Post-Fascismo ritorno di fiamma o nuove regole del gioco?
“Antifascista” può diventare un giorno una parola inutile e molesta nel ricordo come “fascista”. Tranne un caso. Quello che i residui del fascismo ancora ricomparissero accanto o dentro i nuovi allineamenti politici.” (cit A.Capitini ,1944)
Ci sono momenti, nella vita individuale e collettiva, in cui emerge la necessità di fermarsi a riflettere sulla realtà politica, sociale ed economica che ci circonda. Oggi più che mai nasce proprio questa esigenza e rappresenta, al tempo stesso, la testimonianza concreta di un antifascismo che prova finalmente a uscire dal guscio di ferro in cui è rimasto a lungo congelato. Un antifascismo che rifiuta di ridursi a semplice rituale celebrativo della memoria: una memoria necessaria, certamente, ma che da sola non basta più, poiché incapace di produrre un’efficace azione politica e culturale di resistenza.
Oggi siamo chiamati a confrontarci con un fenomeno che si è trasformato nel tempo, assumendo nuove forme linguistiche, culturali, estetiche e antropologiche. Per comprenderlo non bastano più le categorie tradizionali: occorrono nuovi strumenti di analisi e nuove chiavi interpretative. È necessario interrogarsi sui nuovi volti del fascismo contemporaneo.
In questo quadro, il termine “post-fascismo” appare forse il più adatto a descrivere la fase attuale. Esso richiama una evidente continuità con il neofascismo e con alcuni elementi del fascismo storico, ma segnala anche una distanza rispetto alla tradizione novecentesca, dovuta all’emergere di linguaggi, pratiche e strategie profondamente mutate. Per post-fascismo si può intendere una forma contemporanea di cultura politica autoritaria che, pur prendendo formalmente le distanze dal fascismo storico, ne conserva immaginario, pulsioni identitarie, dispositivi retorici e concezione gerarchica della società.
“Ogni tempo ha il suo fascismo”. La celebre affermazione di Primo Levi, pubblicata nel 1974 sul Corriere della Sera nell’articolo Un passato che credevamo non tornasse più, conserva oggi una straordinaria attualità. L’intuizione di Levi è stata ripresa, anni dopo, da Michela Murgia nel saggio satirico Istruzioni per diventare fascisti. Attraverso il provocatorio strumento del “fascistometro”, volto a misurare il grado di adesione a una mentalità autoritaria, Murgia ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema della persistenza culturale del fascismo nella società contemporanea.
Una riflessione analoga attraversa le tesi dello storico Luciano Canfora. Nel volume Il fascismo non è mai morto, Canfora sostiene che il fascismo non sia stato realmente sconfitto il 25 aprile 1945. L’ideologia fascista sarebbe sopravvissuta mutando forma, adattandosi alle democrazie occidentali come una sorta di “virus politico” capace di riemergere in contesti differenti. Oggi questo fenomeno si manifesta attraverso il suprematismo identitario, il razzismo, la xenofobia e la retorica della difesa culturale contro ogni forma di contaminazione sociale ed etnica.
Diversa, ma complementare, è la posizione dello storico Emilio Gentile. Nel saggio Chi è fascista, Gentile distingue nettamente il fascismo storico del Ventennio dalle sue sopravvivenze culturali. Se il regime mussoliniano appartiene definitivamente al passato, non sono invece scomparsi la mentalità autoritaria, il culto del capo, il rifiuto del dissenso e l’uso plebiscitario della politica. Secondo Gentile, tali fenomeni trovano terreno fecondo nella degenerazione della democrazia in una “democrazia recitativa”, ossia una democrazia puramente formale, svuotata di reale partecipazione critica.
Le riflessioni di Umberto Eco, contenute nella celebre conferenza tenuta alla Columbia University nel 1995, poi pubblicata con il titolo Il fascismo eterno, invece descrivono il fascismo come una struttura mentale permanente, un insieme di abitudini psicologiche e culturali che possono ripresentarsi in epoche differenti. Lo scrittore individua quattordici archetipi ricorrenti — tra cui il sincretismo ideologico, il populismo qualitativo, il rifiuto del pensiero critico, l’ossessione del complotto, xenofobia, irrazionalismo antiilluminista — capaci, anche singolarmente, di aggregare e far nascere nuove forme di autoritarismo .
Le riflessioni di Levi, Murgia, Canfora, Gentile ed Eco convergono dunque verso una medesima consapevolezza: il fascismo non può essere considerato soltanto un fenomeno storico confinato al Novecento, ma una possibilità politica e culturale sempre latente. Ci troviamo di fronte a un autoritarismo liquido e metamorfico, che non ha più bisogno della camicia nera o della conquista violenta dello Stato per affermarsi. Le nuove forme culturali del post-fascismo operano specialmente sul terreno culturale, simbolico e comunicativo, ovvero metapolitico.
