L’ecologia non è mai giardinaggio

Riguardo a Murray Bookchin, autore americano, tra i fondatori della disciplina chiamata Ecologia Sociale, vorremmo capire se il suo modello rivoluzionario, problematizzato dai “curdi” (assunto in realtà in contesti sociali che esprimono multietnicità) , concretizzato tra mille difficoltà in medio oriente, si possa applicare in maniera universale, oppure se dipenda l’applicabilità di quel modello a contesti storici e geografici specifici. Comunque sia, può essere utile comprendere quali variabili nell’attualità delle società a capitalismo maturo facciano gioco a simile ragionamento politico. Ora, in una prospettiva teorica che non guardi con rilevanza ontologica prioritaria ad un qualsiasi elemento di realtà, spaziale o temporale che sia, che non assegni centralità né alla storicità degli Stati Nazione, offrendo a questi l’ennesima garanzia di sopravvivenza, né ad una qualche variabile economica o sociologica, come un proletariato industriale illuminato, faro ed unica garanzia in una percorso di trasformazione sociale, è importante ribaltare un dualismo specifico: quello che lega, per semplificare in maniera altamente rappresentativa, in un riduzionismo spaziale, che ci faccia da strumento di analisi, da ideal-tipo, il centro alla periferia. Centro di un’ontologia  del reale con le sue propaggini periferiche; come pensare che la realtà sia emanazione di un unico motore, di una divinità per esempio, in maniera unilaterale ed unidirezionale. La “fabbrica” non può  più essere l’unico “centro” di un’attività rivoluzionaria. Usciamo dall’ordine di idee inoltre che i modelli di sviluppo territoriale debbano essere ovunque i medesimi, giacchè questi si innestano sempre su del materiale dato che tende, nelle zone appunto periferiche di realtà, a variare; la visione di un unico modello di sviluppo è il più delle volte un’assurdità malata di europocentrismo. Tornando a Bookchin, l’autore americano ha importanti intuizione circa alcuni criticità sistemiche che attualizzano e materializzano le varie teorie sul crollo. Il crollo che ci descrive però non è un crollo “progressista”, lineare: dopo il capitalismo succederà automaticamente il socialismo ed il regno dei cieli così sarà realizzato in terra. Il crollo che ci descrive è in realtà un evento catastrofico, potremmo dire apocalittico. Entriamoci bene nel merito. Assunto base è la distruttività del capitalismo, collocando simili tendenze in uno squilibrio di base tra umanità e natura, ambiente. E’ chiara la ripresa da “Dialettica dell’Illuminismo”, produzione francofortese in cui viene escogitato il concetto di “logica del dominio”: dominio dell’uomo sull’uomo che si muove parallelamente al dominio dell’uomo sulla natura. I due problemi per i marxisti francofortesi sono intimamente intrecciati. Aggredendo la natura aggredisci pure l’uomo; è un’operazione idealistica astrarre l’uomo dalla natura, come ente celeste ed isolato. Ebbene, l’Ecologia Sociale metterebbe a problema suddetti rapporti di squilibrio. Si differenzia inoltre dall’ambientalismo, che mantiene un’attitudine di passività della natura, mettendo pur sempre un ambiente passivo a disposizione dell’uomo; qui l’uomo continua perciò ad esercitare una relazione di dominanza rispetto alla natura. L’Ecologia si occupa così della relazione aperta, profonda, comunicativa, costante e reciproca che lega l’uomo alla natura. Come e dove allora l’ecologia diviene disciplina critica? La risposta non può che essere contestuale; è chiaro come in un contesto storico che esaspera a favore dell’uomo la relazione uomo-natura la criticità di una disciplina come l’ecologia non possa che intervenire per restituire un equilibrio nella stessa relazione. Se il capitalismo oggi cannibalizza con le sue economie di scala l’ambiente ad ogni latitudine, è evidente che questo snodo critico dell’attualità presti gioco e funzionalità ampia all’ecologia, nella sua attitudine più genuinamente critica. Riguardo a quanto scrivevamo sopra, circa il rapporto tra centro e periferia, la nozione di ecosistema va ad esaltare il nostro ragionamento: sensibilità verso gli spaccati di realtà periferici, verso cioè i modelli di sviluppo (o di non sviluppo) locali. Ogni regione periferica contiene in se parte delle regole del gioco, identità non completamente irrelata rispetto alla cosiddetta totalità del sistema ma anche caratteristiche fondanti appunto un’identità parziale. Ribaltando il rapporto tra centro e periferia ogni ecosistema diventa padrone di se stesso, arrivando ad esprimere anche esigenze a se stanti. Possiamo ben dire che molti ecosistemi sperimentino una degradazione indotta da leggi di sviluppo indotte a livelli superiori, subendo