Sardine & ©

“Simulacro è la verità che nasconde il fatto che non c’è alcuna verità” (J.Baudrillard)

Basta evocare il marchio 6000 sardine (copyright registrato all’Euipo) che un popolo di persone senza simboli di partito e bandiere torna a stipare le piazze deserte. Come Re taumaturghi, tre ragazzi ed una ragazza dalla faccia pulita e ben educati, figli di una borghesia media in crisi di identità, sono d’un colpo saliti sul trono luccicante dei mass-media. Essi sono riusciti con un colpo di genio quasi magicamente a riempire con un click sui social le piazze abbandonate colpite da tempo dalla fobia verso gli spazi aperti della sinistra istituzionalizzata. La riconquista della piazza ha fermato, contro ogni pronostico e messo in seria difficoltà, l’avanzata della corrazzata leghista condotta dalla “bestia” che ne stracciava la rotta nei marosi mari della politica italiana, ma ha anche spiazzato i professionisti della politica italiana dell’intero arco costituzionale. In poche settimane, l’onda delle sardine è passata da essere una speranza giovanile a un problema serio da dover affrontare per la destra sovranista e populista, lega in particolare. A sinistra si respira un certo imbarazzo misto ad un forte sentimento di simpatia e di fiducia per una possibile ripartenza politica dietro la scia dell’onda e dopo una serie di pesanti sconfitte in casa, Umbria docet. “6000 sardine” così si chiama il nuovo movimento anti-Salvini, sta crescendo a vista d’occhio contro ogni previsione. I fattori di coagulazione sono molti: l’antifascismo, la tolleranza, l’inclusione, l’antisovranismo, l’accoglienza, l’antirazzismo, la non violenza, l’ascolto. Le piazze d’Italia sono espugnate una dopo l’altra: Bologna, Modena, Perugia, Palermo, Rimini, ne sono una chiara testimonianza oggettiva. Il tutto sta accadendo sotto l’imperativo categorico di: “non portare bandiere o simboli di partiti e di associazioni”. Tutti si raccolgono sotto il messaggio limpido chiaro, semplice senza orpelli retorici o sintassi barocche di:” nome città non si lega”. Il nuovo movimento si autodefinisce “apartitico ma non apolitico”. Inoltre i riferimenti valoriali si richiamano anche ai diritti civili e al dettato costituzionale nato dalla lotta partigiana contro il nazifascismo. Tant’è che spesso nelle piazze spontaneamente si canta “bella ciao” ma anche Romagna mia. Nel mare delle sardine ognuno ci nuota dentro silenziosamente senza ostentazioni con tutto il suo bagaglio ideativo (principio di massima inclusione), quello che conta è essere insieme, fare massa, occupare gli spazi pubblici pacificamente. La cattiveria, l’odio per l’altro sono esclusi a priori e banditi dal loro vocabolario. La marea delle sardine condivide le buone maniere, un nuovo galateo di far politica, in modo non aggressivo o urlato, quello che si definisce political correctness. Sono modi, atteggiamenti, parole che hanno subito trovato gradita accoglienza negli animi delle persone che si riconoscono in questi branchi di pesce azzurro, di un azzurro “profondo come il mare”, tutte persone normali alle prese con i problemi di tutti i giorni.
Dal punto di vista della tecnica politica tale movimento è perfetto, la sua personalità mediatica penetrante, la sua tattica (quella del flash mob) si è rivelata vincente contro le destre. Il tutto avviene con costi ridottissimi e per auto convocazioni via web. Non c’è che dire l’idea e il modulo creato dai tre ragazzi e una ragazza funziona alla grande e il flash mob in programma a Roma non farà che confermare questa tendenza. Al consenso del popolo della sovranità e della rabbia si è risposto con il popolo dei diritti civili delle sardine, “un popolo di persone normali di tutte le età” che ama “… le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto” che crede ”… ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola” (il virgolettato è tratto dal manifesto delle sardine). Occorre notare che siamo di fronte ad un movimento in progress che non si muove di pancia ma spinto dal desiderio e dalla speranza per un mondo migliore. Il loro manifesto parla chiaro:” cari populisti, non c’è niente da cui dovete liberarci. Siamo noi che dobbiamo liberarci della vostra onnipresenza opprimente, a partire dalla rete. E lo stiamo già facendo”. Fatto il quadro per sommi capi, veniamo adesso all’analisi clinica del fenomeno sardine. L’ordine del discorso del movimento è quello di rieducare la politica alle buone maniere, alla tolleranza, al rispetto dell’altro. Per una politica che si muova all’interno della cornice dei principi universali, dei diritti civili e costituzionali. La finalità pedagogica ed etica è evidente. Il bersaglio è rovesciare la vecchia prassi politica autoreferenziale per un nuovo rinascimento politico che parta dai luoghi, dalle persone, per dar voce alle piazze, in sostituzione della cabina di regia partitica che parla dai cenacoli delle segreterie di partito, ormai troppo lontane dalle persone e dai loro problemi. La critica alla classe politica, alla forma partito, e alle sue cattive abitudini emerge forte dal movimento che propone un ritorno alla fiducia nella buona politica, una politica rigenerata, mondata dai suoi peccati. Fiducia e speranza di curare il corpo malato della politica con il ritorno dell’uomo nuovo, il politico con la P maiuscola. Tale nuovo umanismo politico, questo neo rinascimento della politica