Ceuta: l’utilizzo di civili disarmati come arma nella guerra ibrida
Da CTXT.es
Ci sono immagini che vanno oltre l’impatto immediato della cronaca. Migliaia di corpi esausti distesi sull’erba nei parchi di Ceuta e intere famiglie che nuotano oltre la diga foranea, mentre altri si gettano in mare con mezzi di fortuna. E, al contempo, la notizia più tragica: almeno 57 persone hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere il territorio spagnolo. Dietro queste cifre si cela un fallimento, ma anche un ricatto: un atto di aggressione che appare orchestrato, incoraggiato o coordinato ai massimi livelli internazionali. Oltre ad una responsabilità politica che non può essere liquidata con semplici slogan: il Marocco ha usato migliaia di civili – molti dei quali minori – come arma per tentare di destabilizzare il governo spagnolo.
Nelle ultime ventiquattr’ore, lo Stato spagnolo – costretto a mobilitare l’esercito – si è trovato ad affrontare una delle più gravi crisi internazionali degli ultimi anni. La pressione su Ceuta e Melilla ha da tempo superato la capacità di accoglienza di entrambe le città. Ciò ha imposto alla Spagna di dispiegare risorse di emergenza in una situazione che evolve quasi di minuto in minuto. La risposta può essere oggetto di dibattito, critica o miglioramento; tuttavia, questa volta l’attenzione deve concentrarsi altrove, poiché le cause alla base sono diverse.
Non stiamo assistendo a un’improvvisa impennata della pressione migratoria, bensì a un messaggio inviato al governo spagnolo dagli attuali padroni del mondo. Nel ventisettesimo anniversario della sua ascesa al trono, il Re del Marocco ha mobilitato circa 60.000 persone – molte delle quali trasportate e scortate su camion dalla gendarmeria nazionale – e le ha lanciate verso il confine di Ceuta. E nel giro di poche ore, i governi di Stati Uniti, Israele e Italia, seguiti dall’intero Partito Popolare Europeo – vale a dire i più accaniti avversari dell’amministrazione spagnola – hanno strumentalizzato l’evento, attribuendolo a un “fattore di attrazione” causato dal programma di regolarizzazione degli immigrati avviato dal governo Sánchez pochi mesi prima.
È utile consultare il calendario per comprendere la situazione in corso. Il 20 luglio, Pedro Sánchez si è recato ad Algeri per sancire il disgelo delle relazioni con l’Algeria. Otto giorni dopo, la pressione al valico di frontiera di El Tarajal è aumentata bruscamente. Il Ministero degli Esteri ribadisce che i rapporti con Rabat sono eccellenti e che il Marocco sta collaborando lealmente. A ciò si aggiunge un nuovo elemento giuridico: una sentenza della Corte Suprema, resa nota l’8 luglio, vieta il respingimento sommario alla frontiera nei confronti di individui intercettati in mare mentre tentano di attraversare il confine a nuoto; non avendo superato alcuna barriera fisica, i loro casi devono essere trattati secondo la procedura di rimpatrio ordinaria, che prevede una decisione individuale. Il rimpatrio resta possibile, anche se non è più automatico. Chi organizza — o semplicemente tollera — una traversata di massa ne è consapevole.
Questa invasione “fake” – singolare, isolata e caratterizzata da un movimento di andata e ritorno (con migliaia di persone che oggi rientravano in Marocco a piedi), questa nuova “Marcia Verde” orchestrata da Rabat e salutata dalle fazioni di destra ed estrema destra, sia interne che estere, come un fallimento personale di Pedro Sánchez, non può che essere interpretata come un avvertimento o una punizione da parte del Marocco e dei suoi potenti partner. Si tratta di una risposta alla posizione del governo spagnolo su una serie di questioni strettamente interconnesse: la regolarizzazione dei migranti, la condanna del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, la resistenza a soddisfare le esorbitanti richieste di investimento della NATO e il rifiuto di consentire agli Stati Uniti di utilizzare le basi di Rota e Morón per operazioni militari contro l’Iran.
Al centro della questione vi è l’alleanza tra Stati Uniti, Israele e Marocco – membro recente del Gaza Peace Board e firmatario degli Accordi di Abramo. Lo scorso aprile, un rapporto di una commissione del Congresso statunitense ha rilevato che le città di Ceuta e Melilla «si trovano in territorio marocchino e restano oggetto di una rivendicazione attiva da parte di Rabat». Il rapporto ha inoltre sostenuto «gli sforzi del Segretario di Stato Marco Rubio volti a favorire un compromesso diplomatico tra Marocco e Spagna riguardo al futuro status di Ceuta e Melilla».
Il paragrafo è stato introdotto da Mario Díaz-Balart, uno dei parlamentari più vicini a Rubio. Analisti come Michael Rubin chiedono da mesi a Trump di riconoscere formalmente le due città come territori occupati, e lo hanno fatto nuovamente proprio questa settimana, cogliendo l’occasione offerta dalle immagini della barriera frangiflutti. Proprio ieri, Trump ha fatto ancora una volta riferimento al “governo spagnolo di estrema sinistra”. Dopotutto, la Strategia per la sicurezza nazionale aveva già preso in considerazione interventi di questo tipo all’interno dell’UE, con l’obiettivo di rafforzare l’estrema destra “per aiutare l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria” di presunto “annientamento della civiltà”. Di fatto, la vice portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly, ha avvertito la Spagna che dovrebbe cambiare rotta “o rischiare la propria scomparsa”.
Nemmeno Tel Aviv si nasconde. Proprio oggi, Danny Danon, ambasciatore di Israele all’ONU, ha mentito affermando che “la Spagna ha dichiarato lo stato di emergenza a Ceuta in seguito alla crisi causata dalla sua politica migratoria”. Ha poi aggiunto: “Forse, prima di continuare a farci la morale, è giunto il momento che spieghi al mondo perché mantenga ancora delle enclave coloniali in Africa”. Nel frattempo, il dibattito interno in Spagna si sta nuovamente inasprendo. I partiti di opposizione, PP e Vox, chiedono riforme legislative, misure eccezionali e audizioni parlamentari. La Spagna deve rispondere a questa crisi con fermezza, umanità ed efficacia. E, con ogni probabilità, dovrà avviare un dialogo con Rabat sul futuro di Ceuta e Melilla. La lezione scomoda è sempre la stessa: la sicurezza dei confini spagnoli dipende da decisioni prese – in parte – dalla dittatura di Rabat. A meno che tale asimmetria non venga corretta attraverso impegni verificabili – anziché semplici dichiarazioni che esaltano l’eccellenza delle relazioni tra Marocco e Spagna – ogni controversia bilaterale finirà inevitabilmente per giocarsi sul terreno della questione migratoria.
Il fatto che, in questo contesto, l’integrità territoriale spagnola inizi a essere considerata una questione aperta al dibattito non rappresenta solo una situazione imbarazzante per Madrid; costituisce, soprattutto, un’opportunità per Rabat. Tuttavia, non bisogna dimenticare che molte persone sperano di migrare e lo fanno non appena ne hanno la possibilità – prima o poi – e che tale obiettivo di vita è, naturalmente, del tutto legittimo. Questo nuovo scenario di guerra potrebbe servire a giustificare una repressione brutale, ma sarebbe inaccettabile consentire ad attori esterni di sfruttare questa situazione drammatica per impartire lezioni su sovranità e politiche migratorie.
Tratto da www.rebelion.org, traduzione per Codice Rosso di Andrea Grillo

