Accordo Grillo-Conte, basterà parlare del 2050?

Riproponiamo anche noi la foto di quello che, nei cerimoniali della comunicazione politica, è stato chiamato “patto della spigola” tra Grillo e Conte che, nelle intenzioni dei contraenti, sarebbe la pietra miliare di un accordo per la gestione del nuovo movimento cinque stelle. E qui evidenziamo alcuni passaggi che rimarcano continuità: con il linguaggio della politica mainstream – il “patto della spigola” rimanda ai patti di berlusconiana memoria celebrati dai media come il centro della politica quando questa invece stava perdendo forza – e con una concezione dell’organizzazione – prima l’accordo tra i big e poi l’intendenza seguirà – della quale l’efficacia è tutta da dimostrare.

Sorvoliamo sulle facili battute legate al comportamento di Grillo verso Conte ed evitiamo di commentare i rumors sul momento in cui Conte era davvero pronto a rompere con Grillo. È la sostanza che conta: le due destre parlamentari (FdI e Lega) assieme sono oltre il 40 per cento delle intenzioni di voto, già così un dato mai rilevato nella storia repubblicana e sarà difficile rompere questo primato, che potrebbe diventare maggioranza parlamentare grazie alla legge elettorale, parlando solo il linguaggio del marketing futuribile del 2050. Non è poi certo un mistero che l’accordo tra Conte e Grillo riguardi, oltre che il 2050,  i temi del presente – dalla gestione fondi recovery all’elezione del presidente della repubblica – e si dovrebbe capire abbastanza presto se questo patto della spigola tiene davvero. Ma il punto che conta davvero, quello che va oltre la lista di cose da fare nell’immediato, è quale forza politica sta provando a formarsi e per quale scenario politico.

Già, perché il movimento cinque stelle era nato, dopo una lunga fase di accumulazione originaria di consenso su canali e temi generalisti da parte del Beppe Grillo prepolitico, su protesta, visioni e meetup (esperienza di democrazia digitale sintetizzata dall’ “uno vale uno”). Oggi riparte dall’accordo tra i vertici, dalla comunicazione generalista top-down. Il cambiamento è radicale e c’è da chiedersi quanto questa dinamica saprà entrare nell’elettorato, e in quale, visto che il M5S – dopo aver perso una larga porzione di base elettorale –  segna il passo rispetto a Lega e FdI. Il punto è che il M5S non può presentarsi né come un partito di protesta – essendo al governo dal 2018 e avendo ai vertici un fresco ex presidente del consiglio – né come un partito pienamente di governo perché sono troppi i cedimenti fatti sui punti ritenuti fermi dall’elettorato (dalla TAV, all’acqua pubblica alla prescrizione sui corrotti per farla breve). Oltre a trovare una originale formula politico-comunicativa per ripresentarsi all’elettorato ci sarebbe anche, per un partito che presenta i prossimi 30 anni come elemento strutturale del programma, da saper dare risposte sul comportamento da tenere rispetto al terremoto economico e sociale che la rivoluzione 4.0 sta già operando nella nostra società che va ben oltre la dimensione ecologica (specie per l’evoluzione di robotica, AI e finanza). Come se non bastasse c’è la questione delle alleanze con partiti che comunque sono ai minimi storici (vedi il PD). Insomma al Movimento 5 stelle per il prossimo futuro non basterà saper parlare di un futuro lontano.

Per codice rosso, nlp

 

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