però è immaginato in azione dentro un contenitore sistemico economico-sociale che rimane inalterato e governato dai principi neoliberisti che il movimento, per quello che ci risulta, non mette sotto il vaglio critico. Tant’è che non vi sono accenni a modelli di sviluppo e sociali alternativi all’attuale capitalismo neoliberista globale e alle sue narrazioni egemoniche che impregnano come un malefico fungo tossico ogni ganglio della nostra realtà, politica compresa. Il popolo delle sardine si definisce non populista ma mostra un nuovo modello di populismo, un populismo dei principi che svolge una funzione aggregante su base interclassista. Una massa in cui tutti i suoi elementi sono unificati nel simulacro ittico della sardina e le differenze sono omogeneizzate dall’etica dei diritti e dei principi. L’uomo nuovo a cui fare riferimento e scommettere per l’avvenire è una sorta di “Übermensch” che si fa veicolo di nuovi valori per l’umanità a venire. In questo caso parlare di nuovo neoidealismo forse non è così fuori luogo. Inoltre, appare evidente la mancanza di un’utopia da seguire, di un nuovo mondo per cui lottare, di un’analisi concreta delle cause dell’ineguaglianza economica da cui derivano gravi ripercussioni sociali seguita da una possibile cura da seguire. Accantonato sia per ragioni culturali che di classe il mito della spontaneità operaia, al movimento non rimane altro che lanciarsi in uno spontaneismo volontaristico mosso dal desiderio per una politica migliore. Il modo utilizzato richiama la liturgia della tribù con simboli e tavole della legge. Tutto è già pronto è cucinato: manifesto, simbolo, agenda, gruppo di lavoro. Ciò fa rimanere perplessi al di là dal successo riscontrato nelle piazze. Anche il carattere partecipativo è un “tokenism”, solo apparenza per l’assenza oggettiva di un qualsiasi tipo di controllo dal basso dei processi organizzativi. Anzi, questi sono fortemente centralizzati dal gruppo promotore di turno. Il processo deliberativo e dialettico è messo in panchina, presupposto, ma nel concreto non entra in campo. Nei raduni il teatrale silenzio dei partecipanti come uno spettacolo di successo lascia il segno e fora lo schermo auditel. Certamente il movimento è destinato a crescere ancora, se non altro per la presenza ingombrante e soffocante mediaticamente di un antagonista sempre evocato, un nemico comune da contrastare su tutti i piani e in ogni luogo. Ma il pericolo involutivo è dietro l’angolo così come quello di un eventuale strumentalizzazione dei partiti di area. Il potere economico e la politica che esso esprime, con la sua egemonia, per tutelare gli interessi di classe di uno stato di classe in crisi di sovranità; il cosmopolitismo finanziario che si sta divorando il mondo e causa enormi ingiustizie sociali ed economiche non possono essere fermati con l’etica della buona condotta, né tanto meno con il richiamo al rispetto dei principi né con la rieducazione morale. Occorre invece un’azione di rottura dei modelli dominanti, populismo e sovranismo compresi. Al populismo non si può rispondere con un altro populismo anche se di matrice valoriale diversa ed opposta ma con molti punti di interferenza sulla struttura sistemica economico-sociale. Occorre criticare il modello di sviluppo imposto dal capitalismo globalizzato. Occorre rispondere guardando altre utopie che stanno nascendo nei luoghi che fanno perno su forme di municipalismo libertario federativo, su economie altre al di fuori della legge del profitto e del mercato. Non si può stare dentro condividendo il modello di sviluppo che si muove in direzione diversa, anzi opposta a quegli stessi principi etici su cui si chiede l’adesione nelle piazze. Occorre creare centri di resistenza dal basso, tante piccole casematte federate fra loro che possano produrre nei territori culture antagoniste, nuovo sapere, nuove forme organizzative, nuove forme di politiche che superino il modello della pura rappresentanza. Diversamente nei nuovi movimenti potrebbero aprirsi una serie di fratture dalle cui fessure, in mancanza di una chiara coscienza di classe e di un’autentica partecipazione, sgorgare un pugno di uomini politici, mascherati da nuovi profeti di democrazia in cerca di consenso. Infine la partecipazione e la condivisione paritetica non strumentale poco hanno a che vedere con il diritto di proprietà e con la tutela del marchio di fabbrica. Il copyright non condivide niente con la partecipazione, anzi, è la sua negazione. Tale scelta, anche se fatta in stato di emergenza per timore di contaminazione estranee al movimento e senza scopo di lucro, è sbagliata concettualmente e strategicamente e delegittima la genuinità del movimento. La miglior tutela del movimento è la sua diffusione “open source” e il mettere in condivisione fuori dalle leggi di mercato la creatività umana quel General Intellect che è sussunto dal capitale immateriale che dovrebbe invece essere dominio libero e bene comune di tutta l’umanità. Diversamente il politico diventa non il frutto di una struttura da rovesciare in senso popolare nelle sue forme economiche e di dominio (sovrastrutture), ma la conseguenza di un’ontologia sociale dei diritti civili, un puro spazio discorsivo che si sviluppa apparentemente come svolta rivoluzionaria ma che invece rimane pura espressione linguistica.

{Dattero}

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