Emergenza sanitaria, biopotere, contagio finanziario

La sequenza di decreti di urgenza sanitaria della presidenza del consiglio dall’8 marzo 2020 in poi pone molti interrogativi  sull’efficacia di questi provvedimenti, sui tipi di conflitti di potere interni a procedura e tempi della decretazione, su cosa sia il potere oggi in Italia, sul’impatto, nella complessiva morfologia sociale, di tutta questa vicenda. Allo stesso tempo la progressione del virus, il numero crescente di morti che crea, rende certamente drammatici gli interrogativi sulla  efficacia di questi provvedimenti. Il problema quindi non è solo legato alla questione della legittimità delle procedure del decreto o al suo impatto sul terreno del biopotere ma, più complessivamente, a quello della capacità di risposta di una società a una emergenza epidemia improvvisa e aggressiva. Non è un caso poi che, all’incrocio tra emergenza sanitaria e biopotere ci sia la questione delle risorse terreno di crisi piuttosto seria se si guarda alla risorsa più astratta e più necessaria di tutte nelle nostre società: quella finanziaria. E così, scherzo della complessità, due contagi assieme  – uno legato all’infinitamente piccolo e alla sfera biologica, l’altro legato all’astrazione finanziaria e quindi alla sfera antropologica –  mettono in seria difficoltà politica, nel nostro paese amministrazione e società. Del resto non si tratta di una bolla mediatica sul virus che fa esplodere una bolla finanziaria – come ha scritto chi frequenta l’estetica del tardo ‘900 piuttosto che la complessità del XXI secolo – ma 1) di una pandemia che è il prodotto del fatto che agenti patogeni e sistemi sociali, incontrandosi, mutano contemporaneamente 2) di un virus che ha inciso direttamente su vaste filiere della produzione globale, mutando subito i sistemi sociali, con effetti immediati sulle consolidate criticità del mondo finanziario che ha un rapporto sinergico con queste filiere e che mostrava squilibri sistemici da tempo. Qui politica, amministrazione e società devono trovare un proprio, duro, equilibrio tra esigenze di sopravvivenza, rischio catastrofe e necessità di mutazione in una dimensione che riveste caratteri epocali.

