Editoriali

Referendum e piazze tra oblio, quorum e utopia.

Mi ricordo che, un tempo, anche a sinistra si parlava di separazione delle carriere nella magistratura. Erano gli anni Ottanta quando emerse questa aspirazione: distinguere nettamente le funzioni tra giudici e pubblici ministeri. Il tema proseguì negli anni Novanta, sostenuto in particolare dai radicali.
Nel 2007, il secondo governo Prodi, tramite il ministro della Giustizia Clemente Mastella, presentò un disegno di legge di riforma costituzionale per la separazione delle carriere. La proposta prevedeva la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, ciascuno con proprie funzioni disciplinari. Il disegno di legge fu approvato al Senato con una maggioranza risicata: 159 voti favorevoli contro 148 contrari.
Le ragioni storiche alla base della separazione delle carriere e delle funzioni rispondono a diverse esigenze: evitare il passaggio da pubblico ministero a giudice e viceversa; allinearsi al contesto europeo, dove accusa e giudizio sono separati; assicurare la terzietà del giudice; garantire parità tra accusa e difesa.
Tuttavia, tutti i progetti di riforma non incidono sui mali cronici della giustizia italiana: la lunghezza dei procedimenti penali e civili, la situazione carceraria ormai al collasso, il reinserimento del reo nella società, nonché le gravi carenze strutturali del settore giudiziario, tra cui strutture inadeguate, carenza di personale, incertezza della pena e lentezza dei processi.
Nella proposta più recente, oggetto di referendum, emergevano inoltre alcuni rischi: quello di un possibile controllo o condizionamento del potere giudiziario da parte dell’esecutivo e forti dubbi legati sia al metodo del sorteggio sia all’elezione dei membri del CSM. Si tratta di aspetti che non erano previsti nei precedenti disegni di legge, i quali non mettevano in discussione il principio costituzionale dell’autonomia e della separazione dei poteri tra esecutivo, legislativo e giudiziario.
Questo breve richiamo serve anche a ricordare come la memoria collettiva degli italiani sia spesso fragile e come, talvolta, i partiti oscillino tra posizioni diverse e opposte a seconda del contesto politico e sociale del momento.
Il referendum sulla giustizia, però, non è stato solo una questione di memoria storica. Ha messo in luce, in modo evidente, come il quorum rappresenti di fatto uno strumento di resistenza passiva all’istituto referendario, incentivando l’astensione per finalità tattiche. Non a caso, più volte i referendum sono falliti proprio per il mancato raggiungimento del quorum.
Occorre fare, per completezza, anche un accenno al clima che ha caratterizzato la battaglia politica sul referendum, segnata dalla contrapposizione tra destra e sinistra e dal ruolo dei servizi sul web nella formazione dei due schieramenti.
L’impatto della rete ha sicuramente influenzato gli orientamenti di voto, ma ha inciso molto anche la dimensione emotiva ed empatica, che è tipicamente umana e che, almeno per ora, non appartiene all’intelligenza generativa di contenuti. Questo, probabilmente, è chiaro anche alla destra, che non è riuscita, attraverso il suo “cittadino zero”, a cambiare le sorti del voto. Allo stesso modo, non sembra che abbiano avuto un’influenza decisiva né le visualizzazioni guidate né gli appelli di star o influencer. Anzi, in molti casi si è osservata tra gli utenti una sorta di resistenza o rifiuto verso indicazioni su cosa fosse giusto fare.
Nel caso del referendum, oltre a una certa opacità e difficoltà di comprensione del tema, ha pesato molto la componente irrazionale ed emotiva: il cuore più del cervello. Parliamo di quei fattori che spingono a credere nei sogni e nelle utopie, che danno forza per non arrendersi davanti alle difficoltà e alle ingiustizie del mondo.
Nel clima referendario si sono scontrate due grandi spinte emotive: da una parte la rabbia e il desiderio di rivalsa, alimentati anche da una forte esposizione mediatica con l’uso strumentale di molti casi di cronaca; dall’altra la paura di perdere certezze e diritti costituzionali. Una paura legata anche all’incertezza su ciò che sarebbe potuto accadere in caso di vittoria del “sì”. Spesso, infatti, sono i decreti attuativi che seguono le riforme a chiarirne davvero gli effetti, e qui molti hanno percepito il rischio di un indebolimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, con possibili conseguenze più ampie nel tempo. Il fatto poi che tali decreti fossero già belli e pronti da lanciare a conclusione del referendum in caso di vittoria del fronte del si alimenta molti dubbi sulla purezza della riforma.
