Territorio

Vandali e caos allo Scoglio della Regina. Ma cosa devono fa’ i bimbi?

“Ma cosa devono fa’ i bimbi? Sta buttati in mezzo alle strade a fumassi i tromboni tutto r giorno?”
(Abituali 21 racconti da bar – Luca Falorni)

Ancora una volta vandali, caos e furti vari a Livorno, persino nella piazzetta elegante sul mare  dello “Scoglio della Regina” dove i giovani e non solo sembrano bivaccare e rovinare quelle poche cose ristrutturate dall’amministrazione comunale di recente.
Ma perché lo fanno?
Nel racconto di Luca Falorni i due frequentatori del Bar Acca si pongono delle domande sui giovani e si danno pure delle risposte sensate, pur nei fumi e nelle dispersioni dell’alcol tracannato: “L’unica cosa sicura è che non possono nutrire soverchie illusioni sul loro lavoro e che non si devono far prendere per il didietro dalla furfanteria varia”
Certamente queste conversazioni letterarie da bar si avvicinano al cuore del problema più di mille pagine inutili che testate nazionali, informazione locale e piattaforme digitali ci propinano in continuazione.
Bisognerebbe invece cercare di comprendere le ragioni economiche, sociali e culturali che hanno portato quei ragazzi a essere quelli che sono, in Italia in particolare, e a considerare il loro mondo come parte integrante di un insieme globale e locale di cui tutti noi siamo responsabili.
Si tratta dunque di riprendere e moltiplicare piani, linee e strumenti d’azione e di conoscenza in nome di quel futuro che sembra sparito dall’orizzonte delle nuove generazioni.

Informazione

Il problema dell’informazione di questi ultimi anni fa parte di un processo più ampio di grande trasformazione del modo di raccontare grandi eventi storici, fatti politici e piccoli eventi quotidiani. Le ultimo sparate sui giovani che non hanno voglia imparare (gratis) del cuoco Alessandro Borghese e del saggio Flavio Briatore (di cui ricordiamo la famosa massima “ Il boss ha sempre ragione, anche quando ha torto. – Sei fuori!») non fanno che confermare questo nulla assoluto che ci sovrasta.
In questo processo economico, culturale, mediatico e tecnologico i grandi esclusi sembrano proprio i giovani: la loro fiducia nelle TV, nei giornali e negli articoli si avvicina allo zero; d’altro canto movimenti politici, sindacati e associazionismo di base, salvo rare eccezioni, rimangono slegati dalla condizione giovanile come se la società globale e i suoi mille canali di pervasività avesse vinto definitivamente la fondamentale battaglia intorno all’accesso alla conoscenza e all’informazione.
In questo modo divani e play station, droga, alcool a fiumi, baby gang, scontri a caschi e seggiolate, studenti picchiati e bulli vari riflettono e rimandano all’infinito l’immagine dei ragazzi scapestrati, vandali, fannulloni, privi di legami familiari e scolastici, con temi, post e sentenze varie che soltanto la destra riesce a far suoi a fini elettorali.

La politica che non c’è

A partire dagli anni 80 è iniziato un grande processo di ristrutturazione economica, sociale e culturale dove il capitalismo ha modificato radicalmente il mondo del lavoro, della finanza, della tecnologia e di riflesso il modo di fare politica: in questo processo multilineare i partiti, i sindacati e i movimenti radicali hanno perso una battaglia decisiva sul piano dell’azione politica, dell’informazione e della conoscenza. In questa sconfitta le nuove generazioni hanno pagato il prezzo più alto insieme alle fasce più povere e anziane della popolazione, in particolare in Italia.
La questione del vero reddito di esistenza, del salario minimo, della disoccupazione giovanile reale, non falsata da contratti a tempo determinato, a progetto e finte partite Iva, la lotta ecologica sembrano sfiorare marginalmente le nuove generazioni senza modificare il loro immaginario collettivo e il loro orizzonte politico, nonostante alcuni movimenti reali e concreti, uno su tutti, i lavoratori della GKN che hanno cercato di allargare il loro piano d’azione in altri contesti. Perché la politica non arriva più dove deve arrivare?
Manca di fatto un grande e profondo progetto d’insieme che rimetta in gioco radicalmente la nostra maniera di essere, di vivere i vari stadi della vita, di saper distinguere il necessario dal superfluo e di essere realmente parte dello spazio e del tempo di una città, di un insieme sociale e di un unico pianeta, oltre il capitalismo e oltre la società delle diseguaglianze.