Vediamo quindi alcuni punti di indubbio interesse

  1. per quanto non si tratti certo di un classico del progressismo, oggi un pò di lettura di Carl Schmitt aiuta sempre a capire. Torniamo allo celeberrimo testo su Legalità e legittimità  (1932): in Carl Schmitt la costituzione di Weimar è, come è noto, spaccata in due nella contraddizione tra una componente procedurale e liberale e da una componente legata ai valori e alla volontà popolare. Schmitt, in modo estremamente brillante, spaccherà come una mela la costituzione di Weimar per esaltare la volontà popolare contro la democrazia parlamentare e le procedure liberali. Nei decreti per l’emergenza sanitaria c’è l’altra strada, che Schmitt non immaginava possibile, ovvero la componente liberale e procedurale che si mostra sovrana nello stato di eccezione. Il punto di forza, la sovranità (se vogliamo dirlo in modo sporco)  di questa componente liberale e procedurale non sono i carri armati, o i milioni di persone in piazza, ma l’adeguamento procedurale alla miglior prassi di prevenzione possibile nelle condizioni date, adeguamento che ha vinto anche le resistenze del politico. Il decreti di Conte non sono un atto del politico che dissolve le procedure è un atto delle procedure che dissolve il politico, adeguando la volontà popolare alle procedure stesse che, nell’allarme sanitario, hanno il loro punto di forza. Qui il contenimento del politico, nel decreto, è determinato dalle norme sanitarie, dalle esigenze dei poteri economici, da quelle di governance europea, dalle difficoltà di amministrare concretamente la crisi e anche dai diritti individuali per cui si tratta di provvedimenti che, come è stato giustamente detto creano una situazione nella quale ” alcune norme dei Dpcm (hard law), pur provviste di sanzioni penali, non vietano, ma danno indicazioni di comportamento come se fossero linee guida (soft law)”.  Un potenziale cortocircuito di poteri che si annida tra hard e soft law del decreto, tanto che, se il contenimento del virus rimanesse solo sulla carta, porrebbe crudamente il problema di quale potere dovrebbe far fuori gli altri in una situazione potenzialmente molto drammatica.
  2. Nel corso degli ultimi vent’anni il concetto di tanatopolitica è stato, a lungo, contrapposto a quello di biopolitica: l’idea, insomma, che il potere del lasciar morire, come accaduto per i migranti, fosse, in ultima istanza, una dimensione antropologicamente  decisiva nello stabilire proprio la misura della forza del potere secondo la regola “tanto più lascio morire tanto più dispongo di potere”. In questo senso se si rilegge Malthus (An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society del 1796), che assegna un ruolo un ruolo alle epidemie per contribuire alla depopolazione e  raggiungere l’equilibrio economico e sociale, si riesce a guardare Boris Johnson nella giusta inquadratura: quella dove liberismo, privatizzazioni e tanatopolitica si tengono assieme nell’emergenza. Il punto è che, ancora oggi, è il biopotere a regolare il comportamento degli stati e della governance sovranazionale (come l’OMS) :  secondo la regola “tanto più permetto di vivere, tanto piu’ dispongo di potere”.  Oggi il biopotere appare come un potere puro, legittimato dalla esigenza di vivere, che in grado di combinarsi meglio con le istanze liberali della società rispetto alle scelte tanatopolitiche  perchè promette quella riduzione del rischio (“isolare”, “contenere”, “diminuire”)  che è essenziale alla tenuta di tutte le dimensioni della società da quella sanitaria per finire a quella finanziaria. A sommi capi, possiamo dire che, giudicando dal nostro presente, la scelta inglese, nel governo dei viventi, è tanatopolitica mentre quella cinese è biopolitica ma molti sono gli adattamenti, e le interpretazioni possibili, di questi modelli per cui ci possiamo attendere novità rispetto a questo schema. I decreti Conte ne sono la prova: si formalizzano secondo esigenze di biopotere, le mediano con una serie di esigenze liberali,  costruendo la propria forza sull’equilibrio tra livelli di governance, esigenze di gruppi privati, attenzione alla concertazione più classica tra parti sociali. Non si tratta una forza militare, magari che si fa espressione perversa della volontà popolare, che scioglie il parlamento ma, piuttosto, di un dispositivo che cerca di interpretare più esigenze di governance che svuota le aule parlamentari nello stesso modo con cui lo sta facendo l’epidemia. La realizzazione di quella democrazia autoritaria che, negli ultimi anni di Weimar, era concepita in ambito liberale, come il vero avversario della presa del potere fascista? E’ una questione che va messa sul tavolo. In ogni caso la volontà popolare dal basso registra oggi il grado zero dell’annichilimento.
  3. L’altro contagio, quello finanziario, si accompagna ai decreti di Conte specie a quelli in materia economico-finanziaria. Qui è bene chiarirsi su una cosa ovvero che il contagio in borsa è come quello del virus in Fantasmi da Marte di John Carpenter: scatena comportamenti  neotribali di distruzione collettiva. In questo caso finanziari, accelerati da tecnologia e speculazione  mentre il contagio da coronavirus nelle borse si aggiunge ad altri tipi di contagi provenienti da diverse dimensioni (materie prime, titoli speculativi, tossici, squilibri sistemici provocati dai precendenti interventi delle banche centrali, rallentamento crescita globale..) provocando un livello di distruzione della ricchezza come non si vedeva dalla stagione del grande crollo 2007-2008. Qui i decreti economici governativi, uscendo dal terreno del potere istituzionale per entrare nella dimensione della finanza globale incontrano incognite vere. Finanziare in deficit 25 miliardi di manovra può essere un problema con gli spread che salgono. Puo’ esserlo ancora di più se non si genera crescita nonostante l’intervento e se , come accade da tempo, le tradizionali misure di politica monetaria in caso di crisi (leggi stampare soldi dal nulla), non attivano una reale crescita economica ma solo deflazione da debiti. Non per fare i piu’ realisti del re ma se il governo vara manovre economiche e, contemporaneamente, la borsa va a picco vuol dire che c’è uno squilibrio sistemico nella manovra economica unito a quello nel sistema finanziario. Qui la differenza col governo Bruning durante Weimar casomai è doppia:  1) la democrazia autoritaria vive in un mondo dove si cerca di finanziare, stampando moneta, la crisi dei mercati. Ma, allo stesso tempo, stampando moneta si alimentano le bolle finanziarie, e quindi questa crisi risolve poche delle istanze per cui la democrazia autoritaria cerca legittimazione 2) la dittatura ha non ha la forza nè politica nè materiale per fare capolino dallo stato di emergenza come accadde all’epoca: del resto allora fu la capacità di Schlacht, ministro dell’economia di Hitler, di reinserire la Germania nei mercati finanziari, oltre che a creare un boom economico sul riarmo, a legittimare la forza della dittatura di fronte al tribunale della moneta.

La nostra democrazia autoritaria, creata dallo stato di necessità di una crisi sanitaria senza precedenti, legittimata da un biopotere al quale si sono adattate le esigenze liberali, dei gruppi di potere e della concertazione tra parti sociali è più l’espressione di un loop politico-sociale, creatura di piena emergenza che una reale soluzione. E’ un qualcosa che si trasformera’ nel corso del contagio biologico e di quello finanziario e in una forma, comunque vada, che determinerà molti aspetti del decennio che ci attende. La doppia mutazione attesa nella nostra società, quella determinata dagli agenti patogeni (sfera del biologico) e quella determinata dagli agenti finanziari (sfera dell’antropologico),  rappresenta il filtro attraverso il quale passeranno i cambiamenti.

 

per codice rosso, nique la police

 

 

 

 

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