In sintesi, rabbia contro paura: due emozioni forti, e sappiamo quale delle due abbia prevalso. Ma dire solo questo sarebbe riduttivo.
Accanto alla paura si diffondeva anche un sentimento di rifiuto verso un potere percepito come liberticida e autoritario, allineato alle logiche geopolitiche imperiali e sensibile agli interessi delle élite finanziarie. Un potere che sembra incrinare l’idea stessa di un mondo migliore, quell’“isola che non c’è” fondata su pace, giustizia e rispetto dei diritti umani e internazionali. Un ideale pacifista che si oppone alle guerre, alle violenze sui civili, alle disuguaglianze economiche e sociali, e alle dinamiche di potere che orientano le scelte politiche a discapito dei più poveri ed emarginati.
La generazione Z si è mossa proprio in nome di quell’idea. Perché, in fondo, chi non crede più nella possibilità di migliorare il mondo rischia di rinunciare anche al cambiamento e al futuro.
E qui si arriva a una riflessione finale: quell’aspirazione all’“isola che non c’è” non si ritrova facilmente nello scenario politico del dopo referendum, ma va costruita e stimolata dal basso. Il “no” non ha incoronato alcun partito né rappresenta una delega in bianco al cosiddetto campo largo; è piuttosto una testimonianza forte della necessità di riportare la politica alla dimensione umana, lungo tutto l’arco della vita: dalla culla alla bara, dal lavoro alla casa, dalla salute all’istruzione, fino alla solidarietà verso i popoli oppressi dal neocolonialismo, colpiti da embarghi o feriti da processi di pulizia etnica. Questa tensione, tuttavia, non sembra emergere nemmeno dalle dinamiche del campo largo, che appare come un insieme eterogeneo, spesso in crisi di identità e privo di un progetto condiviso capace di indicare una direzione. In questo contesto si avverte più una difficoltà nel delineare un’idea concreta di futuro che una reale visione del domani.
Concludendo, penso che la posizione espressa dal voto di molti giovani, in particolare della generazione Z, ovvero i nati dal 1997 al 2012, possa essere intesa come una critica forte verso il sistema politico e le generazioni precedenti. Un avviso ai naviganti nel tempestoso mare della politica che non sembra essere stato afferrato fino in fondo.
E così, ancora una volta, c’è il rischio che , resti soltanto un sogno esiliato nelle proteste di piazza, perché troppo apocalittico e urticante per gli attuali dominatori del mondo. Ma i movimenti dimostrano che un’altra politica è possibile, con l’apparire dei corpi nelle piazze: uno spazio pubblico affollato, dove una moltitudine di uomini e donne dialoga e si confronta, testimoniando e producendo idee e direttrici future da seguire per rianimare una politica svilita e svuotata di contenuti, troppo fluida e adattabile alle forme di contenitori ideologici prestampati dagli interessi delle lobby finanziarie e dagli equilibri geopolitici di re e imperatori di turno, che ne hanno corrotto metodi, scopi e funzioni, spingendola verso la pura amministrazione dell’emergenza, con una forte riduzione della capacità di direzione politica e bloccando l’accesso alla cura degli interessi dei cittadini.
Certamente, per dare sostanza alla piazza, occorre anche passare attraverso tre snodi cruciali: dalla protesta a una proposta strutturata; dalla moltitudine dei corpi a una sintesi organizzativa; dalla critica all’esecutività, con la capacità di direzione politica degli apparati dello Stato, sia periferici sia centrali. Sono scogli che spesso si scontrano con il muro delle organizzazioni strutturate e burocratizzate, come istituzioni e partiti, rischiando di diventare semplici orpelli di facciata, da esibire come specchietti per le allodole.
Infine, voglio fare un cenno anche al fronte dell’astensione, che troppo spesso viene squalificato e depotenziato politicamente, ma che potrebbe rappresentare un sintomo di critica verso le capacità di direzione politica e quindi rafforzare, con il suo silenzio, il fronte del dissenso.

D@ttero

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