politiche e direzioni evolutive altrimenti aliene; intorno a questi nodi possono essere sviluppate situazioni ad alta conflittualità. Inoltre, l’ecologia possiede un potenziale enorme sul piano del costruttivismo sociale: le relazioni interne all’ecosistema sono dinamiche, innovative, perfettibili e migliorative, con adattamenti specifici mai statici e definitivi. L’identità reale dell’ecosistema si realizza e perfeziona appunto in questi adattamenti. Ogni elemento periferico contiene e parla il linguaggio della totalità attraverso le proprie specificità irriducibili. Si predica, per la felicità del cielo il superamento del dualismo tra soggetto ed oggetto: l’uomo è parte integrante del processo naturale, non si separa dall’oggetto. Per Bookchin sono le società organiche a fare da modello in questa direzione, essendo esse primitive ma egualitarie, modelli di equilibrio con l’ambiente. La filogenesi della società, la sua evoluzione spinge direttamente verso le cosiddette società gerarchiche, contraddittorie e squilibrate. La tesi di Bookchin è che, ridimensionando il ruolo della donna si compì un passaggio storico: il passaggio dalle prime società agricole, dal neolitico alle prime grandi civiltà, passando da un controllo collettivo della produzione per esempio ad uno elitario. Ora, un conflitto che prolifera, che agisce ad ogni livello del sistema sociale, di un sistema sociale da abbattere senza lasciarli alcuna attenuante, ogni snodo problematico di attualità rappresenta un potenziale punto di attacco per il sistema in generale. La tradizione filosofica occidentale possiede una figura concettuale espressiva ai fini di un ragionamento dell’emancipazione femminile. Emancipazione che, nella figura del “servo e del padrone”, di matrice hegeliana, già ricorsa da Marx per spiegare l’andamento storico, potenziale e progressivo della classe operaia rivoluzionaria, inquadra la posizione di un “soggetto assoggettato” e di un altro “assoggettante”, lungo una rappresentazione dualistica e forse riduzionistica, ma pur sempre enfatizzante le necessità emancipatorie del “soggetto assoggettato”: chi subisce il peso dell’attualità, vedendo impossibilitato il proprio sistema di aspettative, ebbene è questa una soggettività potenzialmente radicale. Applichiamo così ideal-tipicamente la classica figura del servo e del padrone per spiegare la relazione che lega un soggetto assoggettato ad un altro che eserciti concretamente una relazione di potere. C’è di più, però dal nostro punto di vista: la relazione tra uomo e donna potrebbe essere definita forse, non a torto, come strutturale. Nei processi di socializzazione la famiglia gode di centralità, è un’agenzia primaria, senza che faccia eccezione manco la moderna famiglia nucleare. Qui, vi si esercitano forme di assoggettamento del genere femminile. Noi tutti veniamo educati a questi rapporti di soggezione ed è per questo che la relazione potrebbe venire chiamata come strutturale, ossia “genetica” da un punto di vista sociologico. Si pensi alla nozione freudiana di Super Io, che va a contenere la coscienza morale dell’individuo nell’età adulta. Questa coscienza si forma attraverso il superamento del Complesso di Edipo, tensione triangolare in cui la donna gioca il ruolo di soggetto debole, ovvero di oggetto di una disputa, di oggetto. Freud sceglie un’etica patriarcale e quest’etica è esattamente lo specchio della società da cui scaturisce. Quest’etica viene collocata molto in profondità, fino alle agenzie di socializzazione primaria. Un dramma primigenio che si consuma nelle mura domestiche, l’ontogenesi forse di ogni relazione di potere. Per questo intervenire sul genere può significare anche intervenire su ogni rapporto di potere, sul rapporto di potere sui generis. Che poi è un rapporto reale, non sui generis. Ma che sta a significare, a vivificare, a orientare senso all’interno di altri rapporti di potere. Non a caso Bookchin sostiene che la gerarchia si instauri non solo nel mondo reale, ma anche nell’inconscio individuale, che poi è realtà pur sempre, quella irrazionale dell’inconscio, una volta che se postuli esistenza ed efficacia. Secondo Bookchin, prima ancora che si insediasse nella società il dominio di classe, altre relazioni, rapporti di potere differenti preparavano il terreno per ogni forma di dominio. Le cosiddette relazioni di gerarchia, bisogna riconoscerlo, a livello nozionistico portano con se ampiezza e profondità, ma anche precisione, cura del dettaglio, esaltazione della perifericità della relazione che di volta in volta viene messa a problema. Spieghiamoci meglio: le relazioni gerarchiche definiscono un campo talmente ampio di relazioni di potere da, apparentemente, sembrare di parlare di