Siamo sempre dentro l’economia

Ancora una il volta il dato economico rimane fondamentale per capire scelte e abitudini di famiglie e nuove generazioni. Prendiamo Livorno: nell’ultimo rapporto ISTAT per ogni 100 persone decedute arrivano soltanto 67 bambini mentre dieci anni fa 96! Livorno è ormai un paese di anziani dove ci sono solamente il 12,3% dei giovani da 0 a 14 anni. Ma sono i dati economici relativi alla disoccupazione giovanile, al salario minimo, al reddito dei nonni che non può reggere per sempre, alla chiusura continua di fabbriche e aziende nel nostro territorio, a interi nuclei familiari ridotti in condizioni di povertà, ceto medio frantumato, istruzione sempre più cara, impossibilità di vivere in maniera autonoma, pensioni irraggiungibili e quella paghetta che serve solo a comprare alcool, droga e giochi digitali che fanno paura. Fin troppo facile capire perché 7 under 35 su 10 vivono ancora con i genitori secondo gli ultimi dati ISTAT.
Se famiglia, scuola e società sono alla frutta e non costituiscono più quelle certezze di un tempo bisogna cercare di capire e arginare questo processo economico devastante e multilineare che non fa sconti a nessuno, a parte quel famoso 1%…

Capitalismo digitale

La pandemia in corso e ora anche la guerra in Ucraina sembrano aver accelerato un processo di trasformazione antropologica, già in atto da tempo, dove l’informazione sembra viaggiare a senso unico e dove le piattaforme digitali sono riuscite a mettere a valore qualsiasi forma di vita e di tempo del nostro vissuto. Non vi è più differenza tra tempo del lavoro, tempo scolastico e tempo libero: tutti gli spazi e i desideri del nostro mondo sono controllati, trasformati in algoritmi e big data per essere capitalizzati a dovere.
E i giovani sono i bersagli preferiti ormai da tempo: Instagram, TikTok e giochi EA-Sports rappresentano un mondo d’immagini e di forme di vita, di modelli e orizzonti di senso dove non si distingue più vita reale e relazione profonda, amicizia e falsi account, conoscenza e fantasmi digitali. La stessa intelligenza umana sembra essere in declino e gli ultimi studi in materia parlano della “pervasività della tecnologia e la sua influenza nei confronti dello sviluppo dell’attenzione e della concentrazione nei bambini cresciuti nell’era digitale…” (Pietro Zanetti)
Un’indagine condotta nella città di Bergamo dal progetto Selfie ha evidenziato che i giovani trascorrono in media 9 ore al giorno davanti allo schermo, dove praticamente il tempo di vita reale, sociale e relazionale, il profondo “faccia a faccia” di Levinas si riduce a poche ore se va bene. In questo senso Stiegler definisce “tecnologie dello spirito” l’insieme formato dalla convergenza tra audiovisivo e apparati delle telecomunicazioni e dell’informatica volto alla manipolazione del desiderio attraverso il marketing.

Spazi e tempi

In questo contesto storico sociale è importante comprendere che quei luoghi non luoghi di Marc Augé, centri commerciali, autostrade, carte di credito, periferie industriali, quartieri abbandonati, piattaforme digitali e applicazioni infinite costituiscono spazi in cui non si possono creare quelle condizioni necessarie che rendono possibile consapevolezza, condivisione, alleanze, relazioni per un nuovo possibile insieme sociale e umano.
Ma anche il tempo pervasivo del capitale cerca di mettere a profitto ogni secondo della nostra esistenza, controlla le consegne dei rider, stabilisce i ritmi dei lavoratori dei grandi magazzini, quel tempo economico che ruba tempo di vita, di relazione e di riflessione e che non diventa mai esperienza profonda, memoria collettiva, energia futura.
Sarà necessario ricostruire spazi umani e socio tecnologici di riflessività e di scambio per una nuova responsabilità individuale e collettiva, nella scuola ma oltre la scuola, nel quartiere ma oltre l’associazionismo di base, nelle piazze ma con nuovi strumenti d’azione; dovremo inventare luoghi e tempi di vita per ricostruire quel futuro dove prolungare i sogni, i respiri, i sentimenti e le relazioni di tutte le generazioni a venire.