. Pertanto non si comprende le ragioni per cui non si sia avuto l’ardire politico e la lungimiranza partecipativa di proporre il dibattito pubblico su un opera come quella del nuovo ospedale dal costo di oltre 240 milioni di euro. Perciò ci troviamo di fronte ad un processo tutto da inquadrare dal punto di vista partecipativo che, mi sembra, non abbia colto la necessità di aprire strutturalmente ad una partecipazione democratica proveniente dal basso. Tale tesi trova il suo riscontro in alcune “stramberie” come quella dei focus group a porte chiuse di esperti. La sanità pubblica, proprio perché pubblica non può essere di esclusivo dominio di una casta sacerdotale di eletti, per quanto esperti essi siano, né tanto meno di amministratori-ragionieri o politici di turno taglia e cuci. La struttura del processo partecipativo risulta fortemente ingabbiata in regole ferree imposte dall’alto (come la collocazione del nuovo ospedale e la sua struttura a monoblocco che non possono essere oggetto di discussione e di modifica). La logistica è precostituita e condotta da specialisti e facilitatori ben addestrati alla gestione creativa dei conflitti; il peso decisionale assegnato agli stakeolders, agli esperti, agli amministratori ASL, ai politici, risulta eccessivo in confronto a quello espresso dai lavoratori ospedalieri, dai cittadini, dai pazienti e dalle famiglie. Il modello di partecipazione proposto in conferenza stampa, senza alcun confronto con la cittadinanza, appare come una concessione calata dall’alto. Un processo “decorativo”che serve a magnificare come democratiche cose già decise nel palazzo dalla componente politico-amministrativa. Questo processo “decorativo” svolge, ahimè, anche il compito di non parlare del modello sanitario più utile al nostro territorio. Nonostante i limiti del modello sanitario attuale, messi in luce dal covid-19, che dovrebbero spingere a ripensare attentamente ai modelli fin ad ora proposti, si legittimano invece maggiori razionalizzazioni dei servizi sul territorio ai fini dei contenimenti di spesa ottenuti anche con il taglio degli organici. Le vere problematiche sanitarie richiedono ben altri approcci e risorse.
Ribaditi e definiti i limiti e le incongruenze di questo finto percorso partecipativo, cominciamo a enunciare chiaramente cosa si intende con partecipazione vera e propria. Senza perdere troppo tempo in definizioni sintetiche e schematiche, il termine di per sé è polisemico; definiamo la partecipazione come processo collettivo che muove dal basso verso l’alto che intende promuovere relazioni costruttive e alla pari nei processi decisionali politici ed economici e collaborando in sinergia con le istituzioni democraticamente elette. La partecipazione è “Uno strumento di liberazione dalle coazioni del mercato, un antidoto ai modelli di globalizzazione” (Magnaghi). Il fatto di non mettere in discussione la legittimazione delle istituzioni, dovrebbe spegnere i timori dei politici verso la partecipazione e spingerli verso il superamento della finzione partecipativa che si limita ad un semplice ascolto senza nessuna valenza sulle decisioni finali. Rientrano nella vera partecipazione le esperienze tipiche di bilancio partecipativo proprie del Sud America (Porto Alegre) e di alcune città spagnole ed italiane. Occorre inoltre evidenziare che la partecipazione orizzontale dal basso, valorizza le procedure di trasparenza e di informazione, ottimi antidoti per fermare i processi virali di corruzione. Camuffare i processi partecipativi per manipolarli a fini di opportunismo politico, risulta un pessimo servizio alla collettività. Ecco perché tali finzioni partecipative le sono state definite “parodie”, ovvero cattive imitazioni di quello che dovrebbero essere e non sono: finzioni che scivolano nel tragicomico, nell’osceno per le ricadute in termini di mancata partecipazione effettiva della collettività. U.Allegretti, in un articolo sulle basi giuridiche della democrazia partecipativa, definisce la partecipazione reale come il luogo della cittadinanza e della capacitazione politica dei cittadini. Come si vede siamo ben lontani da questo luogo
”Il controllo dei cittadini è svilito da un informazione scarsa e manipolata” (A.Capitini). G.Allegretti, definisce le esperienze di bilancio partecipativo come “un processo decisionale che consiste in una apertura della macchina statale alla partecipazione diretta ed effettiva della popolazione nell’assunzione di decisioni sugli obiettivi e la distribuzione degli investimenti pubblici”. Voglio ricordare che Livorno fa parte dell’agenda 21, un protocollo che si richiama alle politiche di partecipazione per le modalità di gestione dei processi. La partecipazione oltre che essere un problema di potere o meglio, di redistribuzione e condivisione di potere, riguarda anche l’aspetto del controllo popolare dei propri rappresentanti, controllo che rimane un momento essenziale della democrazia rappresentativa, dopo l’elezione dei propri rappresentati, come ricorda U.Allegretti citando P.Ginsborg in “la democrazia che non c’è”. Il controllo popolare di fatto è stato sostituito da apparati istituzionali, la cui composizione non è formata da rappresentanti democraticamente eletti dal popolo.
