Internazionale

Afghanistan: il grido (inascoltato) di un popolo

 

La ricostruzione delle vicende storiche del nuovo millennio

La situazione dell’Afghanistan, già molto critica prima della ripresa del controllo talebano sul Paese il 15 agosto, dopo il ritiro delle forze militari occidentali, ha da quel momento subito un ulteriore peggioramento, facendo scivolare il Paese nel pieno di una grave crisi umanitaria.
Il movimento talebano nasce ufficialmente nel 1994 dal Mullah Omar; in seguito i talebani
parteciperanno alla guerra civile afghana dove ne escono vincitori e impongono nel 1996 il primo Emirato Islamico dell’Afghanistan, rovesciato poi nel 2001 dall’intervento statunitense.
L’operazione Enduring freedom (7 ottobre 2001), dopo una fase iniziale di bombardamenti aerei, porta all’avanzata via terra dei mujahidin e delle truppe Usa, di fronte alla quale i talebani si ritirano cercando di evitare gli scontri. Il 2 dicembre dello stesso anno, il Mullah Omar fugge da Kandahar e due giorni prima dell’arrivo degli occupanti a Kabul anche Bin Laden fugge, nascondendosi nelle montagne al confine col Pakistan; con gli USA che di lì a pochi giorni si muoveranno alla sua ricerca.
Il 20 dicembre 2001 la Risoluzione 1383 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU istituisce una forza internazionale, l’ISAF, con il compito di sostenere le istituzioni politiche del Nuovo Stato.

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A inizio 2002 Donald Rumsfeld, Segretario alla difesa, avendo fretta di concludere la questione
dell’Afghanistan è alla ricerca di una netta vittoria sul campo che arriva tra il 2 e il 12 marzo 2002 contro un raggruppamento di talebani, in quella che fu chiamata l’“Operazione Anaconda”. Ma pochi giorni dopo la NATO si ritira e pensando che i talebani non si riorganizzino, decidono di liberare il confine con il Pakistan, lasciando la strada aperta per il passaggio oltre confine.
A questo punto gli USA, dopo aver commesso questo errore, riversano la loro attenzione all’Iraq, senza preoccuparsi che i talebani dopo poco si riunifichino e inizino a riorganizzarsi.
L’11 agosto 2003 la NATO assume il comando dell’ISAF e il 13 ottobre il Consiglio di sicurezza ONU approva la risoluzione 1510 che autorizza l’estensione della missione militare a tutto il paese con lo scopo di creare di un ambiente sicuro contro gli attacchi dei combattenti islamisti.
Nel gennaio 2004 viene approvata la nuova Costituzione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan e, nell’ottobre dello stesso anno, eletto presidente per 5 anni Hamid Karzai, il cui governo, molto corrotto, si rivelerà incapace di controllare i poteri forti interni.
Nel 2006 gli USA per riottenere il consenso perso fra la popolazione varano una nuova strategia denominata “Conquistare i cuori e le menti”, mentre il 4 maggio assume il comando delle forze NATO il generale Richards che denuncia la mancanza di regole d’ingaggio e di mezzi adeguati per vincere la guerra.
Nel 2009 entra alla Casa Bianca il nuovo presidente USA, Barack Obama, che vara una nuova politica, ovvero assegna di nuovo priorità all’Afghanistan a discapito dell’Iraq.
Al generale Richards subentra McChrystal che ottiene da Obama subito 30.000 uomini in più, per poi arrivare a 110.00, con l’obbiettivo di cercare delle vittorie parziali in modo da trattare da una posizione di forza il ritiro delle truppe dal Paese. McChrystal dopo vari fallimenti viene sostituito nel giugno del 2010 da David Petreus.
Il 2 maggio 2011 le forze speciali Usa uccidono Bin Laden e da quel momento inizia il graduale ritiro della NATO dal Paese. La missione ISAF termina il 28 dicembre 2014, sostituita il 1° gennaio successivo dalla missione Resolute Support, anno in cui Ashraf Ghani, vincendo al secondo turno contro Abdullah Abdullah, diviene Presidente della Repubblica dell’Afghanistan.
Dal 2017 l’ingresso di Trump alla Casa Bianca porta a una significativa accelerazione la strategia di uscita dal Paese; infatti, dal 2018 iniziano in Qatar i negoziati fra talebani e USA.
Dopo una lunga, trattativa si arriva agli accordi di Doha del 29 febbraio 2020 che prevedono il ritiro delle truppe NATO in cambio di alcuni impegni dei talebani, ovvero la rinuncia alla violenza e all’uso delle armi con la garanzia che il Paese non sarebbe diventato un santuario del terrorismo mondiale.
Trump commette anche lui un grave errore: stabilisce una data del ritiro militare della NATO e questo dà la possibilità ai talebani di resistere fino a quel giorno con la prospettiva di riprendere poi il controllo del Paese.
Nell’aprile del 2021 il nuovo presidente USA Biden si trova a gestire il ritiro delle truppe che anticipa addirittura al 31 agosto. Dopo una rapida avanzata iniziata a maggio, il 5 agosto i talebani sferrano l’attacco finale e il 15 agosto circondano Kabul con Ashraf Ghani scappa all’estero con dei soldi sottratti allo Stato. Al calare della sera nelle piazze della capitale lo sventolio delle bandiere talebane annunciano il ritorno dell’Emirato Islamico, il cui nuovo governo monocolore verrà formato il 7 settembre successivo.
Gli occidentali alla sconfitta reagiscono con sanzioni economiche e col mancato riconoscimento politico del nuovo governo talebano; l’Italia, al pari degli altri stati occidentali, ha chiuso la sua ambasciata e tutto questo mette ulteriormente in difficoltà l’Afghanistan.

