Editoriali

Mattarella e la separazione tra parlamentarismo e democrazia

Tra le cause della rivoluzione inglese come risoluzione del contrasto tra parlamento e corona c’è sicuramente quello che Lawrence Stone chiamava il mito della costituzione violata. Si trattava della convinzione diffusa che l’equilibrio naturale tra i ceti garantito dalla carta reale dei diritti del 1215 fosse stato violato dalla corona. Quello che era accaduto, invece, era un altro processo: l’Inghilterra del XVII secolo era così cambiata da allora che nemmeno la carta del 1215, in piena funzione, avrebbe potuto garantire l’equilibrio dei poteri e la loro legittimazione. Solo che il mito della costituzione violata, come spiegazione dell’enorme squilibrio di potere nei rapporti sociali, fu così forte da produrre una scossa tellurica che, aggiunta alle altre generate dalla società inglese, produsse la prima grande rivoluzione conosciuta.

Con la rielezione di Sergio Mattarella, che formalmente è un trionfo della sovranità del parlamento che ha imposto la sua rielezione, le voci sulla costituzione violata sono destinate ad amplificarsi. Non solo perché, con la vicenda del green pass, queste circolano ampiamente nella società ma anche perché quello che abbiamo visto, nel periodo precedente alla rielezione, dimostra una seria separazione tra parlamentarismo e democrazia, tra la necessità di ridefinire i rapporti di forza tra reti clientelari legate alla rappresentanza parlamentare e funzionamento dei criteri di legittimazione collettiva. Come è già accaduto anche questa volta si finisce per gridare all’ordine violato anche quando questo ordine appare più simbolico, mitopoietico che reale.

Fa bene ricordare che nel mezzo della long crisis finanziaria e deflattiva assieme (1873-1896 circa) emersero autori, proprio in Italia, come Gaetano Mosca, che pubblicò, giovanissimo, nel 1884 Teorica dei governi e governo parlamentare, che arrivarono, piano piano, al fatto che dietro la
facciata legale del potere e delle sue giustificazioni, esisteva la costante della ‘classe
politica’, ovvero di una minoranza che si imponeva sulla maggioranza sociale frammentata e divisa.  Il rapporto tra crisi finanziaria, deflazione e comportamento elitario in parlamento attraverso l’uso discrezionale del potere e della legge, in contraddizione con le pratiche democratiche, e in linea con la frammentazione sociale, è qualcosa, quindi, che si delinea già nella prima globalizzazione e che si manifesta anche nella nostra, quella tecnologica e mediale. Resta da chiedersi cosa sia effettivamente democrazia in questo contesto e, a questo punto, cosa sia davvero il parlamento.

Si tratta, ora come allora, degli effetti di un mondo che è cambiato grazie a potenti trasformazioni e che, anche in termini emancipativi, non riuscirà a entrare nel vecchio vestito. Allora, nella seconda metà dell’ottocento, come ora, il modello dal quale si prendeva le distanze era quello del parlamentarismo ottocentesco quello, dal punto di vista dottrinario, definito metafisico nel quale la dialettica parlamentare cercava di rappresentarsi in termini di sfera pubblica, trasparente e dettata da criteri di discussione aperta non di discrezione conclamata.

Questo modello parlamentarista diciamo classico , dal punto di vista di ciò che fa potere oggi ovvero lo spettacolo, è stato completamente straniato rappresentandone solo gli aspetti polemici e riducendo la rappresentazione della discussione a spettacolo dell’indiscrezione rivelata in diretta o sui social. Questo per dire che anche l’attuale generazione di media, che sostanzialmente è media più social, nonostante sia stata costruita su criteri di esaltazione della trasparenza e della discussione esalta piuttosto gli aspetti discreti ed elitari di questo processo.

In poche parole media e democrazia attuali riducono il parlamento a parlamentarismo, la discussione politica a polemica la stessa democrazia a pretesto per uno scontro tra élite di potere. Dietro tutto questo vi è la forza materiale di un mondo che – sul piano tecnologico, finanziario ed economico – ha cambiato completamente faccia producendo  il parlamentarismo inteso come lotta per la ridefinizione dei rapporti di potere, e l’allocamento di risorse (vedi Pnrr) entro un preciso recinto della società.

Adeguarsi o invocare vecchie formule non servirà a molto. Sicuramente le voci sulla costituzione violata torneranno a galla. Legittime e comprensibili ma efficaci solo all’interno di un processo di cambiamento ben più vasto di loro, all’altezza di quanto sta accadendo.

 

Per codice rosso, nlp