“L’attuale democrazia rappresentativa, sostanzialmente una democrazia incontrollata nelle sue istituzioni , è qualitativamente in decadenza…”come ci fa notare U.Allegretti (Democrazia amministrazione controlli convegno organizzato nel 2007 dall’ università della Calabria). Parlando di controllo e di potere siamo dunque giunti ad un punto centrale della questione partecipazione che ci permette di poter stabilire quando un processo è veramente partecipativo. A tal fine, si richiama la scala della partecipazione di Sherry R.Arnstein del 1969 che trovo molto utile per concludere il discorso e fornire uno strumento che permetta di individuare i falsi processi partecipativi. La scala di partecipazione dei cittadini della Arnstein è composta da otto gradini che definiscono il grado di partecipazione. Ai primi due scalini troviamo la “manipolazione e la terapia” che definiscono la completa assenza di partecipazione. Con la terapia la Arnestein metteva a nudo la mentalità della politica di allora, di considerare la democrazia rappresentativa come un farmaco adatto a curare ed educare il cittadino verso la partecipazione. Il cittadino veniva visto come affetto da limiti e carenze con comportamenti da correggere con informazione, discorsi retorici, iniziative (G.Gangemini). La manipolazione non è molto distante dalla terapia, ecco la ragione per cui questi due step sono posti nella categoria della non partecipazione. Salendo più in alto nella scala, troviamo la categoria della finta partecipazione o “tokenism”, composta dagli scalini della “pacificazione” (quella che oggi chiameremo gestione creativa dei conflitti), della “consultazione” e dell’ “informazione”. Per “tokenism”si intente qualcosa di apparente, di simbolico, di formale, di finto, come i soldi del monopoli. “Tutto ciò che viene spacciato per partecipazione ma che partecipazione non è” (G.Gangemini). Infine, ancora più su, troviamo il potere e il controllo del cittadino che è inquadrato nella categoria della vera partecipazione suddivisa in: paternariato, potere delegato, controllo del cittadino (G.Gangemini). Siamo quindi giunti alla fine del percorso che ci permette di inquadrare il percorso partecipativo del nuovo ospedale come una cosa dalle diverse facce che possono essere comprese nei loro vari aspetti solo collocandola tra i primi cinque scalini della scala di Shelli.R. Arnestein.
Considerazioni finali
Le pesantissime contraddizioni emerse da questa concisa analisi del processo partecipativo sul nuovo ospedale di Livorno mettono in luce, parafrasando il Macchiavelli del “Il principe”, che a livello politico-partecipativo sembrano esistere tre generazione di cervelli: quelli che capiscono da soli, quelli che per capire hanno bisogno degli altri e quelli che non capiscono né da soli né grazie agli altri. I primi sono eccellentissimi ma rarissimi, i secondi eccellenti ma rari, i terzi inutili e numerosi e a poco servono per dare una svolta in senso partecipativo alla nostra città.

{D@ttero}

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