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Cosa lasciano 20 anni di guerra

L’Afghanistan è la tragedia mondiale che ora tutti in Occidente vogliono dimenticare, come se le donne, i bambini e i tanti mutilati di quel paese bellissimo, ma distrutto da tanti anni di guerre, non appartenessero al genere umano.
Invece, non lo vogliamo proprio dimenticare l’Afghanistan, anche perché dal rigido inverno del paese asiatico, con nevicate di metri sulle alte montagne, arrivano notizie che in un mondo normale dovrebbero essere in prima pagina su tutti i giornali.
Ho letto che appena il 2% degli afghani ha abbastanza da mangiare (la fonte sono le Nazioni Unite); si tratta della peggior carestia degli ultimi decenni a livello mondiale e fa rabbrividire pensare, come ho appreso in altri articoli, che a Kabul madri disperate vendono per 200 euro i loro bambini, per potere mangiare qualcosa. Nessuno venderebbe il proprio figlio per 200 euro se non fosse alla disperazione più totale.
Il problema principale è che il trionfo dei Talebani dello scorso Ferragosto, ha avuto come risposta dalla comunità internazionale l’interruzione degli aiuti che avevano sostenuto l’economia afghana per venti anni; non bastasse, nelle zone rurali, dove vivono tre quarti degli afghani, una terribile siccità aveva già lasciato i contadini disperati già prima dell’arrivo dei talebani, con le loro regole anacronistiche, come il divieto imposto alle donne di lavorare nei settori della sanità e dell’istruzione. Non possono neanche più spostarsi e viaggiare, se non accompagnate da un maschio della loro famiglia. Assurdo.
A soffrire di più sono i bambini: in un reportage di Save the Children Italia avevo letto che “oltre 14 milioni di bambini” avrebbero sofferto “la fame questo inverno e 5 milioni” sarebbero stati “a un passo dalla carestia”. Ora l’inverno è arrivato e, come abbiamo visto e sentito in alcuni servizi televisivi, quasi nove milioni di bambini afghani sono senza coperte e tre milioni senza riscaldamento, con temperature che di notte scendono abbondantemente sotto i meno 12 gradi.
Il grave problema della mancanza di cibo è che si calcola che siano 23 milioni le persone oggi a un passo dal dramma nel Paese, perché afflitte da insicurezza alimentare.

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Nelle mie ricerche sulla questione, ho letto che l’Afghanistan avrebbe bisogno di circa 200 milioni di euro al mese per scongiurare la carestia fino alla prossima primavera, e il denaro deve arrivare presto, prima che le forti nevicate taglino fuori i villaggi per mesi nelle zone di alta quota.
Ci sono anche pericoli a livello terroristico e di diffusione massiccia della droga: se l’Afghanistan continuerà a essere lasciato a se stesso lo Stato Islamico, l’Isis, che già sta facendo lì nuovi seguaci, riprenderà forza e attaccherà l’Occidente con nuovi attentati nei prossimi anni.
Riguardo alla droga si può pensare che, essendo l’Afghanistan ancora oggi  il principale fornitore di oppio ed eroina al mondo,  è certo che pur di non morire di fame i contadini aumenteranno  le loro produzioni.
In un rapporto di Medici Senza Frontiere si legge che “in Afghanistan il sistema sanitario, fragile da sempre, è a rischio collasso, mentre i bisogni della popolazione sono enormi; la maggior parte delle strutture sanitarie del Paese è sotto forte pressione a causa della carenza di personale e attrezzature e alcune sono chiuse o mal funzionanti. Ciò significa che a volte i pazienti non possono accedere alle cure di cui hanno bisogno mentre l’assistenza sanitaria privata resta inaccessibile per milioni di persone». Anche in questo caso le sanzioni che ha posto l’Occidente sono controproducenti: «L’effetto a catena delle sanzioni – scrivono ancora nella Relazione – contro il nuovo governo afghano si fa sentire profondamente a livello nazionale. E il Paese è vicino al collasso economico e istituzionale».
La comunità internazionale deve riconoscere il livello di sofferenza delle afghane e degli afghani e agire di conseguenza; deve urgentemente dare risposte con i fatti a ragazze e ragazzi, a donne e uomini che chiedono solamente pace, cibo, lavoro e accesso ai servizi essenziali.
Penso che non si debba spegnere la luce su una vicenda che qualche mese fa era molto presente nei telegiornali, sui quotidiani, nelle discussioni politiche e ora invece è quasi scomparsa. Oggi migliaia di donne, uomini, bambini sono come prigionieri all’interno del loro Paese senza aver nessuna colpa.
Come si può restare indifferenti?

Nicholas Simonelli