tutto e di niente, ma in realtà tanto ampio da potere considerare la realtà per quello che è:  un’entità complessa, talmente complessa da potere essere pensata  nei termini dell’infinità, esattamente come fa il capitalismo quando cerca, sempre e costantemente, di allargare il campo, di moltiplicare profitti, di fare economie di scala insomma. Le relazione di gerarchia, pur andando a dare definizione generale di una pluralità di fenomeni, inclusi i rapporti di classe, basano la loro stessa definizione sulla nozione di relazione di potere, sociologicamente significativa e ne impostano una critica. Il problema della politica rivoluzionaria a quel punto, non si esaurisce più nell’apertura di contraddizioni nei rapporti di classe, ma nell’attaccare ogni nodo, ogni punto dei sistema sociale in cui si innesti una relazione di potere. Ovunque l’agire sociale di un soggetto si leghi in modo non biunivoco ad un altro soggetto, abbiamo una relazione di potere. Le relazioni di potere però sono trasversali rispetto alla società, nel senso che la attraversano, la sostanziano, questa società, collocandosi nei livelli più disparati del tessuto sociale. Se le relazioni di classe, come predicate per “tradizione”,  vogliono la mediazione dell’economico, dei rapporti di produzione per dare una soggettivazione individuale in cui materializzarsi, per dare concretezza all’esercizio delle stesse ed a partire della quale declinare, con un riduzionismo, tutte le altre relazioni, per le relazioni gerarchiche non possiamo dire lo stesso. Si parte qui da un dato empiricamente valido, ossia come le relazioni gerarchiche si esprimano in ambiti molteplici, inclusi quelli economici, per mantenere però un’apertura del sistema critico, permettendo anche di fare un’”ontologia del potere”, ossia di affrontare le singole relazioni di potere, o gerarchiche, nella loro datità empirica, cioè senza fare del sostanzialismo ed ipotizzare che per esempio dietro i rapporti di genere vi siano dei rapporti di classe. I problemi allora sono appunto affrontati in maniera aperta ed empirica: aperta, poiché non si PRE- suppone ancora prima di problematizzare la relazione gerarchica una priorità presunta assegnata ad una sfera altra, di natura diversa e che si presume faccia da causa efficiente, perciò per la stessa relazione gerarchica, presa nel suo campo performativo e dunque non come un fenomeno fermo, spiegato una volta per tutte; empirica, poiché il campo è performativo e non astratto e l’unica operazione che possa togliere empiricità alla situazione che consideriamo è appunto l’”astrazione sostanzialistica”, operazione idealistica e riduzionistica con cui si ridurrebbe del materiale complesso a pochi principi di base. Ma considerare la realtà in maniera aperta ed empirica non significa forse guardare in maniera microscopica alla stessa? Evitare la dimensione del “molare”, dei grandi numeri, dei grandi sistemi totalizzanti? Significa avere sensibilità di intervento in ogni nodo problematico del tessuto sociale, dunque agire politico che fa proliferare la conflittualità ovunque, nel tessuto sociale; nei problemi relativi al genere, nelle prevaricazioni tra uomo ed ambiente, nei rapporti di produzione, nella spoliazione della cittadinanza attiva ecc… Gli ecosistemi esprimono queste esigenze periferiche, di particolarità locali, opponendosi per loro stessa natura alle leggi di sedicente sviluppo universale, leggi che vi si innestano oggi spesso come forzature deformanti. Le relazioni di gerarchia insomma possiedono quella flessibilità definitoria che consente di mettere a problema nodi di potere tra loro in parte irrelati, dunque aprono lo spazio per una conflittualità proliferante e specifica, “molecolare”. Allora perché, dovremmo domandarci, le relazioni di genere dettano una filogenesi in Bookchin di tutte le relazioni gerarchiche? Marx ed Engels stessi ci parlano di un comunismo primitivo, su cui con l’espansione delle forze produttive si sono innestati successivi rapporti di ordine schiavista, prime cellule delle classi sociali contemporanee. La domanda dovrebbe essere: necessitiamo di un qualsiasi riduzionismo, sia esso il genere, la produzione, l’ambiente, per capire che il potere si concretizzi su livelli plurali, differenziali? E che è nelle relazioni di potere in ATTO, che il capitalismo trova la sua materializzazione? Come ogni sistema sociale non libero, esso si materializza nelle relazioni di potere orientandole verso i propri obiettivi, e queste relazioni di potere attengono sia al genere che alla produzione;  senza un intervento molteplice non si produce un agire politico rivoluzionario. La filogenesi delle relazioni gerarchiche che costruisce Bookchin non è autoritaria e