La cultura post-fascista si manifesta anche attraverso “la macchina mitologica” dell’uso politico della storia, spesso ridotta a una sorta di “pappa omogeneizzata”, manipolabile e funzionale alla costruzione di un revisionismo volto a normalizzare — se non addirittura a beatificare — il Ventennio fascista. Tale processo agisce mediante la semplificazione del passato e l’appiattimento delle differenze tra oppressori e oppressi, tra vincitori e vinti, dissolvendo la complessità storica in una narrazione indistinta e ideologicamente orientata. Di tale orientamento culturale è esempio limpido la narrativa della memoria condivisa, della “morte della patria” per effetto della lotta tra fronti opposti — rossi e neri — che si trascina dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Si tratta di una rappresentazione immaginaria della memoria condivisa, costruita attraverso l’uso sistematico di omissioni, distorsioni e menzogne. In questo modo, le riscritture storiche e i simboli svuotati del loro contesto temporale diventano strumenti di una nuova estetica della retorica autoritaria, capace di mobilitare emozioni, paure e appartenenze identitarie, anziché coscienza critica e consapevolezza storica. Le teorie del complotto e le fake news rientrano in quella cultura della post-verità: un vero e proprio pozzo di fantasie tossiche con cui è stato colonizzato il web, ma anche nuovi strumenti di praxis politica atti a creare dubbi, usati come aggreganti politici e identitari.
Ad esempio, termini come Patria, Famiglia, Tradizione e Onore — se isolati dalla complessità storica e critica — vengono trasformati in feticci identitari. Strumenti capaci di mobilitare emozioni, paure e istinti, piuttosto che ragionamenti politici consapevoli. In questo modo il conflitto e il confronto democratici vengono progressivamente sostituiti da due elementi: la polarizzazione permanente e la costruzione del nemico.
Un ulteriore elemento di grande rilevanza riguarda il rapporto tra post-fascismo e nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale predittiva, i social network e gli algoritmi di sorveglianza, controllo e profilazione possono trasformarsi in potenti amplificatori della propaganda, della semplificazione estrema e della radicalizzazione del dibattito pubblico. Si profila così il rischio di uno sconosciuto autoritarismo tecnologico, fondato sul controllo dei dati, dei flussi comunicativi e sull’intossicazione dell’immaginario collettivo. In questo scenario, le grandi piattaforme digitali, le logiche economiche globali e le nuove élite tecnocratiche rischiano di saldarsi alle pulsioni identitarie ed etnocratiche, generando forme mai viste di dominio politico e culturale. Non si tratta più del totalitarismo novecentesco, fondato esclusivamente sulla repressione fisica, ma di un potere capace di agire attraverso la manipolazione dell’informazione, la sorveglianza digitale e la costruzione algoritmica del consenso.
Per queste ragioni, appare oggi necessario costruire uno spazio di ricerca, analisi e formazione critica, capace di monitorare le trasformazioni dell’autoritarismo contemporaneo nei media, nella politica, nei linguaggi e nella cultura digitale. Comprendere il post-fascismo significa, infatti, comprendere le metamorfosi della democrazia contemporanea e difendere gli strumenti critici indispensabili per preservarne il carattere pluralista e costituzionale.
L’antifascismo del XXI secolo non può limitarsi alla commemorazione del passato, ma deve diventare pratica critica quotidiana, educazione democratica e capacità di interpretare i mutamenti del potere nel presente. Solo così la memoria potrà trasformarsi da semplice celebrazione in una concreta forma di resistenza culturale e politica.
Infine, desidero ricordare come Ferruccio Parri ripetesse spesso pubblicamente che l’antifascismo non deve essere cercato in quello «ufficiale, cerimoniale, inerte, mummificato, rituale o liturgico». Sulla stessa linea gli faceva eco Norberto Bobbio, quando parlava di una «Resistenza imbalsamata, impagliata, mummificata», così come affermò padre David Maria Turoldo nel 1985: «La Resistenza non può essere ridotta a una liturgia da parata, a un rito retorico e stantio. Il motto con cui noi abbiamo fatto la Resistenza era questo: “Non tradire più l’uomo”
D@ttero
Letture che hanno fatto da spunto all’articolo oltre quelle già citate.
Perché siamo ancora fascisti di F.Filippi
Il fascismo è finito il 25 aprile 1945 di M.Franzinelli
L’antifascismo non serve più a niente di C.Greppi
La crisi dell’antifascismo di Luzzato
Le nuove facce del fascismo di E.Traverso
La cultura di destra di F.Jesi
Antifascismo tra i giovani A.Capitini
Tecnofascismo di D.Di Cesare
Onnipotenti di I.Doda
Il neofascismo in grigio di C.Vercelli (https://www.youtube.com/watch?v=8lG0xcdPpHA)
Immagine da pixabay.com-37909074-ai-generated-8461094_1920