riduzionistica: lui non dice, per esempio, che tutto debba essere ridotto alle relazioni di genere giacchè da li, a suo giudizio, partirebbe ogni rapporto gerarchico. Questo problema, dell’equilibrio tra le “variabili rivoluzionarie” resta qualcosa di irrisolto anche nell’” Ecologia della Libertà”, il suo testo principale. Non ci sembra che operi un riduzionismo, ma neanche che discuta l’operare nel mondo contemporaneo di tutte le variabili del potere e di tutti gli snodi potenzialmente rivoluzionari legati ad esse. Non si discute ne una gerarchia tra relazioni di potere, né una priorità netta di una contraddizione sociale su un’altra. Semplicemente, si costruisce una filogenesi non invadente, con materiale letterario di carattere principalmente antropologico si cerca di individuare dove storicamente vadano a collocarsi le prime relazioni di potere. L’omissione di cui parlavamo sopra in realtà, circa la  discussione sulla priorità tra le contraddizioni è carica di potenzialità: non è un difetto, ma l’apertura di un campo di discussione ed azione. Sebbene secondo Bookchin molto, tutto, inizi con la società patriarcale, mai dice che si debba intervenire solo sulle relazioni di genere per cambiare il mondo; semplicemente, dice che se anche la società patriarcale non sarà superata, ogni cambiamento non potrà che essere monco, incompleto. Quindi, il discrimine tra chi voglia assumere questa prospettiva e chi la rifiuti parla così oggi: sono rivoluzionario oppure no? Riesco a pensare una nozione di rivoluzione, quindi di cambiamento di paradigma sociale, di una società ad alta complessità, oppure sono sicuro che basti intervenire su un solo aspetto, su una sola contraddizione del sistema sociale per completare un processo emancipativo? Evidentemente, dipenderà anche dall’ampiezza e dalla profondità della nozione di rivoluzione che riuscirò a pensare. Si apre così, come scrivevamo sopra un “campo di discussione”, la possibilità di decidere dove e come intervenire su un “piatto ricco”, su una pluralità di contraddizioni e tanto più ampia sarà  la valutazione che saprò svolgere tanto più sarà profonda anche l’idea di rivoluzione che riuscirò a pensare. La società patriarcale secondo Bookchin non usurpa storicamente alcunchè: fonda semmai ed inventa la nozione di potere. Posta così la questione, diventa difficile eticamente non attaccare il potere sui generis per un agire politico rivoluzionario. L’idea può sembrare peregrina, ma attenzione a non scadere nella superficialità. Alcuni cambiamenti di paradigmi sociali sono stati accompagnati ed indotti da alcune sollecitazioni specifiche, da alcune “invenzioni”: il capitalismo senza la spinta del pensiero scientifico non sarebbe mai diventato quello che è oggi, senza il vapore ed il macchinismo non sarebbe mai potuto essere il modello egemone di società. In “L’Ecologia della Libertà”, ci sono numerose testimonianze di quelle strutture ideologiche che attesterebbero la nascita e l’affermazione della gerarchia. Gli esempi si sprecano: si pensi a Platone ed al suo La Repubblica, dove postula una società ideale fortemente classista, basata sull’immobilità interna e su di una netta divisione del lavoro. Ora, sempre secondo Bookchin è il modello ateniese la base di una riflessione importante sulla nozione di cittadinanza attiva, con la quale si risolverebbe, nell’esercizio di funzioni sociali e politiche di Libertà, l’esercizio anche di attività rivoluzionaria.  Ad Atene, nell’Atene Classica, si realizza uno spazio pubblico unico nella storia dell’umanità. La democrazia qui, secondo lui,  era un processo sociale, una pratica in se. Da questo punto di vista si può sostenere che l’esercizio di funzioni politiche di base e democratiche quindi, sia la condizione necessaria e sufficiente per una ripartenza, per la creazione di tendenze sociali e politiche aperte ed innovative. E’ probabile che in una società a capitalismo avanzato la “riduzione al politico” non basti per realizzare una “rivoluzione permanente”. Però è vero anche che il contesto europeo attuale (a suo modo, un ecosistema)  imponga una distanza abissale tra gli organi di governo e la cittadinanza attiva e che, scavalcando questa distanza, accorciandola si possano eludere i sistemi di eterodirezione dei territori, i veri ecosistemi molecolari, dove si giocano i precipitati dello sfruttamento, le sue condizioni materiali, dove si gioca insomma una partita fondamentale sui fenomeni di alienazione. Ecco perché l’ecologia sociale non sia giardinaggio: perché già la sua definizione apre a possibilità concrete di conflittualità diffusa, perché essa è già, di per se, dettato anticapitalista.

DIEGO SARRI

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